venerdì 29 gennaio 2021
Salgono a quattro i Paesi della Ue dove la pratica è consentita. Il capo dello Stato Marcelo Rebelo de Sousa dovrà decidere se promulgarla, rinviarla alla Corte costituzionale oppure opporre il veto
Il Parlamento di Lisbona ha approvato la legge con con 136 voti a favore, 78 contrari e 4 astensioni

Il Parlamento di Lisbona ha approvato la legge con con 136 voti a favore, 78 contrari e 4 astensioni - Ansa

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Il Portogallo è il quarto Paese in Europa, dopo Belgio, Lussemburgo e Olanda, a legalizzare l’eutanasia. La legge che consente la «morte medicalmente assistita», risultato di 5 proposte, è stata approvata ieri in testo unico dal Parlamento, con 136 voti a favore, 78 contrari e 4 astensioni.

Nella votazione, scaglionata in tre fasi per la preoccupante emergenza di Covid-19 – che ha forzato il lockdown duro e, da ieri, la chiusura delle frontiere – nessuna sorpresa sull’articolato, già votato in Commissione affari costituzionali il 20 gennaio. A favore i socialisti del Ps, il Bloco de Esquerda, Iniziativa liberale, i partiti ecologista e animalista, e 14 deputati del conservatore Psd, che come il Ps aveva lasciato libertà di coscienza. Contrari, parte del Psd, i democristiani del Cds, il deputato dell’estrema destra Chega e i comunisti del Pcp. Sarà ora il presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa, confermato domenica scorsa nel secondo mandato, a decidere se promulgarla, rinviarla alla Corte costituzionale oppure opporre il veto. Quest’ultimo, prerogativa del capo dello Stato, che tuttavia sarebbe annullato da una seconda votazione del parlamento.

Conservatore e cattolico praticante, Rebelo de Suosa ha evitato finora di prendere posizione. Per cui tutti gli scenari restano aperti. Nella redazione definitiva, la normativa considera «l’eutanasia non punibile, con l’anticipazione della morte per decisione della propria persona», maggiore di 18 anni e residente nel Paese, che si trovi «in situazione di sofferenza estrema, con lesioni irreversibili, di estrema gravità» o che sia «colpita da una malattia incurabile e fatale». La richiesta dell’ammalato deve essere convalidata da un medico e da uno specialista, oltre a uno psichiatra «in caso di dubbi sulla capacità a una scelta libera e cosciente».

Nonostante il voto contrario, il Cds ha approvato gli articoli che garantiscono il diritto all’obiezione di coscienza e quello alle cure palliative. Fortemente contestata dai settori conservatori, dai vescovi e dalla Federazione per la Vita, che a ottobre aveva raccolto 100mila firme per un referendum, rigettato dal parlamento, la legge ha diviso i portoghesi. José Maria Seabra Duque, portavoce della Federazione cattolica, teme favorisca «l’industria della morte».

«Si tratta di provocare attivamente la morte di una persona. Il ruolo dello Stato è averne cura, non ucciderla», osserva. Sulla stessa linea, la Conferenza episcopale, con il portavoce Manuel Barbosa. Anche la vicina Spagna ha dato il via libera, a dicembre, alla legalizzazione dell’eutanasia, che entro marzo dovrà essere approvata dal Senato.

"Tristezza e indignazione" viene espressa dalla Conferenza episcopale locale (Cep) che, in una nota, deplora che l'approvazione sia arrivata in piena pandemia da Covid-19, in cui "tutti noi vogliamo impegnarci a salvare più vite possibili, accettando restrizioni della libertà e sacrifici economici senza precedenti". "È una contraddizione - ribadiscono i vescovi - legalizzare la morte in questo contesto, rifiutando le lezioni che questa pandemia ci ha dato sul valore prezioso della vita umana, che la comunità in generale e gli operatori sanitari in particolare stanno cercando di salvare in modo sovrumano".

Il disegno di legge approvato oggi "offende il principio dell'inviolabilità della vita umana sancito dalla nostra legge fondamentale", aggiungono i presuli, ricordando che, nonostante sia stata approvata, la normativa "può ancora essere soggetta a revisione costituzionale".

La Cep definisce, quindi, inaccettabile il fatto che l'eutanasia sia "una risposta alla malattia e alla sofferenza", perché accettare questo significa "rinunciare ad alleviare la sofferenza stessa e trasmettere l'idea sbagliata che la vita segnata dalla sofferenza e dal dolore non merita più protezione e diventa un peso per se stessi, per chi ci circonda, per i servizi sanitari e per l'intera società".

Di qui, l'appello piuttosto a tutelare la vita, "soprattutto quando è più fragile, con tutti i mezzi e in particolare con l'accesso alle cure palliative, che la maggioranza della popolazione portoghese non ha ancora".

Deplorando "una politica legislativa che mina la dignità di ogni vita umana", i vescovi portoghesi lamentano inoltre "un'involuzione culturale senza precedenti, caratterizzata dall'assolutizzazione dell'autonomia e dell'autodeterminazione della persona", contro la quale "bisogna reagire energicamente". "Ora più che mai - concludono i presuli - rafforziamo il nostro proposito di accompagnare con cura e amore tutti i malati, in tutte le fasi della loro vita terrena e soprattutto nella fase finale".

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