Cosa c'entra la Pentecoste con la fine delle guerre (ha a che fare con la capacità di parlarsi)

Due riflessioni sulla solennità che si celebra oggi, 50 giorni dopo la Pasqua. Stamattina la Messa in San Pietro di Leone XIV
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May 24, 2026
Jean Restout (1692-1768), Pentecoste, 1732. Museo del Louvre, Parigi / ALAMY
Jean Restout (1692-1768), Pentecoste, 1732. Museo del Louvre, Parigi / ALAMY
La solennità di Pentecoste, che si celebra oggi, conclude il tempo pasquale e fa memoria del dono dello Spirito Santo agli apostoli, evento che segna l’inizio della missione della Chiesa nel mondo. È un mistero che parla ancora oggi di unità, di rinnovamento e di testimonianza, cuore della vita cristiana. Questa mattina alle 10 il Papa presiederà in San Pietro la solenne Messa di Pentecoste. Alle 12, poi, reciterà il Regina Caeli: sarà l'ultimo per quest'anno, perché da domenica prossima, Santissima Trinità (solennità che si colloca nel Tempo Ordinario), si tornerà a pregare l'Angelus. Il senso profondo della celebrazione di oggi sarà approfondito nei due contributi che seguono, dedicati alle prospettive bibliche, liturgiche e teologiche della Pentecoste, approfondite da un teologo biblista di rito romano, Gianni Carozza, sacerdote dell'arcidiocesi di Chieti-Vasto, e da un pastore di rito orientale, Manuel Nin, monaco, vescovo ed esarca apostolico di Santa Maria di Grottaferrata. Due riflessioni che aiutano a cogliere la bellezza e le diverse accentuazioni di questa solennità, che in realtà parla anche al nostro tempo, segnato da tensioni internazionali, conflitti. Ancora una volta la liturgia e le celebrazioni della Chiesa si dimostrano capaci di parlare non solo ai credenti ma all'umanità intera. O almeno a coloro che hanno l'umiltà di mettersi in ascolto.

Dio parla tutte le lingue del mondo

di Gianni Carozza
Tra le pagine del Nuovo Testamento, il racconto della Pentecoste (At 2,1-11) occupa un posto singolare. Non soltanto perché descrive la nascita pubblica della Chiesa, ma perché offre una delle più alte interpretazioni bibliche del rapporto tra Dio, la parola e la storia umana. Il secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, infatti, non narra semplicemente un evento prodigioso accaduto cinquanta giorni dopo la Pasqua: costruisce, attraverso simboli e richiami all’Antico Testamento, una vera teologia della comunicazione universale del Vangelo. L’evangelista Luca colloca l’evento nel giorno della Pentecoste ebraica, la festa che, nel giudaismo del tempo, commemorava il dono della Legge sul Sinai. Non si tratta di una coincidenza cronologica, ma di una precisa scelta teologica. I segni che accompagnano la discesa dello Spirito - il fragore dal cielo, il vento impetuoso, il fuoco - rinviano volutamente alle antiche manifestazioni divine dell’Esodo. Come sul Sinai Dio aveva dato a Israele la Torah, così ora dona il suo Spirito alla comunità dei discepoli. La Pentecoste cristiana appare dunque come il compimento della prima alleanza: non più una legge incisa sulla pietra, ma una presenza divina che agisce dall’interno dell’uomo e della comunità.
