Prove di dialogo: l'incontro (storico) tra la leader dell'opposizione di Taiwan e Xi
di Luca Miele
Cheng Li-wun sarà domani in Cina per un “potenziale” faccia a faccia con il presidente. Il suo messaggio: «La guerra nello Stretto di Taiwan non è né inevitabile né necessaria». Tutte le opportunità e i rischi della “docilità” con Pechino

Per gli analisti dovrà muoversi su una corda tesa. Sul vuoto. La leader dell'opposizione taiwanese Cheng Li-wun sarà, da domani, in Cina per un “potenziale” incontro con il presidente Xi Jinping. Cheng guiderà una delegazione del Kuomintang (Kmt) a Jiangsu, Shanghai e Pechino dal 7 al 12 aprile, ha riferito l’agenzia cinese Xinhua. Non accadeva da dieci anni che un presidente del principale partito di opposizione di Taiwan, si recasse nella “tana del lupo”. Si tratta di una visita dalle valenze soltanto simboliche? O, al contrario, la “missione” può aprire scenari di cambiamento nella politica taiwanese? Una cosa è certa: la tempistica – il viaggio anticipa il faccia a faccia slittato a maggio tra il presidente Usa Donald Trump, impelagato nella guerra in Iran, e il “collega” cinese Xi Jinping – suggerisce che siamo davanti a “una mossa politicamente carica di significato” non priva però di rischi per la stessa Cheng.
La leader del Kuomintang sbarca a Pechino con un messaggio, più volte ribadito. Vuole dimostrare ai taiwanesi che "una guerra nello Stretto di Taiwan non è né inevitabile né necessaria". "La pace è l'unico fondamento per la prosperità e la speranza per il futuro di Taiwan", è il mantra ripetuto dal Kuomintang. Cheng, diventata leader pochi mesi fa, si è fatta promotrice della costruzione di un "ponte di pace" e punta a ritessere il dialogo tra le due sponde dello Stretto sul cosiddetto “Consenso del 1992”, un quadro che riconosce "una sola Cina" e che il Partito Progressista Democratico, al potere a Taipei dal 2016, ha a lungo respinto. Una linea che la avvicina alle posizioni di Pechino: se dovesse vincere le elezioni nel 2028, è verosimile un cambio di rotta della politica taiwanese più favorevole al Dragone.
Come scrive Asia Times, con il dialogo ufficiale tra Taipei e Pechino sostanzialmente congelato, il Kuomintang vuole accreditarsi come intermediario informale, rilanciando il binomio "pace e riconciliazione". Ma, così facendo e recandosi nella Cina continentale, Cheng Li-wun “potrebbe condurre il suo partito dritto in un campo minato politico”. Di fatto avvalorando un’altra narrazione: quella del partito di opposizione come uno strumento docile nelle mani di Xi. Per l'economista e commentatore politico taiwanese Wu Jia-lung “la visita serve a dimostrare che Xi ha un modo per penetrare nella politica interna di Taiwan e, attraverso il Kuomintang, bloccare il bilancio speciale per la difesa".
Un ostruzionismo che sta mettendo in difficoltà i piani di Taipei. Il Parlamento dell’isola, dominato dall'opposizione, ha bloccato l'approvazione del bilancio, congelando anche una proposta separata per 40 miliardi di dollari di spese militari aggiuntive. L'amministrazione del presidente Lai Ching-te, lo scorso agosto, ha annunciato che la spesa per la difesa aumenterà del 22,9% raggiungendo i 949,5 miliardi di dollari taiwanesi nel 2026. Con il 3,32% del prodotto interno lordo, la cifra supererà la soglia del 3% per la prima volta dal 2009.
Gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di armi a Taiwan per un valore di 11 miliardi di dollari a dicembre. Altri accordi sono in fase di negoziazione. Ma a Taiwan seguono gli sviluppi della guerra in Iran con grande preoccupazione, con un occhio alle conseguenze per la deterrenza che Washington ha a lungo mantenuto nell'Indo-Pacifico. Come scrive il sito di analisi The Conversation, “l'attuale crisi nello Stretto di Hormuz è stata seguita con attenzione a Taiwan come esempio di come la perturbazione di un punto strategico cruciale possa avere un impatto rapido sul mondo. Ciò solleva interrogativi sulla possibilità che dinamiche simili possano emergere nello Stretto di Taiwan e sulla preparazione degli attori esterni – inclusi gli Stati Uniti – a reagire. Gli Stati Uniti non sono stati in grado di impedire che la guerra con l'Iran si estendesse agli Stati del Golfo Persico. Questo solleva dubbi sulla possibilità di contenere una guerra per Taiwan o sulle sue possibili ripercussioni a livello regionale”.
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