Nel deserto algerino, lo Stato che non c'è. Il nostro viaggio tra i profughi saharawi

di Anna Maria Brogi, inviata nei campi profughi di Tindouf
Fuggite nel 1975 dal Sahara Occidentale, dopo il ritiro degli spagnoli e l’invasione marocchina, decine di migliaia di persone vivono su una terra in prestito. «Qui resistiamo», raccontano.
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November 1, 2026
Una bambina in primo piano, sullo sfondo il deserto e altri bambini che giocano
La vita quotidiana nei campi profughi: i bambini giocano con i rottami delle auto/ Anna Maria Brogi
Nemmeno un arbusto. Gli unici colori, a parte la distesa polverosa del beige sotto l'azzurro, sono i lacerti di plastica leggera. Sabbia, sassi, immondizia. Brucata dalle capre, che mangiano avanzi domestici e ruminano cartone. La solita vecchia storia delle periferie dimenticate, sahariane e non solo. Sacchetti, copertoni squarciati, carcasse di auto nei diversi stadi di decomposizione. Qui, nell'estremo sud-ovest algerino, vive da mezzo secolo un popolo che non c'è. I saharawi hanno costruito il loro Stato, che non c'è. Perché non ha un territorio. Accampati su un lembo di deserto concesso in prestito dall’Algeria – dopo la fuga precipitosa dal vicino Sahara Occidentale all’epoca della decolonizzazione spagnola del 1975 e della concomitante invasione da parte del Marocco – rivendicano da cinquantun anni il diritto a tornare. In quanto Paese senza territorio, la Repubblica araba saharawi democratica (Rasd), membro dell’Unione Africana e riconosciuta da 46 Stati – all’Onu è osservatrice, mentre il Sahara Occidentale è un territorio non autonomo amministrato de jure dalla Spagna –, non contempla proprietà e non ha un sistema bancario: le transazioni avvengono in contante in dinari algerini. Si è costruita però un apparato statale, politico e amministrativo: presidente, governo, ministeri; governatori delle cinque province (i campi profughi, con 170mila persone), che portano i nomi dei principali centri urbani lasciati oltreconfine; sindaci delle municipalità e rappresentanti di quartiere. Ha mass media statali: agenzia di stampa, televisione e radio, oltre al settimanale cartaceo Sahara Libre. Polizia, tribunali e un carcere. Scuole e ospedali. Medici, insegnanti, psicologi, assistenti sociali. Tutto è pronto per tornare. Nell’attesa si lavora ricevendo “incentivi” (30 dollari al mese un insegnante, in Algeria ne prende 250) e nelle sedi internazionali si invoca il diritto al referendum per l’autodeterminazione. Il resto arriva (sempre meno) dagli aiuti del Programma alimentare mondiale e della cooperazione.
Nel campo di Smara c’è attesa, anche qui tutto è pronto: palco, microfono, seggiole e una bandiera gigantesca distesa sul soffitto. Il 12 ottobre, giorno dell’unità nazionale, donne e bambini invocano lo spettacolo comico: volontari arrivati dall’Europa che parlano il linguaggio universale dei gesti e delle smorfie. Li precedono discorsi politici, canti, slogan. Una madre avvolge il bimbetto nella bandiera a fasce nera, bianca e verde, con il triangolo rosso, la mezzaluna e la stella. Un’anziana minuscola, il volto raggrinzito e gli occhi bistrati sotto la veste nera, esibisce il vessillo. Un folto gruppo spicca per la melhfa (l’abito: un panno drappeggiato dal capo ai piedi) in tinta unita, verde o nera: all'aperto, hanno dato vita a un corteo di solidarietà con i detenuti politici rinchiusi nelle carceri del Marocco. «Libertà per il popolo saharawi. Libertà per i prigionieri politici di Gdeim Izik. Nell'unità sta la forza», scandiscono. L’indomani la televisione trasmetterà le immagini ricevute da Rabat, dove a decine hanno sventolato la bandiera della Rasd sotto la sede del Dipartimento dei penitenziari. Stessi slogan, ma lì è intervenuta la polizia. Sono 35 gli attivisti incarcerati in Marocco. Tra il 1975 e il 1976, almeno 120 persone sono sparite dopo essere state portate in caserme marocchine. Con pacatezza Abdesalam Omar, presidente dell’Associazione dei familiari dei detenuti e degli scomparsi, parla di fosse comuni e denuncia impedimenti a investigare. Consegna pubblicazioni e mappe. «Ci hanno detto che sarebbero in Mauritania e addirittura morti nel deserto, il sole ne avrebbe distrutto i corpi. Noi sappiamo che da quelle caserme non sono usciti vivi».
