La Caritas ad Abuja. Nigeria, la tratta di donne si può vincere


Anna Pozzi mercoledì 7 settembre 2016
Ad Abuja la conferenza di Caritas Internationalis. ​«Le armi contro questa schiavitù? Sviluppo e solidarietà».

INTERVISTA
La religiosa: «Le ragazze vittime due volte»
Nigeria, la tratta di donne si può vincere
«C’è un’intrinseca relazione tra il traffico di esseri umani, la povertà e la mancanza di opportunità. Non possiamo pensare di combattere la tratta senza pensare allo sviluppo e alla solidarietà tra le nazioni». Michel Roy, segretario generale di Caritas Internationalis, è andato dritto al punto, introducendo la conferenza internazionale organizzata dall’organismo che rappresenta, in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Sono 130 i partecipanti e gli esperti che si sono dati appuntamento da lunedì a oggi in un luogo altamente simbolico per discutere di questo tema: ovvero Abuja, capitale della Nigeria. Perché proprio da questo Paese, come ha ricordato il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, migliaia di giovani, soprattutto ragazze, lasciano il Paese con il sogno di una vita migliore e finiscono nelle reti dei trafficanti di esseri umani che le usano come schiave per il mercato del sesso a pagamento. «È incredibile che in questo nostro tempo, che definiamo moderno e civilizzato – ha esordito il cardinale Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internationalis – dobbiamo ancora parlare di schiavitù e traffico in un Continente come l’Africa, che ha come simbolo l’isola di Goré in Senegal, da cui milioni di africani sono stati deportati per diventare schiavi sino al 1848, quando la schiavitù fu abolita nei territori francesi». Eppure solo i dati riguardanti la Nigeria sono impressionanti: sarebbero dalle 40 alle 45mila le vittime delle moderne schiavitù in atto nel Paese tra il 1990 e il 2005. E solo nel 2015, sono sbarcate sulle coste italiane 5.400 giovani donne nigeriane: tutte vittime di tratta e costrette a prostituirsi. Il 95 per cento proviene da Edo State. «In Nigeria, le persone vittime della tratta – ha sottolineato Nkese Maria Udongwo di Caritas Nigeria – sono membri delle nostre comunità, delle nostre parrocchie e qualche volta delle nostre famiglie. Per questo, non è mai troppo presto per lavorare sulla prevenzione. Bisognerebbe cominciare già nella scuola primaria a mettere in guardia contro la tratta di persone e lo sfruttamento sessuale». Ma se in Nigeria, dentro e fuori il Paese, la pia- ga del traffico di esseri umani ha assunto dimensioni enormi negli ultimi decenni, il fenomeno ha una rilevanza che va ben oltre i confini di questo Paese e riguarda tutta l’Africa così come il mondo interno. «Oggi, la “globalizzazione dell’indifferenza” – ha ricordato monsignor Marcelo Sánchez Sorondo,  cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze sociali – ha creato nuove forme di schiavitù come la tratta di esseri umani, il lavoro forzato, la prostituzione e una pervasiva criminalità organizzata. Sono diffuse in tutto il mondo. Per papa Francesco sono crimini contro l’umanità e devono essere riconosciuti come tali».Circa 21 milioni di persone, secondo le agenzie delle Nazioni Unite, sono attualmente vittime di tratta e costrette in condizioni di schiavitù nel mondo, principalmente per lo sfruttamento  sessuale (53%) e per il lavoro forzato (40%). Il 70 per cento sono donne e bambine. E nessuna nazione al mondo è esente da questo fenomeno in quanto Paese di origine, transito o destinazione. La situazione è ulteriormente peggiorata in questi ultimi anni, in seguito a guerre, situazioni di crisi o disastri ambientali, che hanno provocato un vero e proprio esodo, specialmente da regioni come il Medio Oriente, il Corno d’Africa o Paesi come Afghanistan e Pakistan.«Nel 2015 – fanno notare gli organizzatori – sessanta milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, sfollati nel loro Paese o rifugiati all’estero. In Africa, in particolare, migliaia di adulti e bambini, costretti a fuggire da conflitti, povertà e persecuzione, diventano facilmente vittime dei trafficanti. Spinti da un disperato bisogno di sopravvivenza e dal desiderio di costruirsi una vita migliore, sono particolarmente esposti allo sfruttamento sessuale e lavorativo».Ecco perché Caritas Internationalis – che è attivamente impegnata su questo fronte attraverso la rete Coatnet (Christian Organisations  Against Trafficking in Human Beings) e che sta lavorando su alcuni progetti in Nigeria, Costa d’Avorio, Uganda, Zimbabwe, Mali e Senegal – ha organizzato questa conferenza, coinvolgendo le Caritas di tutta l’Africa, oltre a diversi organismi internazionali. Lo scopo principale è quello di promuovere e rafforzare «il dialogo e la cooperazione tra le principali parti interessate, come le organizzazioni religiose internazionali e le organizzazioni regionali, le forze dell’ordine e altre  Ong, per condividere le pratiche in materia di cooperazione e individuare strategie comuni di prevenzione specialmente i quattro ambiti: la tratta di bambini, lo sfruttamento lavorativo e sessuale, la tratta nel settore marittimo e la tratta nelle situazioni di emergenza ». Esperienze non solo dalla Nigeria, ma anche da altri Paesi dell’Africa e dal resto del mondo, hanno permesso di mettere a fuoco le molte odiose facce delle nuove schiavitù. Dal Kenya – Paese fortemente interessato dal turismo sessuale, con gli italiani in testa – Jakob Christensen di Awareness Against Human Trafficking (Haart) ha messo in guardia contro la piaga del lavoro forzato che «spesso va di pari passo con lo sfruttamento sessuale. E questo – ha stigmatizzato – vale per il mondo intero». «Il traffico di esseri umani – ha insistito Philip Jusu, del Dipartimento per gli Affari sociali dell’Unione Africana – è un commercio spietato e mortifero. Pertanto, i trafficanti vanno perseguiti con vigore. Bisogna smantellate le loro reti attraverso la forza delle leggi e delle convenzioni internazionali. Il traffico di esseri umani è un crimine transnazionale e richiede una risposta organizzata a livello transnazionale. Combattere questo flagello dei nostri tempi deve essere una responsabilità condivisa»
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