mercoledì 3 ottobre 2018
La presidente, di fatto, è finita sotto accusa da parte dell'Onu per essersi rifiutata di denunciare le atrocità commesse dai militari nei confronti della minoranza islamica dei Rohingya
La leader biurmana Aung San Suu Kyi

La leader biurmana Aung San Suu Kyi

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Dopo il voto del Parlamento, il Canada ha revocato formalmente la cittadinanza onoraria ad Aung San Suu Kyi, la leader birmana premio Nobel per la Pace, finita sotto accusa per essersi rifiutata di denunciare le atrocità commesse dai militari nei confronti della minoranza islamica dei Rohingya. Si tratta della prima volta in cui una simile iniziativa viene presa dal Paese nordamericano che ha concesso un simile riconoscimento a sole altre cinque persone, tra cui Nelson Mandela, il Dalai Lama e l'attivista pakistana Malala Yousafzai.
La decisione è stata approvata dal Senato dopo che aveva già ricevuto il via libera la settimana scorsa dalla Camera bassa. La cittadinanza onoraria era stata concessa alla leader birmana nel 2007 alla luce della sua instancabile battaglia contro la giunta militare al potere in Myanmar che l'aveva costretta per decenni agli arresti domiciliari.
Ma la normalizzazione interna e il suo ritorno alla vita politica sono stati danneggiati dal suo rifiuto di riconoscere il genocidio compiuto dalle forze armate nei confronti dei Rohingya, costretti dall'ultima ondata di violenza nel 2017 a fuggire in massa nel vicino Bangladesh, con oltre 700mila sfollati. La minoranza islamica viene considerata straniera in Myanmmar, Paese dove il 90% della popolazione è buddista.
Un atteggiamento che ha richiamato su Aung San Suu Kyi molte critiche internazionali. E la situazione non è migliorata dopo l'arresto e la condanna a sette anni di carcere di due giornalisti della Reuters che stavano indagando proprio sulle atrocità contro i Rohingya compiute nello stato del Rakhine: nonostante gli appelli arrivati da più parti, compresa Amal Clooney, avvocato dei reporter, la leader birmana ha difeso la loro condanna perchè sono stati riconosciuti "colpevoli dal tribunale di aver infranto la legge sui segreti ufficiali".

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