Tra le profughe del saharawi: «Siamo noi donne il perno di una comunità solidale»

di Anna Maria Brogi, inviata nei campi profughi di Tindouf
Sono sindache, governatrici e parlamentari. «Il Fronte Polisario ha rafforzato ruoli già esistenti nella tradizione», puntando sulla scuola mista, obbligatoria e gratuita fino al diploma. La voce di Chaba Seini, segretaria generale dell’Unione nazionale delle donne saharawi
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November 2, 2026
tre donne sedute una accanto all'altra, in abiti tradizionali
Chaba Seini, segretaria generale dell’Unione nazionale delle donne saharawi, (al centro), con due colleghe/ Anna Maria Brogi
Costituiscono il 45% dei parlamentari, il 42,7% della direzione politica, il 33% dei funzionari diplomatici, il 50% dei governatori e il 100% dei responsabili politici locali. Come in tutto il mondo, anche nei campi profughi saharawi di Tindouf nel sud dell’Algeria le donne sono circa metà della popolazione. Per quanto non abbiano ottenuto finora la presidenza della Repubblica araba saharawi democratica (Sadr), occupano posizioni di spicco nella società e nelle istituzioni. «Il protagonismo femminile – spiega la ministra per gli Affari sociali e la promozione della donna, Sueilma Beiruk – affonda le radici nella lontananza degli uomini da casa: in epoca coloniale per lavorare, poi per combattere. Nella nostra tradizione, la responsabilità familiare ricadeva sulla donna. Quasi tutte sapevano costruire la tenda, occuparsi del bestiame, mungere, raccogliere legna, fare piccoli lavori di artigianato. Partecipavano alle riunioni comunitarie e avevano un ruolo politico, che il Fronte Polisario ha ampliato. Si sono trovate da sole a gestire la famiglia e organizzare la società. E sono diventate ottime amministratrici». Rilevante il ruolo della scuola, che qui è mista, obbligatoria e gratuita fino al diploma. Sotto la colonizzazione spagnola, fino al 1975, gran parte degli adulti era analfabeta. «Sulla promozione – spiega Beiruk – resta ancora da fare: sensibilizzare le donne nella difesa dei propri diritti e nell’intraprendenza, per essere indipendenti economicamente». Obiettivo ambizioso, fra profughi che vivono di aiuti umanitari.
A fronte di numerose donne nelle istituzioni, ce ne sono altrettante dedite esclusivamente al lavoro domestico, alla cucina e ai figli. «Anch’io cucino e mi occupo della famiglia – ribatte la ministra –, fa parte della nostra tradizione. Che ammette il divorzio, come una soluzione. Le dirò: da noi una donna divorziata si risposa meglio di prima». Dalle voci ascoltate, maschili e femminili, emergono l’assenza di femminicidi e un tasso di violenza molto basso, in generale. «La donna è sempre stata rispettata, nella nostra cultura», conclude Beiruk.
Chaba Seini è segretaria generale dell’Unione nazionale delle donne saharawi, creata nel 1974 per organizzare il ruolo femminile nella lotta per l’indipendenza. «Abbiamo obiettivi di parità a tutti i livelli: politico, economico, culturale – afferma –. Le donne sono presenti in tutte le attività: più del 90% tra insegnanti e infermiere, ma ci sono commercianti, poliziotte, esperte di informatica. Siamo uno Stato in esilio, ci prepariamo per il giorno dell’indipendenza, quando tutto potrà essere trasferito là», nel Sahara Occidentale. Ogni provincia, informa, ha una “casa delle donne” e ci sono attiviste politiche che bussare alle porte per sollecitare la partecipazione. Il tasso di fertilità resta alto, non è raro che si abbiano quattro-sei figli. «Sono scelte di coppia, anche se il Polisario auspica una crescita della popolazione», precisa Seini. Ci sono comportamenti giudicati “irrispettosi” da parte di una donna, come cantare davanti al padre o allo zio e parlare di matrimoni o fidanzamenti in loro presenza, o fumare. «Queste cose si fanno tra donne», tagliano corto alcune ragazze. Così come pregare in moschea: ci vanno solo i maschi, compresi i bambini. «Noi donne solo nel mese del Ramadan. Non si può forse pregare in casa?».
Ci sono state donne in ruoli militari. Nell’Archivio del campo di Rabuni foto d’epoca mostrano l’addestramento alle armi e i reparti di soldate. Nel settore del Sahara Occidentale controllato dal Fronte Polisario, dove dal 2020 è ripresa una guerra “a bassa intensità” con fuga dei civili, le donne ricoprono funzioni di supporto: infermeria, logistica, rifornimenti. Ma dalle amministratrici e politiche incontrate nei campi arrivano solo parole di pace. «L’essere umano ha ricevuto da Dio due doni: la parola e il buonsenso – suggerisce la governatrice provinciale di Auserd, Jira Bulahi –. La coesistenza civile è possibile, attraverso il dialogo».

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