In questa prospettiva acquistano significato anche i dettagli narrativi apparentemente più spettacolari. Il vento, nella tradizione biblica, richiama il «soffio» creatore di Dio; il fuoco indica la sua santità e la sua energia trasformatrice. Ma l’elemento decisivo del racconto non è il prodigio visibile. Luca concentra l’attenzione soprattutto su ciò che accade alla parola. Gli apostoli iniziano a parlare e, sorprendentemente, ciascuno dei presenti li comprende nella propria lingua. La meraviglia degli ascoltatori non nasce dal fatto che gli apostoli parlino lingue sconosciute, quanto dal fatto che il messaggio risulti immediatamente intelligibile a popoli differenti. È qui che il testo rivela la sua profondità simbolica. Pentecoste si presenta come il rovesciamento di Babele. Nel racconto della Genesi, l’umanità aveva cercato un’unità costruita sul dominio e sull’autosufficienza; il risultato era stato la confusione delle lingue e la dispersione. Negli Atti, invece, la pluralità delle lingue non viene eliminata, ma attraversata da una comprensione nuova. L’unità prodotta dallo Spirito non cancella le differenze culturali, linguistiche o storiche: le rende comunicanti.
Questo aspetto è decisivo anche dal punto di vista storico e culturale. Il cristianesimo nasce all’interno di un ambiente linguisticamente e religiosamente definito. Gesù ha parlato in aramaico, si è rivolto anzitutto a Israele e ha condiviso le coordinate culturali del giudaismo del suo tempo. Tuttavia il racconto della Pentecoste afferma che quella parola, senza perdere la propria origine concreta, è destinata a superare ogni frontiera. La missione universale della Chiesa non nasce dunque da una strategia di espansione religiosa, ma dalla struttura stessa dell’evento cristiano: il Vangelo è, fin dall’inizio, traducibile. La storia successiva del cristianesimo confermerà questa intuizione lucana. Poche tradizioni religiose hanno mostrato una simile capacità di attraversare lingue, civiltà e continenti. Il cristianesimo non ha conservato una lingua sacra unica e obbligatoria; ha tradotto le Scritture, la liturgia e la riflessione teologica nei linguaggi dei popoli incontrati lungo i secoli. Naturalmente questo processo ha conosciuto tensioni, conflitti e persino ambiguità storiche, ma resta significativo che il nucleo originario del racconto di Pentecoste contenga già questa apertura universale.
Proprio qui emerge anche un elemento di sorprendente attualità. In un’epoca segnata da comunicazioni rapidissime e da connessioni globali, la difficoltà di comprendersi sembra paradossalmente aumentare. Si moltiplicano i linguaggi, ma si assottiglia lo spazio dell’ascolto reciproco; cresce la possibilità tecnica di comunicare, ma si frammentano le appartenenze culturali e simboliche. Il testo degli Atti suggerisce che il problema decisivo non sia la diversità delle lingue, bensì la capacità di abitare tale diversità senza trasformarla in estraneità. La Pentecoste, letta in questa chiave, non appare soltanto come un episodio delle origini cristiane, ma come una visione dell’umano. L’unità autentica non coincide con l’omologazione, e la differenza non implica necessariamente divisione. Lo Spirito descritto da Luca non crea una massa indistinta, ma una comunione capace di custodire le identità senza assolutizzarle. Per questo il racconto conserva ancora oggi una forza che va oltre l’ambito strettamente religioso. In esso prende forma l’idea che ogni autentica parola umana debba poter essere compresa dall’altro senza cessare di essere se stessa. È probabilmente questa la vera posta in gioco della Pentecoste: non il miracolo di un istante, ma la possibilità, sempre fragile e sempre necessaria, di una lingua comune dentro la pluralità del mondo.
Santa Maria di Grottaferrata. Icona della Pentecoste, XII secolo
Santa Maria di Grottaferrata. Icona della Pentecoste, XII secolo

