sabato 18 agosto 2018
Il centro della città si finge turistico. Intorno, solo palazzi capovolti. Il regime opprime e i damasceni sembrano trascinati a vivere. Si sono arresi alla stanchezza: una marea umana in stracci
A Damasco una normalità a tutti i costi. Ma la gente è sfinita
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Damasco si consuma sotto un fuoco invisibile. Le fiamme le alimenta il vento di una normalità a tutti i costi. Cercata a tutti i costi. Persino ostentata. E mai raggiunta. Il centro si finge turistico: traffico anarchico, caffè pieni, vietato parlare di politica in pubblico. Orecchie ovunque. Ma quando il “visitatore straniero” passa tra le macerie ad est, chi lo accompagna mostra un’orgogliosa indifferenza. Oppure, con la morte addosso, tace e indica i peggiori palazzi capovolti.

Dal 2012, e fino a pochi mesi fa, arrivavano mortai anche a Duela: quasi centro, zona di cristiani. Miriam vive in una piccola cucina al buio. Nella cantina-rifugio il cognato, che ha adottato i suoi tre figli, ha trasferito l’attività del fratello Firas, falegname. Una scheggia gli ha attraversato il cuore. Lui lo racconta, lei piange: non sapeva certi particolari sulla morte del marito. «La gente veniva qui per consolarmi, ma io ho capito che non c’era più soltanto quando l’hanno sepolto».

Ora sotto la stessa cappa azzurra brulicano spezzoni di reale diacronici: affari, ristoranti, la moschea degli Omayyadi, la grotta della conversione di San Paolo e i conventi con la foto di Assad, gli intagliatori di legno e madreperla, il cuore grosso di Bab Tuma, checkpoint ovunque, i soldati in moto, le foto in strada di martiri civili e vittime militari, il meticciato profugo da tutto il Paese, i ragazzi che escono solo di notte perché disertano e hanno paura di Idlib, i ritratti di Assad con Putin e Nasrallah anche sul lunotto delle auto, la paura delle autobombe, il ferro che esce dai palazzi sventrati e le poche ruspe che spostano le macerie nei quartieri della Ghouta.

A vederli i damasceni sembrano trascinati a vivere. Qualcuno si è arreso alla stanchezza: la rivoluzione del 2011 è stata avvelenata da tutto il “dopo”, e quel che resta di quelle intenzioni è debole, lontano, o in carcere sotto tortura. Altri hanno rinunciato all’orgoglio della bandiera a due stelle contro terroristi alieni che volevano invadere il Paese. I più, semplicemente, hanno lasciato andare la voglia di vivere. Tutti: alawiti, sciiti, sunniti, cristiani.

Circostanze che ai generali siriani, russi, turchi, iraniani, e americani interessa poco. Come accade in tutte le guerre. E questa è la più sporca tra le guerre del Vicino Oriente. «Mia moglie mi chiedeva: quando si viene colpiti da un missile si ha il tempo di rendersi conto che non si esiste più?». Joseph lo dice aprendosi la camicia. Sul petto ha tatuato il volto di sua figlia. Nove anni. Lei e la madre sono morte in macchina: «L’onda d’urto del missile che ha distrutto casa ha fatto esplodere i nervi del loro cervello. Non so spiegarlo meglio, ma in ospedale non avevano un graffio». L’altro figlio gli ha chiesto di vedere la tomba della madre, ma lui chiede consiglio a tutti: «Che devo fare?».

L’autostrada M5, che porta verso Homs e Aleppo, costeggia il niente di Irbin e Harasta, e forse è il punto migliore da cui affacciarsi e farsi un’idea della Siria di adesso. È zona militare, si sminano i vicoli. Anche qui migliaia di civili assediati da Russia e regime, che bombarda a tappeto e definisce «terrorista» chiunque non stia dalla sua parte, hanno subito la punizione del blocco di cibo e medicine. Ora sono una marea umana in stracci. Stanati gli islamisti, delle case restano i tralicci, saccheggiati di quel che rimane: mobili, qualche vestito.

E si paga per tutto. Economia di guerra: si paga per non andare a combattere, per i mutui, anche se la casa è distrutta, per sapere se è ancora vivo chi è sparito nelle carceri della polizia segreta. Si paga il pedaggio ai checkpoint: 200 lire siria- ne da infilare con un certo stile sotto la carta di identità. Tra deviazioni per le voragini e slalom intorno ad ex barricate, donne e bambini appaiono dalle macerie per attraversare. Soldati con i fagotti aspettano chi li passa a prendere. Baracchini di lamiera gestiti da ragazzini vendono cibarie. In alto, i villaggi antichi sono una favela che corrode il monte Qasyun, con le basi militari.

Ad Adra, l’area industriale di Damasco polverizzata, fa male vedere una distesa di ulivi bruciata. Bashar pensa a Idlib, e dicono che abbia progetti di ricostruzione di certi quartieri a cui darà nomi siriaci, come Marota City e Basilia City. Alcune scuole hanno in programma l’insegnamento del russo. E davanti alla Madonna di Sufranieh che piange olio, vicino alla quale anche il presidente si è fatto vedere, qualcuno ha messo una manciata di proiettili. Caduti a vuoto.

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