Perché il controllo dell'acqua tra India e Pakistan può scatenare un conflitto "dormiente"
di Luca Miele
La pericolosa fiammata di guerra avvenuta un anno fa tra i due Paesi nella contesa regione del Kashmir ha riacceso i riflettori sui rischi di uno scontro tra potenze nucleari, con effetti possibili su tutta l'Asia. Le tensioni per la gestione delle risorse idriche e le previsioni di crescita demografica nei prossimi anni saranno fattori decisivi

L’ultima, pericolosa, fiammata si è consumata lo scorso anno. Per una manciata di giorni, India e Pakistan sono stati sull’orlo di un nuovo conflitto. Il 22 aprile del 2025, un attentato terroristico nella tormentata (e contesa) regione del Kashmir, che ha causato 26 morti, ha spinto l’India a lanciare l'operazione “Sindoor” con attacchi missilistici diretti contro il Pakistan, accusato di offrire protezione ai gruppi terroristici nella regione. Islamabad ha reagito con l’operazione “Bunyan-um-Marsoos”, attaccando alcune basi militari sul territorio indiano. Le ostilità sono terminate il 10 maggio 2025 grazie a un accordo di cessate il fuoco. Entrambe le parti che hanno rivendicato la vittoria sul terreno.
La diplomazia è dunque riuscita a ricucire, evitando che quello che gli analisti catalogano come un conflitto “dormiente” tra i più pericolosi al mondo, riesplodesse con violenza, trascinando i due Paesi nell’ennesimo confronto militare. Non si tratta di un rischio “minore”: l'escalation del conflitto tra due delle principali potenze militari della regione rischia di destabilizzare l'intera Asia. E non solo. Entrambe le nazioni sono potenze nucleari: secondo le stime del Center for Arms and Non-proliferation, l'India possiede 180 testate nucleari, il Pakistan circa 170. Un conflitto, che contempli l’uso di armi atomiche, potrebbe avere conseguenza catastrofiche.
Ma c’è un’altra guerra che si sta combattendo dentro la guerra tra India e Pakistan. È una guerra silenziosa, sotterranea, subdola. Ma altrettanto inquietante: è la contesa per l’acqua. Siamo davanti alla “curvatura” tragica che caratterizza sempre più la guerra contemporanea: una guerra ridefinita e praticata come un conflitto di infrastrutture, nella quale i sistemi civili critici – le reti energetiche e di comunicazione, gli snodi di trasporto e approvvigionamento idrico – si trasformano in obiettivi strategici primari. Un cambiamento – scrive l’European Union Institute for Security studies - che «riflette l’allontanamento dagli scontri puramente incentrati sul campo di battaglia, curvandola appunto verso la “difesa totale” o guerra ibrida, in cui interrompere la capacità di funzionamento di una nazione è altrettanto cruciale quanto neutralizzare il suo esercito».
Una deriva che proprio per l’indistinguibilità degli obiettivi da centrare finisce per colpire soprattutto i civili. La posta in gioco, per i due Paesi, è altissima: da un bene primario come l’acqua, da questa risorsa che rischia di diventare sempre più “scarsa” dipende la sopravvivenza di milioni di persone. Come sottolineano dal Lowy Istitute, «in una regione già provata da vulnerabilità ecologiche e insicurezza alimentare, le ritorsioni in ambito idropolitico potrebbero avere conseguenze catastrofiche». E la trasformazione dell’acqua in un’arma politico-militare minaccia di avere costi umanitari ed ecologici altissimi.
Che l’acqua sia nel mirino, lo conferma la decisione dell’India, annunziata già all’indomani degli scontri dello scorso anno, di sospendere il “Trattato sulle acque dell'Indo”, una decisione che potrebbe travolgere il sistema di norme che hanno regolato la politica idrica della regione per decenni. Siamo davanti, denunciano gli analisti, «al segnale inequivocabile di una crescente propensione a utilizzare i trattati come strumenti di pressione politica».
Quale è stata la motivazione adotta dal gigante asiatico? Per la prima volta dal 1960, come ha riportato la stampa indiana, New Delhi «ha formalmente vincolato il futuro del Trattato sulle acque dell'Indo al continuo utilizzo del terrorismo da parte del Pakistan come strumento di politica statale». Il messaggio lanciato dalla leadership indiana è chiaro: «Una normale cooperazione non può coesistere con un'ostilità anormale».
Il trattato, mediato dalla Banca Mondiale nel 1960, ha tracciato un compromesso delicato ma duraturo: l'India avrebbe controllato i tre fiumi orientali (Ravi, Beas, Sutlej), mentre al Pakistan si sarebbe affidato ai tre fiumi occidentali (Indo, Jhelum, Chenab), con un limitato utilizzo – “non a scopo di consumo” – consentito all'India. Come scrive il sito di analisi Responsible Statecraft, cruciale, in questo articolato sistema, è la diga di Shahpur Kandi, situata al confine tra Punjab e Jammu e Kashmir. La struttura «non bloccherà completamente il flusso d'acqua del fiume Ravi, ma ridurrà efficacemente l'eccesso di acqua fluviale che confluisce in Pakistan». In pratica consentirà all'India di “catturare” e incanalare l'acqua che in precedenza veniva lasciata scorrere a valle senza essere sfruttata.
Il completamento della diga potrebbe essere solo una parte di una «strategia più ampia volta ad aumentare il costo per il Pakistan di quello che l’India considera un comportamento scorretto», ha spiegato Christopher Clary, ricercatore per l'Asia meridionale dello Stimson Center. Quali possono essere, allora, le conseguenze a lungo termine della sospensione del trattato? Innanzitutto militari. La decisione dell'India di sospendere il trattato ha già spinto, come era prevedibile, il Pakistan a lanciare una (velata) minaccia nucleare all’indirizzo dell’India. Un blocco delle risorse idriche, assegnate al Pakistan in base al trattato costituirebbe un «atto di guerra» e che, come risposta, prenderebbe in considerazione «l’intero spettro della potenza nazionale», ha fatto sapere Islamabad.
In gioco c’è la sopravvivenza dell’intero settore dell'agricoltura pachistana, che sarebbe pesantemente danneggiata dall’interruzione dell’approvvigionamento idrico. «La decisione dell'India di sospendere il trattato e di non divulgare i dati idrologici – scrive il sito di analisi Think Global Health – compromette la capacità del Pakistan di prepararsi a inondazioni e siccità, nonché la sua capacità di allocare le risorse idriche interne e la stabilità del settore agricolo, danneggiando la popolazione e l'economia del Pakistan a valle. Islamabad dipende fortemente dal bacino dell'Indo e una diminuzione o un rallentamento del flusso avrebbe probabilmente un impatto sostanziale. Circa il 96% delle risorse idriche rinnovabili medie annue del Pakistan (229 miliardi di metri cubi) proviene dal fiume Indo».
Una cosa è certa: l’intero sistema delle relazioni internazionali passerà attraverso l’imbuto della gestione delle risorse idriche. Secondo alcune stime, entro il 2050, la popolazione del Pakistan raggiungerà i 403 milioni dagli attuali 240 milioni, e quella dell'India supererà 1,69 miliardi. Nel solo bacino dell'Indo, la popolazione indiana supera i 100 milioni. Se gli attuali tassi di consumo idrico dovessero persistere, «si prevede che entro il 2030 la carenza idrica raggiungerà il 52% nella porzione indiana del bacino dell'Indo e il 50% in quella pachistana». Una sfida esiziale per Islamabad e New Delhi. Dalla gestione dell’acqua dipenderà se i due Paesi imboccheranno la strada della pace o della guerra.
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