Se la coscienza politica di una società è una misura della sua resilienza, quella dei saharawi è tangibile. «Ogni anno a ottobre il sangue ci ribolle», sintetizza Hamadi Mahfoud, operatore locale dell’Ong italiana Cisp. Il riferimento è all'apprensione per il pronunciamento della Quarta Commissione dell'Onu sull’andamento della Missione per l’attuazione del referendum nell’ex Sahara spagnolo (Minusco). Quella votazione in cui dovrebbe realizzarsi il diritto all'autodeterminazione, negli auspici del Fronte Polisario (Fronte popolare per la liberazione della Sagria e del Rio de Oro), l’organizzazione militante e politica il cui segretario generale ricopre la carica di presidente della Repubblica: dal 2016 Brahim Ghali, 80 anni. Anche quest'anno il sangue ha ribollito. La Commissione ha ribadito la richiesta di referendum (contrari Usa e Israele), ma l’inviato speciale del segretario generale António Guterres, Staffan De Mistura, avrebbe espresso al Consiglio di Sicurezza un parere improntato alla recente presa di posizione di Washington, che ha concesso al Marocco il riconoscimento del Sahara Occidentale come suo territorio autonomo. Re Mohamed VI ha intitolato a Trump la nuova autostrada che lo percorre da nord a sud. Una striscia d’asfalto su un sottosuolo ricco di fosfati (terza riserva mondiale dopo Usa e Marocco) e in prossimità delle acque più pescose dell’Atlantico settentrionale africano, lungo una costa ad alta vocazione turistica.
A tredici chilometri dal mare sorge al-Ayun, l’antica capitale, e sull’oceano si affaccia Dakhla, famosa tra i surfisti. Da queste e altre città fuggirono bambini i sessantenni che oggi formano la classe dirigente. Ricorda Jalil Mohamed Lamin, funzionario del ministero dell’Informazione: «Ero a scuola quando l’esercito marocchino invase. Fuggiti senza nulla, abbiamo camminato per giorni e notti. Poi ci hanno caricati su camion. Ho rivisto la mia famiglia quattro mesi dopo». Jira Bulahi, governatrice provinciale di Auserd: «Vivevo nella capitale, avevo tutto. Mi sono trovata a camminare senza scarpe». A Dakhla è nato Buhubeini Yahya, presidente della Mezzaluna Rossa Saharawi: «Mio padre faceva il pescatore, non avevo mai visto il deserto. Come popolo, tre pilastri ci hanno sostenuto: solidarietà, partecipazione comunitaria e coesione sociale. Siamo gli unici profughi che non vivono una crisi umanitaria. Qui i fragili sono tutelati, non c'è violenza, nessuno resta solo. Il Polisario ha tradotto in politica i valori della tradizione». Non si vedono mendicanti. Col buio le ragazze escono in strada, attente solo a non inciampare.
