«In Madagascar una Chiesa che non si arrende alle ferite dell'Africa»
Si celebra oggi l'Africa Day. Il vescovo di Ambatondrazaka racconta fede, povertà e sfide sociali in un Paese segnato da ingiustizie ma ricco di vita comunitaria

In occasione dell’Africa Day, incontriamo Orthasie Marcellin Herivonjilalaina (per tutti don Lalaina), dal 14 agosto 2024 vescovo di Ambatondrazaka in Madagascar e “ponte” tra due Chiese: quella malgascia e quella italiana. Prima di rientrare nel suo Paese, infatti, si è formato al sacerdozio in Italia, nel seminario di Reggio Calabria, e ha vissuto anche alcuni anni di ministero in riva allo Stretto. Ma non solo. Poi, prima di rientrare definitivamente nel Paese della terra rossa, ha esercitato il ministero sacerdotale in altre parti del Belpaese: Montevarchi, Matassino, Montanino e in Valdarno. È da questo doppio sguardo – africano e insieme segnato dall’esperienza ecclesiale italiana – che legge il presente del Madagascar: un popolo povero di mezzi, ma non rassegnato; ferito da ingiustizie e fragilità sociali, eppure capace di custodire una fede sincera, tenace, quotidiana e comunitaria.

Qual è la speranza più forte che vede nel suo popolo?
«Nella lingua francese ci sono due parole per dire la speranza: l’espoir e l’espérance . L’espoir è qualcosa di umano: tutti gli esseri umani sperano in una vita migliore, in una casa, in un lavoro, nel necessario. Anche chi non crede spera. L’espérance , invece, è la speranza della Bibbia, la speranza cristiana: una virtù teologale, un dono che viene da Dio. Per i cristiani la vera speranza è una persona: Gesù Cristo, che ci fa promesse, ci apre alla vita eterna, ci dice che tutto non finisce qui. Nel popolo malgascio vedo una speranza forte, anzitutto, di vivere e resistere nonostante tutto: c’è il senso della vita e della famiglia, il senso della solidarietà. E vedo anche una speranza profondamente cristiana: la domenica la gente viene a pregare nelle chiese. Nonostante la povertà materiale, il popolo è un popolo religioso. In fondo, la speranza più forte è proprio questa: continuare a vivere e, insieme, sperare in Dio, in Gesù Cristo».
Quali sono oggi le principali sfide sociali in Madagascar?
«Le sfide sono tantissime e ancora siamo lontani dal progresso umano e sociale. Le prime sono povertà e lavoro: c’è tanta povertà, poche persone davvero ricche e una grande maggioranza povera. Una causa della povertà è la mancanza di lavoro: non ci sono industrie, molti vivono di agricoltura, allevamento, piccoli commerci. Ma la popolazione cresce, i terreni restano gli stessi e senza lavoro fisso si diventa sempre più poveri. Poi c’è la sfida dell’educazione: la scuola non è obbligatoria e molti bambini, soprattutto nei villaggi, interrompono perché mancano soldi e materiali; anche l’università diventa spesso impossibile, perché bisogna pagare tutto. C’è la sanità: non abbiamo un sistema di assicurazione sanitaria; se sei malato e vai in ospedale devi pagare, e nei casi più gravi – operazioni, interventi – se non hai soldi rischi di morire. Un’altra sfida è l’ambiente: la maggior parte non ha accesso al gas e per cucinare usa legna e carbone, tagliando alberi; a volte si bruciano foreste per coltivare. Così l’ambiente si degrada. E poi ci sono corruzione e insicurezza: la corruzione è diffusa, una vera malattia, e in alcune zone ci sono furti e delinquenza».
Quali ferite toccano di più le famiglie e i giovani?
«Le ferite sono molte. Penso, per esempio, agli abusi sessuali sui bambini, che possono essere commessi anche dentro la stessa famiglia. Penso alle ferite che restano quando una persona muore perché non ha i soldi per pagare medico e ospedale. Penso alle ingiustizie: quando uno non “vince” in tribunale perché l’avversario ha più soldi, anche se non è dalla parte della verità – succede spesso nei processi per le proprietà terriere. Per i giovani è una ferita non poter studiare fino in fondo, la mancanza di lavoro, la sensazione di non avere un avvenire migliore. E poi c’è anche un malessere sociale: negli ultimi tempi abbiamo vissuto tensioni politiche con una partecipazione rilevante dei giovani; molte attese non sono state soddisfatte e i giovani continuano a rivendicare, a scendere in strada, a manifestare».
Qual è il ruolo concreto della Chiesa: dove arriva e cosa non riesce a fare da sola?
«La Chiesa cattolica cerca di rispondere a queste sfide dando il meglio di sé. È molto dinamica: oltre all’annuncio del Vangelo, attraverso le congregazioni religiose maschili e femminili si occupa di educazione e formazione di bambini e giovani, di salute, di promozione delle donne. Alcune scuole diocesane cominciano ad avere anche realtà di istruzione superiore; e sul fronte sanitario ci sono ospedali e dispensari, cura degli ammalati e degli anziani. Senza la Chiesa cattolica in Madagascar la gente soffrirebbe di più: lo Stato fa qualcosa, ma spesso il minimo, e comunque fa pagare. Però il Madagascar è grande e ci sono luoghi lontani, difficili da raggiungere, dove le congregazioni non arrivano ancora. Per questo serve una cooperazione: c’è bisogno di una partecipazione più attiva dello Stato, dei suoi servizi, dei medici. Alcune risposte non si possono dare da soli, la Chiesa cattolica non può fare tutto, quindi ci dovrebbe essere una cooperazione fra lo Stato e la Chiesa».
Se potesse far vedere ai nostri lettori una sola scena della vita quotidiana in Madagascar, quale sceglierebbe?
«Nel villaggio la gente si alza presto, quando spunta il sole, e va a dormire presto quando fa buio, perché spesso manca l’elettricità: si usano petrolio o candele, qualcuno ha piccoli pannelli solari. Poi si va a lavorare nei campi, nelle risaie; si cucina lì, si mangia a mezzogiorno e si continua nel pomeriggio, rientrando la sera. Di solito c’è un mercatino dove si vende e si compra. Ma in quel mercatino c’è anche un problema: alcuni – uomini e donne – bevono alcol per stanchezza o per dimenticare le difficoltà. Ci sono uomini che tornano ubriachi e trattano male mogli e figli. Come vescovo, nelle catechesi e nelle omelie dico sempre agli uomini di non trattare male gli altri, ma di amarsi davvero: che i genitori pensino al futuro dei figli, che marito e moglie gestiscano insieme quel poco che hanno, condividano tutto. La vita di una vera famiglia è questa».
Molti africani sognano l’Europa: cosa sente di dire a chi parte e a chi resta?
«Molti malgasci sognano di uscire dal Paese per trovare una vita migliore: per studiare e poi trovare un lavoro, perché in Madagascar mancano i lavori e gli stipendi sono molto bassi. Un insegnante può arrivare a circa 80 euro al mese; in Europa lo stipendio minimo è molto più alto. Chi parte spesso ha intenzione non solo di migliorare la propria vita, ma di aiutare la famiglia, i parenti, gli amici rimasti in Madagascar. Però c’è anche chi vorrebbe partire e non può: non riesce a fare documenti e pratiche e resta con una delusione dentro. È un desiderio di futuro che dice, in fondo, quanto bisogno abbiamo di condizioni più giuste nel nostro Paese».
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