sabato 9 luglio 2022
I manifestanti hanno invaso la residenza del capo dello Stato. Non si sa dove sia Rajapaksa. In fiamme anche la casa del premier che lascia: si profila un governo di unità nazionale
La gente alla fame assalta il Palazzo: presidente in fuga
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Dopo mesi di tensione sfociata spesso nell’aperta rivolta e nella repressione, la crisi dello Sri Lanka è esplosa sabato costringendo alla fuga il presidente Gotabaya Rajapaksa e portando centinaia di persone a occupare il palazzo presidenziale e a saccheggiarne le cucine e le scorte di cibo. Decine di persone si sono poi tuffate nella piscina all’interno della residenza in una sorta di gesto liberatorio. Il capo dello Stato, preso in custodia dai militari che lo considerano ancora legittimamente in carica, si troverebbe in una località ignota. Il governo, affidato solo due mesi fa a Ranil Wickremesinghe – un tempo indomabile avversario della famiglia Rajapaksa ma che ad essa si è unito negli ultimi anni –, si è dimesso dopo avere annunciato la strada di un governo di unità nazionale a cui i leader di partito si sono già dichiarati favorevoli. In serata, però, anche la residenza ufficiale del premier è stata invasa e bruciata dai manifestanti.

La giornata era iniziata con molte migliaia di oppositori che, nonostante il coprifuoco decretato venerdì dai militari, si erano radunati nella capitale Colombo per chiedere l’uscita di scena del presidente e della sua famiglia. Il provvedimento restrittivo era stato ritirato per la pressione delle forze politiche, delle organizzazioni per i diritti umani e dei magistrati che avevano minacciato azioni legali contro il i vertici dell’esercito. In questo modo è stato lasciato campo libero alla protesta che, nonostante gli scontri con la polizia che hanno fatto una trentina di feriti e contusi, ha travolto ogni residua barriera fisica e ideologica al cambio di regime. I tempi erano maturi, dato che – nonostante potesse ancora godere di un’ampia base elettorale – si era esaurita la tolleranza della popolazione verso la guida ininterrotta da quasi un ventennio del clan Rajapaksa, che si è contraddistinta per una gestione incompetente e rapace del Paese. Non solo portando al fallimento una economia un tempo florida, ma cercando anche di reprimere ogni dissenso facendo leva sull’identità cinghalese e buddhista della maggioranza e sulla condivisione dei benefici con i vertici delle forze armate e dei servizi di sicurezza.

Nonostante le accuse internazionali di violare libertà e diritti, sono state anche le “carta” nazionalista e la continua azione repressiva verso le minoranze a garantire ai Rajapaksa la permanenza al potere con varie cariche pubbliche dal 2004 al 2015 e, poi, il loro ritorno con le sorprendenti affermazioni nelle elezioni amministrative del 2018 e presidenziali del 2019. Elezioni che hanno portato al culmine il potere dinastico sotto la presidenza di Gotabaya Rajapaksa con il fratello Mahinda Rajapaksa come premier e il figlio, Lakshman, come ministro dello Sport; il fratello Basil ministro delle Finanze e altri parenti posizionati in posti-chiave dell’amministrazione civile e della struttura militare.

Nonostante i pochi lusinghieri risultati sul piano delle libertà e della democrazia, nella “Perla dell’Oceano indiano” fame e povertà sembravano ben lontane fino a pochi anni fa. Il Paese aveva raggiunto un buon livello di reddito ed era stato tra i beneficiari dei programmi di ricostruzione e sviluppo dopo il disastroso tsunami del 26 dicembre 2004.

Poi incapacità gestionale, nepotismo e corruzione, un fardello ormai insostenibile di debito – accumulato spesso più per tornaconto personale dei leader e opportunità politiche che per le necessità del Paese –, hanno cambiato la situazione al punto che, stima il Programma alimentare mondiale, un terzo della popolazione non ha la possibilità di acquistare il cibo necessario. Il 61 per cento si trova alle prese con la necessità di ridurre quantità e qualità degli alimenti per i prezzi alle stelle, risultato della convergenza di inflazione elevata, costo dei combustibili e scarsità di risorse primarie.

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