mercoledì 19 settembre 2018
Il confratello Mauro Armanino: «Con il rapimento di un missionario occidentale, un gruppo forse neanche tanto grande è riuscito a ottenere una visibilità globale a costo zero». I rapitori sono fulani
Padre Pierluigi Maccalli, 56 anni, missionario cremasco, è stato rapito notte tra il 17 e il 18 settembre a Bomoanga (Ansa)

Padre Pierluigi Maccalli, 56 anni, missionario cremasco, è stato rapito notte tra il 17 e il 18 settembre a Bomoanga (Ansa)

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"Abbiamo appena ricevuto notizia da padre Andrea Mandonico, della Società delle missioni africane, che padre Gigi Maccalli è vivo. Ieri sera gli ha telefonato il vescovo di Niamey per riferire che la polizia nigerina ha assicurato appunto che padre Gigi è vivo e sperano di iniziare le trattative appena i rapitori si faranno vivi".

È quanto riferisce l'agenzia Sir riportando come fonte Il Nuovo Torrazzo, settimanale della diocesi di Crema, di cui padre Maccalli è originario.

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Intanto alle 21 di questa sera, mercoledì 19 settembre, fa sapere il giornale diocesano, "è stata organizzata una veglia di preghiera da don Giovanni Rossetti e dai parenti di don Gigi, nella chiesa parrocchiale di Madignano".

CHI SONO I RAPITORI DI PADRE GIGI MACCALLI?

In mattinata padre Mauro Armanino aveva riferito all'agenzia Fides che contatti con i rapitori non ce ne erano ancora stati. Anche se già aveva sottolineato come "un primo risultato i sequestratori lo hanno ottenuto: di loro si parla in tutto il mondo. Con il rapimento di un missionario occidentale, un gruppo forse neanche tanto grande è riuscito a ottenere una visibilità globale a costo zero".
Alla domanda se le motivazioni potessero essere politiche padre Armanino aveva replicato: "Senza dubbio ma si tenga conto che i rapitori sono di etnia Peuls" risponde padre Mauro lasciando prefigurare uno scenario ancora più complesso di quello di gruppi jihadisti che operano tra Mali, Burkina Faso e Niger.

Con Peuls (o Fulani come vendono definiti in Nigeria) si indica una popolazione nomade che vive di pastorizia distribuita sull'intera fascia saheliana che va dal Mali fino all'Etiopia. Tra queste popolazioni negli ultimi anni si sono fatta strada sentimenti e ideologie estremiste, e in diversi Paese, dalla Nigeria al Burkina Faso, dal Mali alla Repubblica Centrafricana, sono segnalati violenze commesse dai Peuls.

"La radicalizzazione di queste popolazioni è dovuta, almeno in parte, alla difficoltà ambientali che fanno sì che diventi sempre più difficile trovare acqua e pascoli per le loro mandrie” aveva spiegato ancora il missionario.

"In Niger come anche nel vicino Mali abbiamo visto che sono saltate le tradizionali relazioni che legavano i Peuls con le altre popolazioni, come ad esempio i Toureg" aveva aggiunto padre Mauro. "Questo accentua l’instabilità e non mi sembra che la militarizzazione che sta avvenendo in Mali come in Niger sia la risposta adatta a risolvere questi problemi" aveva proseguito il missionario, riferendosi alle missioni militari inviate da alcuni Stati occidentali in entrambi i Paesi per lottare contro i diversi movimenti jihadisti che operano nella zona. "Per stabilizzare questi Paesi più che inviare militari occorre invece far in modo di recuperare e riallacciare le relazioni tra le diverse popolazioni. Solo creando un ambiente di scambio e di relazioni tra gli abitanti di queste aree si potranno ottenere dei risultati positivi" aveva concluso il missionario.

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