«Farò il presidente», dichiara un liceale della scuola “Simón Bolívar” nel campo di Smara. Chi entra qui, si laureerà a Cuba. Sono la futura classe dirigente: ragazze e ragazzi pronti a diventare medici e ingegneri. «Studierò Legge», garantisce l’aspirante leader. Cortile enorme, lo spazio non manca. Il resto sì: insegnanti, attrezzature, materiale didattico. Qui studiano 330 alunni, dagli 11 ai 18 anni. Metà in convitto. In uno dei dormitori femminili si contano 16 letti a castello. Trentadue ragazze, altre sette per terra. «A pranzo lenticchie o fagioli – informa il direttore Abba Moyan –. A cena, pasta o riso con un po’ di tonno. Pollo due volte la settimana, pane a volontà». Hanno un’aula di scienze e una di informatica: una ventina di vecchi computer mangiati dalla polvere. «Da quando un corto circuito ha bruciato il condizionatore – Moyan indica la parete annerita –, dobbiamo aprire le finestre». A metà ottobre ci sono 30 gradi. Alcuni insegnanti arrivano da Cuba. Chissà se l’isola, in crisi di sopravvivenza, continuerà a garantire l’istruzione accademica. Per mezzo secolo è stata una destinazione ideologica, oggi è scelta obbligata. Nessuno parla inglese: solo l’arabo di famiglia e lo spagnolo scolastico.
Ogni municipalità ha una scuola primaria. Alla “Mohamed Bassiri” di Auserd gli alunni sono 852, con 25 insegnanti. In classe dovrebbero essere al massimo 38, spiega la direttrice Aicha Mrabih. In prima se ne contano 54, seduti in tre o quattro nei banchi doppi. Quasi tutti vogliono fare il medico. Più probabile che diventino meccanici, falegnami, tassisti o negozianti. Gli unici mestieri per i quali esiste un mercato. Le generazioni nate e cresciute qui, senza memoria degli stenti e dei sogni dei padri e delle madri, mirano al guadagno, quando non si lasciano andare al far nulla. Circolano droghe, dicono che entrino dal Marocco. «È la sindrome del profugo, che vive aspettando – osserva Sara Di Lello dell’Ong Africa 70 –. Negli ultimi vent’anni la situazione è peggiorata, nonostante siano arrivati prodotti industriali, case in muratura e corrente elettrica». Il passaggio alla costruzione in cemento o in adobe (terra e paglia: dà isolamento termico ma richiede manutenzione) è dettato dal logoramento delle tende e dalla mancanza di nuove forniture. «Nel 2024, dopo le forti piogge, ho assistito al crollo di diverse case – afferma Malek Benmerouane, cooperante algerino del Cisp –. Quando il sole improvviso asciugava il fango, cadevano come bombardate». Sull’emergenza climatica prevale quella dei nuovi sfollati, dopo la ripresa della guerra nel novembre del 2020: altre 3.500 persone da integrare. A ciò si aggiunge il taglio degli aiuti. Dopo mezz’ora di colloquio, chiunque si occupi di sicurezza alimentare, salute o istruzione pronuncia la parola “Trump”. Con amarezza, senza quel risentimento che dilaga nel Sud globale. All’ospedale nazionale di Rabuni sono preoccupati per l’aumento dei casi di anemia e di malnutrizione fra le donne incinte e i bambini sotto i 6 anni. «Non assumiamo a sufficienza proteine e ferro» osserva il direttore Ahmed Bazeid. In ottobre, il cesto base del Pam comprendeva farina, riso, zucchero, grano, lenticchie, olio e patate. Non è crisi acuta, ma dura da cinquant’anni. «Resisteremo, non cederemo a chi vuole disperderci», ripetono. Dalla diaspora, soprattutto spagnola, arrivano rimesse. Soldi per avviare un’attività o comprare una vecchia auto e vendere passaggi. Esistono progetti di orti, avicoltura, produzione di porte. Nessun piano di sviluppo, a medio o lungo termine. «Siamo profughi e ce lo ricordiamo», insiste una giovane donna. Il popolo del deserto (in arabo: saharawi) ha nostalgia del mare.

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