La Pentecoste nel rito bizantino: una convocazione all'unità

di Manuel Nin
La festa della Pentecoste è una festa liturgica importante, e si celebra in tutte le liturgie cristiane la domenica, cinquantesimo giorni dopo la Pasqua, ed è una delle feste più antiche del calendario cristiano. Già nel III secolo ne parlano Tertulliano ed Origene, e la indicano come festa celebrata annualmente, e poi già nel IV secolo entra a far parte del patrimonio teologico liturgico delle diverse Chiese. La peregrina Egeria poi ne indica la celebrazione a Gerusalemme nella seconda metà del IV secolo. L’icona della Pentecoste normalmente ritrae gli apostoli, in due gruppi, con Pietro e Paolo presiedendo ognuno dei due. Si tratta soprattutto di un’icona liturgica; in essa gli apostoli sono radunati come nella celebrazione della liturgia, come una concelebrazione attorno al trono vuoto, preparato per accogliervi Cristo. La presenza di Pietro e Paolo nell’icona sottolinea la presenza di tutta la Chiesa in attesa dello Spirito Santo e da lui stesso radunata. L’icona mette in luce come la Chiesa nasce in una situazione di profonda comunione tra gli apostoli, in un contesto di cui dovrebbe scaturirne anche la comunione per tutta la Chiesa, per tutto il mondo.
I tropari (inni e canti liturgici tipici della tradizione cristiana bizantina, ndr) dell'ufficiatura bizantina della Pentecoste hanno un carattere marcatamente trinitario, e diventano quasi un canto liturgico del simbolo di fede niceno costantinopolitano. Uno di essi è nella sua prima parte tutta una professione di fede trinitaria; quindi, nella seconda parte diventa una parafrasi del canto liturgico del Trisaghion -«Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale»-, letto in chiave chiaramente trinitaria: «Venite, popoli, adoriamo la Deità trisipostatica: il Figlio nel Padre insieme al santo Spirito. Il Padre infatti ha atemporalmente generato il Figlio coeterno e con lui regnante, e lo Spirito santo era nel Padre, glorificato insieme al Figlio; una sola potenza, una sola sostanza, una sola divinità che noi tutti adoriamo dicendo: Santo Dio, che tutto hai creato mediante il Figlio, con la sinergia del santo Spirito; Santo forte, per il quale abbiamo conosciuto il Padre e per il quale lo Spirito santo è venuto nel mondo; Santo immortale, o Spirito Paraclito, che dal Padre procedi e nel Figlio riposi. Triade santa, gloria a te». Mentre le Chiese di tradizione siriaca e le altre Chiese anticalcedoniane leggono ed adoperano il Trisaghion in chiave cristologica, questo tropario manifesta evidentemente la lettura trinitaria che ne fanno le Chiese di tradizione bizantina.
Diversi dei testi liturgici della festa fanno tutto un parallelo tra Babele e Pentecoste; la prima luogo di confusione e di divisione, la seconda luogo di concordia e di lode: «Un tempo si confusero le lingue per l’audacia che spinse a costruire la torre, ma ora le lingue sono riempite di sapienza per la gloria della scienza divina. Là, Dio condannò gli empi per la loro colpa, qui il Cristo illumi­na i pescatori con lo Spirito. Allora si produsse come castigo l’impossibilità di parlarsi, adesso si inau­gura la concorde sinfonia delle voci per la salvezza delle anime nostre… Quando discese a confondere le lingue, l’Altissimo divise le genti; quando distribuì le lingue di fuoco, convocò tutti all’unità. E noi glorifichiamo ad una sola voce lo Spirito tutto santo».
Due dei tropari dell'ufficiatura del vespro sono un commento dell'’icona della festa: la potenza dello Spirito Santo effusa sugli apostoli, il dono delle lingue: «Poiché le genti ignoravano, o Signore, la potenza dello Spirito santissimo effusa sui tuoi apostoli, attri­buivano a ubriachezza l’alternarsi delle diverse lingue. Ma noi, che da loro siamo stati confermati, incessan­temente così diciamo: Il tuo santo Spirito non togliere da noi, o amico degli uomini, te ne preghi­a­mo… Signore, l’effusione del tuo santo Spirito che ha colmato i tuoi apostoli, li ha resi capaci di parlare in lingue straniere: il prodigio pareva dunque ubriachezza agli increduli, ma, per i credenti, era apportatore di salvez­za. Rendi degni anche noi dell’illu­minazione del tuo Spirito, o amico degli uomini, te ne preghiamo».
Sempre nei testi liturgici della festa, troviamo due tropari che sono a loro volta entrati nella celebrazione quotidiana della liturgia bizantina. Il primo è il tropario: «Re celeste, Paraclito, Spirito della verità, tu che ovunque sei e tutto riempi, tesoro dei beni ed elargitore di vita, vieni ed abita in mezzo a noi, purificaci da ogni macchia e salva, o buono, le anime nostre»; questo testo è diventato l’invocazione iniziale dello Spirito Santo che incomincia tutte le celebrazioni liturgiche bizantine lungo l’anno liturgico, eccetto il periodo pasquale. Il secondo tropario: «Abbiamo visto la luce vera, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la fede vera, adorando l’indi­visibile Trinità: essa, infatti, ci ha salvati»; è il testo che si canta immediatamente dopo aver ricevuto la comunione ai santi Doni del Corpo e del Sangue di Cristo. I Doni santificati dallo Spirito Santo diventano per coloro che li ricevono luce veritiera, fede vera e lode alla santa Trinità.
«Benedetto sei tu, Cristo Dio nostro: tu hai reso sapientissimi i pescatori, inviando loro lo Spirito santo, e per mezzo loro hai preso nella rete l’uni­ver­so. Amico degli uomini, gloria a te». Questo tropario inquadra tutta la festa della Pentecoste nella tradizione bizantina e la sua stessa icona: grazie al dono dello Spirito Santo i discepoli portano al mondo la buona novella: il Padre, per mezzo del Figlio manda lo Spirito Santo alla Chiesa, a ognuno dei suoi discepoli. Se la Pentecoste cristiana - il dono dello Spirito alla Chiesa - comincia il giorno che ci viene descritto negli Atti degli Apostoli, essa non vi rimane chiusa, ma continua a farsi presente - lo Spirito Santo - ogni giorno nella vita della comunità e nella vita di ognuno dei fedeli che lo invoca con fede. L’epicle­si eucaristica fatta ogni giorno sui Santi Doni è una invocazione dello Spirito Santo sui Doni e sui fedeli: «Ancora ti offriamo questo culto spirituale e incruento, e ti invochiamo, preghiamo e supplichiamo: manda il tuo Spirito Santo su di noi e su questi doni a te offerti... Perché diventi, per coloro che ne partecipa­no, purificazione dell’anima, remissione dei peccati, comunione del tuo Spirito Santo, pienezza del regno, fiducia davanti a Te...».

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