Secret Service, Fbi e la polizia. Cosa non ha funzionato a Washington?
Il video da milioni di visualizzazioni dell'agente che corre nei pressi della sala dell'attacco. Il ruolo delle agenzie di sicurezza. E quella falla su cui si concentrano le indagini

L’agente è in borghese: completo blu. Imbraccia un'arma lunga tipo M4, procede veloce: avanzamento tattico in posizione chiusa per la riduzione dell’esposizione. Altri uomini della sicurezza gridano «move, move, move», «muovetevi, muovetevi, muovetevi», fanno segno a chi è lì intorno – operatori televisivi con tutte le attrezzature e personale del Washington Hilton dove si stava svolgendo la cena ufficiale dell’Amministrazione Trump con i corrispondenti di tutto il mondo – di «stare giù», di «stare bassi». L’agente urla una prima volta «where is it coming from?», «da dove arriva?», con riferimento all’origine dell’attacco e ai colpi appena uditi dentro la sala dell’evento. Qualcuno gli indica «di là, di là». Qualcuno dice: «We have got one down», «abbiamo un uomo colpito» (rimasto lievemente ferito). L'agente urla una seconda volta, più forte, «da dove arriva?», e poi una terza e una quarta, ancora più forte. Qualcuno dice «left», a sinistra. L'agente corre a sinistra. Urla «watch the crossfire», «attenzione al fuoco incrociato». Esce dall'inquadratura. Arrivano altri agenti in borghese, lo seguono. E poi gli uomini in divisa della Guardia Nazionale.
È stato questo il secondo reel più visto tra i tanti che Fox News – l’emittente più vicina all’Amministrazione americana – ha caricato sui social domenica, a decine, con aggiornamenti costanti. Nel primo pomeriggio il video aveva totalizzato 21 milioni di visualizzazioni. Il primo (più breve, 26 milioni di visualizzazioni) ritrae un agente del Secret Service fuori dall’hotel che, un’arma in pugno, chiede ai giornalisti di stare indietro. Gli altri reels, quelli che inquadravano da ogni possibile angolazione i momenti concitati degli spari nella ballroom – comprese le reazioni della First Lady Melania, velocissima a scattare al riparo sotto il tavolo; di Trump, portato via dal Secret Service e aiutato a rialzarsi dopo aver inciampato nel tappeto mentre chiedeva «cos’è successo?»; di Hegseth, alzato di peso da un agente e allontanato dentro il suo «all right», «va bene» – hanno totalizzato in media un milione di visualizzazioni.
La scena – questa, insieme a quella breve in esterno – racconta con efficacia l’America che, non a caso, finisce regolarmente nei film e nelle serie TV: armi e sicurezza. E il dibattito interno si sta concentrando inevitabilmente sulla falla nel dispositivo di difesa. In ballo ci sono il Secret Service, il Fbi, il Metropolitan Police Department of the District of Columbia (la polizia locale) e la National Guard. Il presidente Trump ha immediatamente elogiato l’operato del Secret Service. E molti, tra i giornalisti presenti all’evento, hanno confermato la professionalità dell’intervento tempestivo dell’agenzia federale. Che di segreto, beninteso, non ha quasi nulla. Perché non fa parte dell’intelligence: è nata nel 1865 per combattere la falsificazione della valuta statunitense, tanto che era alle dipendenze del Dipartimento del Tesoro, e solo nel 2003, due anni dopo l’11 settembre, è stata sottoposta al Dipartimento della Sicurezza interna, come apparato d’élite, altamente militarizzato (ma non militare), incaricato della protezione delle personalità chiave dell’Amministrazione (il presidente, il vicepresidente, le loro famiglie e i capi di Stato stranieri in visita). Il ruolo nell’individuazione della contraffazione e delle frodi finanziarie è rimasto, ma con minore esposizione.
L’attentatore, Tomas Allen, arrivato in treno dalla California, era entrato armato con fucile, pistola e coltelli al Washington Hilton, prenotando una stanza, due giorni prima. Potrebbe aver sfruttato una zona grigia (staff, fornitori). Il perimetro più esterno dell’hotel era sotto la giurisdizione della polizia locale. La National Guard entra in gioco (come infatti è accaduto) solo in caso di caos esteso. Mentre l'intelligence e la prevenzione rientrano nei compiti del Fbi. Almeno questo stabiliscono, in genere, procedure di coordinamento rigorosamente codificate. Ora sotto la lente c’è finito proprio l’Fbi. Il direttore, Kash Patel, sarebbe a rischio licenziamento: secondo quanto riferito da un alto funzionario della Casa Bianca a Politico, «è solo una questione di tempo». La fonte ha spiegato che le notizie negative circolate su Patel nelle ultime settimane «non offrono un’immagine positiva di un membro del governo» e che Trump sarebbe «stufo». Nei fatti, il Fbi e la polizia di Washington dovranno charire se e come sia possibile che un uomo armato in quel modo sia riuscito ad avvicinare uno degli eventi più sensibili della ita istituzionale statunitense, con il presidente e mezzo governo stipati dentro la sala di un hotel. E, al netto di tutte le teorie complottistiche totalmente sganciate da elementi di realtà che stanno circolando, è evidente che qualcosa ha funzionato, qualcosa, sicuramente, no.
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