sabato 4 novembre 2017
Dai Rohingya ai Karana ai Rom sono 10 milioni gli apolidi che l’Acnur stima nel mondo. Schiacciati tra persecuzioni e discriminazioni
L’esodo  del popolo Rohingya  dal Myanmar  verso il Bangladesh: l’Unicef ha denunciato che la denutrizione dei piccoli profughi è raddoppiata rispetto a sei mesi fa (LaPresse)

L’esodo del popolo Rohingya dal Myanmar verso il Bangladesh: l’Unicef ha denunciato che la denutrizione dei piccoli profughi è raddoppiata rispetto a sei mesi fa (LaPresse)

Discriminazione, esclusione e persecuzione sono l’orizzonte prevalente dei 10 milioni di individui stimati nel mondo senza cittadinanza, di cui 3,5 milioni registrati dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur). Non una scelta, ma una coercizione imposta soprattutto dagli Stati, una ventina, che ancora hanno nel loro ordinamento leggi che possono negare o togliere la cittadinanza a chi risiede nei loro territori.

Non a caso, i tre quarti degli apolidi appartengono a minoranze. Vi sono, è vero, casi di concessione della cittadinanza, come per 30mila individui delle minoranze in Thailandia dal 2012 e per i 4.000 Makonde del Kenya lo scorso anno. Complessivamente, però l’apolidia spesso aggrava una esclusione già imposta, impedendo libertà di movimento a opportunità di sviluppo, accesso ai servizi pubblici; negando il diritto di voto e impedendo di fatto partecipazione e integrazione.

Situazioni evidenziate nel rapporto Acnur intitolato « This is our home: Stateless minorities and their search for citizenship », (Questa è la nostra casa: le minoranze apolidi e la loro ricerca di una na- zionalità), presentato in occasione del terzo anniversario del lancio della campagna decennale #IBelong per porre fine all’apolidia. Il rapporto si basa su colloqui condotti tra maggio e giugno 2017 con 120 persone apolidi, che lo sono state o a rischio di apolidia. I Karana in Madagascar, gli Albanesi e i Rom in Macedonia, i Pemba in Kenya sono stati individuati come esemplari dei problemi che le minoranze apolidi nel mondo si trovano ad affrontare. «Negli scorsi anni sono stati fatti passi avanti importanti nell’affrontare l’apolidia.

Tuttavia nuove sfide, come l’aumento degli esodi forzati e la privazione arbitraria della nazionalità, stanno mettendo in pericolo questi progressi. Gli Stati devono agire ora e in maniera decisa», ricorda l’Alto Commissario, Filippo Grandi. «Le minoranze apolidi, come i Rohingya, sono spesso vittime di discriminazioni e di una sistematica privazione dei propri diritti». Il passo dall’esclusione alla persecuzione è breve. Il rapporto non registra la situazione dalla fine di agosto, quando è esplosa la peggiore crisi umanitaria dei tempi recenti, con la fuga di oltre 600mila musulmani Rohingya dal Myanmar al Bangladesh sotto la spinta degli attacchi di militanti armati e delle ritorsioni dei militari birmani.

I Rohingya, tra 1,5 e due milioni, sono la più folta minoranza apolide al mondo e la loro situazione è oggi l’esempio più traumatico delle conseguenze di discriminazione prolungata e di mancato riconoscimento della cittadinanza per un gruppo umano. I dati diffusi ieri dall’Unicef evidenziano intanto l’aggravamento delle condizioni dei profughi Rohingya nel grande campo di raccolta di Kutupalong presso a Cox’s Bazar, in Bangladesh. Tra i bambini, il tasso di denutrizione grave è salito al 7,5%. Il doppio rispetto a quello registrato a maggio tra i piccoli rifugiati già in Bangladesh.

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