Sangue, terrore, misericordia: la canzone di Springsteen per Minneapolis parola per parola
di Luca Miele
Il brano del “Boss” è dedicata al popolo della città, «ai nostri vicini immigrati innocenti e in memoria di Alex Pretti e Renee Good. Restate liberi». Nel solco della tradizione della canzone di protesta

Amadou Diallo, aveva 22anni, era uno studente guineano, viveva a New York, incappò, in una notte di febbraio del 1999, in un controllo della polizia. Un gesto “improvvido” - tentare di aprire il portafogli ed esibire i documenti - gli costò la vita. Fu crivellato da 41 colpi, gli stessi che risuonano come un mantra ossessionante nella canzone che Bruce Springsteen dedicò alla sua uccisione: “È una pistola? È un coltello? È un portafoglio? Questa è la tua vita / Non è un segreto / Nessun segreto amico mio / Puoi essere ucciso solo perché vivi nella tua pelle americana». Il battesimo invocato nella canzone, “siamo stati battezzati in queste acque/ e nel sangue l'uno dell'altro” – un’immagine che peraltro ossessiona l’intera produzione springsteeniana – addita il fondo oscuro sul quale sembra fondata la comunità americana: il delitto. Il sangue è tornato a imbrattare le strade americane. “Sagome di sangue/ là dove avrebbe dovuto esserci la misericordia”, canta, questa volta, il "Boss". La canzone è Streets of Minneapolis, i fatti sono quelli noti, la morte di Alex Pretti e Renee Good, uccisi da “sicari federali”, come urla con crudezza Springsteen, “la voce più autorevole, indipendente, empatica di quel Paese. L’unica in grado di riportare alle coscienze che la società è fatta di individui che hanno bisogno uno dell’altro, che facciano comunità, che vadano oltre ogni barriera di propri interessi meschini”, come ha scritto Paolo Vites.
Streets of Minneapolis evoca “gli stivali di un occupante”, descrive “i vetri rotti” e “le lacrime di sangue”, convoca alla resistenza (come accadeva in The Rising, l’album dedicato all’Undici settembre)”, chiama all’unità, alla solidarietà, attraverso la forma che forse è il portato più alto della cultura a stelle e strisce: il canto, qual canto che rotola dal dolore degli afroamericani fino a rimbombare nel più fragoroso rock’n roll”. “Nostra Minneapolis, sento la tua voce/ Cantare attraverso la nebbia di sangue/ Prenderemo posizione per questa terra/ E per lo straniero tra noi”. Blues, gospel, folk, rock, rap. La protesta attraversa tutti i generi musicali Usa: è un impasto fatto di cronaca, denuncia, capacità di abbracciare fatti tragici, riscattandoli dentro una dimensione corale. Una dimensione di senso. Tradurre la violenza in resilienza, la paura in slancio, l’isolamento in unione, le vite disperse in memoria collettiva: è questo il lavoro che fa la canzone di protesta, non importa se bella o brutta, ispirata o no. Il 28 gennaio 1948, un aereo che trasportava lavoratori stagionali messicani, forzatamente rimpatriati, si schiantò nel Canyon di Los Gatos, in California. Non ci furono sopravvissuti. La tragedia fu liquidata in fretta e furia, in fondo si trattava “solo” di braccianti. Woody Guthrie ne fece materia del brano "Deportee (Plane Wreck at Los Gatos Canyon)”. La voce per eccellenza del folk americano restituì un nome a quelle vittime, riparò le loro biografie. Omaggiò le loro vite. Ieri come oggi “sagome di sangue/ là dove avrebbe dovuto esserci misericordia”.
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