«Noi caschi blu e la missione di portare la pace anche sotto le bombe»
di Lucia Capuzzi, inviata a Beirut
Mentre Beirut è sospesa tra la speranza di una mediazione internazionale e l’incubo dell’invasione israeliana, parla la portavoce della Forza di interposizione dell’Onu Kandice Ardiel

È stata una buona giornata per Beirut. Nelle ultime 24 ore non ci sono stati nuovi bombardamenti. Nessuno, però, in città si fa illusioni. L’aria, impregnata dell’odore acre delle ultime esplosioni, ricorda a ogni respiro che gli attacchi potrebbero arrivare da un momento all’alto. La notte, quando gli aerei si muovono con più facilità, è appena al principio. E nel sud del Libano l’aviazione israeliana ha picchiato duro facendo altre 23 vittime. A Nabatieh, cittadina lungo il corso del fiume Litani, un ordigno ha centrato una clinica della Società sanitaria islamica, legata a Hezbollah: almeno 12 fra medici, infermieri e operatori sanitari sono rimasti uccisi. Nel Paese dei cedri si contano già 826 morti, più di duemila feriti e un milione di sfollati interni. Da qualche giorno, poi, l’intensità dei combattimenti cresce inarrestabile. Il preludio – temono da più parti – di una nuova invasione israeliana. Secondo il ben informato Axios, i preparativi sono già in corso da mercoledì, quando il gruppo filoirianiano ha scagliato una serie di raid coordinati con Teheran nel nord dello Stato ebraico. Il governo di Benjamin Netanyahu avrebbe in mente di ripetere il «modello Gaza», ordinando l’operazione più massiccia degli ultimi vent’anni. Con l’obiettivo di «distruggere le infrastrutture belliche» dei miliziani. Lo stesso di un anno e mezzo fa quando le capacità militari dell’organizzazione erano state date per annientate. Forse, però, c’è ancora uno spiraglio per scongiurare quello che si profila come il colpo decisivo al già precario equilibrio libanese. A breve Beirut e Tel Aviv potrebbero iniziare colloqui diretti, sostengono varie indiscrezioni. «Non posso fare speculazioni su questo. So solo che noi peacekeeper stiamo facendo tutto il possibile per impedire che il conflitto si ampli. Perché il suo peso ricade sulle spalle dei civili», sottolinea Kandice Ardiel, portavoce della missione Onu di stabilizzazione Unifil, schierata con la risoluzione 1701 lungo la Linea Blu, fra le due nazioni, alla fine della guerra del 2006.
L’escalation è, comunque, reale. Unifil stessa ha espresso preoccupazione…
Certo che siamo preoccupati. Dal 2 marzo, quando Hezbollah ha rivendicato l’attacco a Israele, la situazione è peggiorata in modo significativo. Assistiamo, ogni giorno, a lanci di razzi, missili e droni dal Libano contro il Paese confinante e le alture del Golan occupate. Mentre da quest’ultimo partono bombardamenti di artiglieria, raid di aerei e droni e incursioni di terra fino a sette chilometri in territorio libanese. Ognuna di queste azioni è una violazione della risoluzione 1701. Mercoledì ne sono stati scagliati 120, da una parte e dall’altra. Da allora, gli scambi di colpi si sono fatti continui, aumentando il rischio di escalation. Per questo chiediamo alle parti di fermarsi prima che la situazione sfugga di mano.
Certo che siamo preoccupati. Dal 2 marzo, quando Hezbollah ha rivendicato l’attacco a Israele, la situazione è peggiorata in modo significativo. Assistiamo, ogni giorno, a lanci di razzi, missili e droni dal Libano contro il Paese confinante e le alture del Golan occupate. Mentre da quest’ultimo partono bombardamenti di artiglieria, raid di aerei e droni e incursioni di terra fino a sette chilometri in territorio libanese. Ognuna di queste azioni è una violazione della risoluzione 1701. Mercoledì ne sono stati scagliati 120, da una parte e dall’altra. Da allora, gli scambi di colpi si sono fatti continui, aumentando il rischio di escalation. Per questo chiediamo alle parti di fermarsi prima che la situazione sfugga di mano.
La settimana scorsa anche Unifil è stata colpita, uno dei caschi blu è stato ferito in modo grave. Riuscite a a lavorare nel fuoco incrociato?
