venerdì 7 dicembre 2018
Ricostruzione lenta dopo il Daesh. E la rivoluzione «non è felice». I progetti Focsiv per profughi e donne
Le macerie a Raqqa a ormai un anno dalla cacciata del Daesh

Le macerie a Raqqa a ormai un anno dalla cacciata del Daesh

Ricominciare, dopo che una ferita ha segnato il corpo e di certo, a tutti, ha paralizzato l’anima. Ricominciare «con gli occhi di un bambino», capaci di vedere dopo l’emergenza un nuovo traguardo. E scoprire che «anche un mondo ferito si può colorare di speranza». In Medio Oriente c’è chi la guerra l’ha vista materializzarsi sotto casa; chi è divenuto profugo; e chi, accogliendo, ha visto la sua vita cambiare. Per questo le Ong del consorzio Humanity (Ass. Realmonte, Celim, Engim, Fondazione Buon Pastore, Fundacion Promocion Social, FMSI, Punto Missione) con Focsiv rilanciano per il terzo anno la sfida: «Ricominciamo da loro», da chi – nell’età dei giochi – si trova in un campo profughi, in una scuola nei container, o in una città distrutta da un assedio. Stare fianco a fianco, quest’anno con una attenzione particolare alla resilienza: l’arte di superare il dolore di una perdita, per trovare la forza per ripartire. A fianco di chi è stato ferito, i cooperanti di Focsiv, accompagnano l’uscita dalla prima emergenza e creano le condizioni per tornare a casa. Ricominciare. E ricostruire. Qui tutti gli aggiornamenti sulla campagna. RICOMINCIAMO DA LORO. DONA ORA. Per Posta con il CCP n° 47405006 intestato a: FOCSIV, causale: Avvenire per Emergenza Siria - Kurdistan. BANCA ETICA IBAN: IT 02 J 05018 03200 0000 11796695 intestato a: FOCSIV FOR HUMANITY. ON LINE sul sito «humanity.focsiv.it».

A un anno dall’arrivo delle Forze democratiche «si vive solo al piano terra» perché i palazzi sono distrutti «Servono coperte e stufe per far superare l’inverno a mille famiglie» Inviato a Damasco La chiamano ancora «dawar al-jaim», la “rotonda dell’inferno”, il rondò di Raqqa dove il Daesh, davanti a obiettivi pronti a “sparare” il terrore sui social e sulle tv, compiva le esecuzioni di massa. Qualcuno, ora che la rotonda è stata completamente sgomberata, vorrebbe costruire una statua per celebrare la liberazione: era il 17 ottobre di un anno fa quando le “Syrian democratic forces” presero possesso anche dello stadio e dell’ospedale, sgominando le ultime sacche di resistenza dei “diavoli neri” del Califfato. L’esultanza delle soldatesse curde entrate sulla piazza con le bandiere gialle delle Forze democratiche, ha lasciato il posto a una ricostruzione che va troppo a rilento.

«Si vive solo al piano terra», spiega Marco Pala, coordinatore Focsiv in Kurdistan. Chi è rientrato nell’ex “capitale” del Daesh in Siria, ora per forza vive ad altezza della strada, perché i piani alti sono tutti inagibili in una città non più “massacrata nel silenzio” – come accusava il titolo del famoso blog dei giornalisti resistenti – ma “dimenticata” nel silenzio dei Grandi. In un anno, al più, si sono rimosse le macerie dai viali centrali ma chi cerca la sua vecchia abitazione rischia di saltare in aria su una mina nascosta fra i detriti. Prima la battaglia casa per casa fra i miliziani di al-Nusra e del Libero esercito siriano contro quelli del Daesh che tra la fine del 2013 – il 29 luglio venne rapito padre Paolo Dall’Oglio – e l’inizio del 2014 presero a palmo il controllo della città ribelle ad Assad. Poi per 3 anni sotto il tallone della sharia, fu la “capitale” dell’internazionale del terrore, con combattenti anche dell’Europa, oltre che da Medio Oriente e Nordafrica, per sostenere il “nazijihadismo” di al-Baghdadi.

Un passato troppo pesante per voltare pagina con agilità in una città dove sono tornati solo un quarto del milione di abitanti e che è il simbolo di uno Stato che non c’è. Al di fuori del territorio storico del Rojava – il Kurdistan siriano – al centro di una fertilissima pianura vicino alla diga al-Assad, è il più grande centro della Siria che si op- pone ad Assad ma che Russia e Turchia – che in settembre si sono accordato per spartirsi l’ultima provincia ribelle di Idlib – preferiscono quasi non menzionare ai tavoli delle trattative. Per questo la ricostruzione va a rilento, come le chiatte che attraversano il Tigri al confine con il Kurdistan iracheno, l’unica frontiera aperta. Una città fantasma che del Rojava ha assunto ideologia e sistema di governo. Il Consiglio cittadino è il vero organo di auto-governo, con commissioni che gestiscono i vari settori della vita pubblica. Il Libero esercito siriano, i ribelli dell’esercito di Assad, collaborano con il Ypg - le Unità di propalmo tezione del popolo – molto vicine al Pkk turco. Un partito unico che garantisce libertà civili alle minoranze, ma non accetta facilmente il dissenso interno.

Così la sbandietara «rivoluzione umana», specie per turcomanni e cristiani è una curdizzazione forzata che inizia nei programmi per le scuole da poco riaperte. Una rivoluzione «non felice», per alcuni, mentre l’inverno incombe. Per questo Focsiv, in collaborazione con una ong locale, ha deciso di intervenire per soccorrere i numerosi senza tetto: mille famiglie a Raqqa e altrettante a Kobane: «Teli impermeabili, coperte, stufe a kerosene per far superare l’inverno alle famiglie dei profughi». Un primo intervento stimato per 30mila dollari. Focsiv vuole poi progettare dei corsi di formazione professionale nelle numerose «case delle donne» della regione. Una «rivoluzione femminile», canta la propaganda curd © RIPRODUZIONE RISERVATA

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