È importante che i nostri 7.500 peacekeeper – tra cui 800 italiani – rimangano sul terreno e continuino a tenere il polso della situazione. La loro attività ha, certo, dovuto cambiare per ragioni di sicurezza. I pattugliamenti ordinari sono stati interrotte: gran parte del monitoraggio viene svolto dalle basi o in prossimità di esse. Molte di queste sono state danneggiate, una in modo considerevole durante i combattimenti del 6 marzo.
È importante che i nostri 7.500 peacekeeper – tra cui 800 italiani – rimangano sul terreno e continuino a tenere il polso della situazione. La loro attività ha, certo, dovuto cambiare per ragioni di sicurezza. I pattugliamenti ordinari sono stati interrotte: gran parte del monitoraggio viene svolto dalle basi o in prossimità di esse. Molte di queste sono state danneggiate, una in modo considerevole durante i combattimenti del 6 marzo.
In quale area si concentra l’offensiva?
Per quanto riguarda i colpi e i bombardamenti aerei, in pratica, su tutta quella dove operiamo. Le azioni di terra sono, invece, soprattutto nell’est.
Per quanto riguarda i colpi e i bombardamenti aerei, in pratica, su tutta quella dove operiamo. Le azioni di terra sono, invece, soprattutto nell’est.
Che impatto ha l’acuirsi della violenza sui civili?
Sono i primi a soffrirne. Su entrambi i lati della frontiera sono stati distrutti case, quartieri, villaggi. Secondo i dati delle autorità libanesi, mezzo milione di persone è stato sfollato dalla zona dove opera Unifil.
Sono i primi a soffrirne. Su entrambi i lati della frontiera sono stati distrutti case, quartieri, villaggi. Secondo i dati delle autorità libanesi, mezzo milione di persone è stato sfollato dalla zona dove opera Unifil.
La missione termina il proprio mandato alla fine dell’anno. La crisi lungo la frontiera tra Israele e Libano non è, però, risolta, come vediamo in queste settimane. Cosa potrebbe accadere senza i caschi blu?
È stato il Consiglio di sicurezza Onu ad affidarci il mandato ed è, dunque, solo quest’ultimo a poterne decidere i tempi. Il termine fissato è il 31 dicembre prossimo. Il nostro compito è fare il possibile perché l’esercito libanese possa prendere il controllo dell’area quando lasceremo. Anche dopo la partenza di Unifil, comunque, rimane fermo l’impegno a lungo termine delle Nazioni Unite per la stabilità del sud del Libano e dell’intera regione. A giugno, comunque, il Segretario generale presenterà le opzioni per il post-Unifil e avremo maggiore chiarezza riguardo allo scenario futuro.
È stato il Consiglio di sicurezza Onu ad affidarci il mandato ed è, dunque, solo quest’ultimo a poterne decidere i tempi. Il termine fissato è il 31 dicembre prossimo. Il nostro compito è fare il possibile perché l’esercito libanese possa prendere il controllo dell’area quando lasceremo. Anche dopo la partenza di Unifil, comunque, rimane fermo l’impegno a lungo termine delle Nazioni Unite per la stabilità del sud del Libano e dell’intera regione. A giugno, comunque, il Segretario generale presenterà le opzioni per il post-Unifil e avremo maggiore chiarezza riguardo allo scenario futuro.
Che ruolo ha e continua ad avere l’Italia in Unifil?
Ha il maggior numero di truppe dispiegate e il comandante della missione è il general maggiore Diodato Abagnara. In condizioni normali, i peacekeeper italiani pattugliano la costa tra Ras Naqura e Tiro e l’interno per circa cinque chilometri, lavorando a stretto contatto con le forze armate libanesi e le comunità locali. Ora stanno proseguendo l’azione di monitoraggio dalle proprie postazioni. Alcune chiave: due proprio sulla Linea Blu.
Ha il maggior numero di truppe dispiegate e il comandante della missione è il general maggiore Diodato Abagnara. In condizioni normali, i peacekeeper italiani pattugliano la costa tra Ras Naqura e Tiro e l’interno per circa cinque chilometri, lavorando a stretto contatto con le forze armate libanesi e le comunità locali. Ora stanno proseguendo l’azione di monitoraggio dalle proprie postazioni. Alcune chiave: due proprio sulla Linea Blu.
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