sabato 26 febbraio 2022
Lo zar offre trattative a Minsk, gli ucraini non rispondono. Centinaia i morti e si teme per Mariupol, ormai circondata. Accuse reciproche di crimini
La gente  in attesa di un treno per fuggire da Kiev: in decine di migliaia  di cittadini hanno lasciato già la capitale ucraina ormai cinta d’assedio dalle forze militari russe che in due giorni hanno piegato le resistenze

La gente in attesa di un treno per fuggire da Kiev: in decine di migliaia di cittadini hanno lasciato già la capitale ucraina ormai cinta d’assedio dalle forze militari russe che in due giorni hanno piegato le resistenze - Reuters

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Chi resta a KIev prepara le barricate​

L’impiegato di mezza età quasi ci lascia un dito mentre scarrella il fucile per inserire il caricatore. Non ne imbracciava uno dai tempi del servizio di leva. Lo aiuta un ragazzo sveglio, che di armi dice di intendersene. Sparare contro qualcuno, però, è un’altra cosa. Kiev si prepara a morire nel silenzio o a perire combattendo? È la domanda che ci si pone attraversando la città appena dopo l’ennesima scarica di missili e colpi di artiglieria. Una città spettrale, silenziosa, senza quasi nessuno per le strade. Chi non è riuscito a fuggire è rintanato negli scantinati, nei sottopassi della metropolitana, nei garage trasformati in rifugi antiaerei. Il centro della capitale, come si vede dalle immagini, non è stato ancora bersagliato dall’artiglieria pesante. La speranza è che non accada, anche se i pochi a circolare sanno che «Putin non è solito interrompere quello che ha cominciato». Nessuno crede alle offerte di tregua.

Lo zar arriva a offrire un’alternativa al massacro delle truppe ucraine: «Prendete voi il potere e poi negozieremo». Un invito al golpe che per adesso non ha fatto breccia. Le diplomazie di Zalensky e Putin, però, sono tornate a parlarsi. Tra le ipotesi, un round negoziale a Minsk, dove furono firmati gli accordi poi messi in discussione da ambo i lati ma che per Mosca sono un passo imprescindibile: rinunciare all’ingresso nella Nato. La gente pensa sia il solito bluff. Una mossa per prendere tempo e intanto concludere il lavoro. In uno scantinato poco lontano dalla piazza Maidan, dove si ricordano battaglie per l’indipendenza e martiri delle rivoluzioni politiche, tra barricate improvvisate con sacchi di sabbia, vengono portate decine di bottiglie vuote e casse di stracci. Serviranno per confezionare le molotov, bombe incendiarie inventate in Russia e che questa notte contro i russi verranno scagliate. È una resistenza sgarrupata, dove si mescolano parole d’ordine di destra, altre antisovietiche, altre ancora di pura rabbia. «È legittima difesa, non uccideremo per aggredire o per conquistare», ragiona Pavel che fa il tassista e staziona all’aeroporto internazionale Borispol, bersagliato dall’artiglieria di Mosca.

È come se qualcuno fosse venuto a rubargli la casa e il lavoro. E non ci sta. Soprattutto «perché è gente di cui parliamo la lingua, con cui condividiamo affetti e amicizie. Non c’è un solo ucraino – urla Pavel nel suo inglese dall’accento slavo – che non abbia conoscenti in Russia». «Siamo ancora qui. Non siamo andati via da Kiev. Stiamo difendendo l’Ucraina», dice il presidente Zelensky che si fa riprendere in piazza e attraverso i social esorta la popolazione a combattere. Una volta, quando faceva il comico, sarebbe bastata una sua buffa smorfia per strappare una risata.

Ma, stavolta, il capo di quel governo che Putin ha apostrofato come una congrega di «neonazisti e drogati», prova la carta della disperazione. Mentre scriviamo, a tarda sera, sentiamo distintamente le spallate dell’artiglieria che scuotono l’aria mentre gli ordigni sfondano la principale centrale elettrica. Chp-6. Kiev in poche ore potrebbe restare al buio. E a quel punto solo l’alba potrà dirci quanto sangue è stato versato. Si rischia una carneficina d’altri tempi. Vecchi fucili contro i cingolati. Bottiglie incendiarie contro i blindati. In giro, prima del coprifuoco, si vedono soprattutto donne. Gli uomini possono essere sospettati di appartenere ai sabotatori russi in abiti civili.

Di attacchi dall’altro ne abbiamo contati quattro in pieno giorno e altrettanti nella notte precedente, quando 200 elicotteri russi hanno espugnato l’aeroporto militare di Kiev prendendone il controllo. I carri armati si sono tenuti nei quartieri esterni. Una presenza sinistra, messa aposta per seminare il terrore. La conferma arriva quando inspiegabilmente un cingolato attraversa la strada per dirigersi contro una utilitaria che viaggia in senso opposto. Nessuno deve intralciare gli invasori. E in un attimo il bestione d’acciaio piomba contro l’auto, schiacciandola. Poco dopo ne uscirà vivo, ma seriamente ferito, un anziano che stava solo tornando a casa. Come in ogni maledetta guerra servono eroi per galvanizzare il popolo.

Il buon cittadino della porta accanto che nel momento in cui la storia bussa, risponde con il piglio marziale del candidato al martirio. E gli eroi del giorno sono Yaryna e Sviatoslav, che si sono sposati nel giorno in cui Mosca dichiarava guerra. Viene raccontato che, dovendo rimandare la luna di miele, i neo-sposi hanno deciso di imbracciare i fucili e arruolarsi nelle milizie civili volontarie. Yaryna Arieva e Sviatoslav Fursin dovevano sposarsi a maggio, ma hanno anticipato le nozze perché temevano che la guerra avrebbe mandato per aria i loro piani nuziali. Insieme alle fedi nuziali hanno ricevuto due fucili, e con quelli si sono presentati alla sezione del partito “Solidarietà Europea” che dirotta gli abili al combattimento verso i comandanti delle milizie.

Accuse reciproche di crimini​

Puntuale arriva anche lo scambio di accuse per crimini contro l’umanità. I morti sono già centinaia. Kiev parla di almeno mille caduti tra i russi. Altre fonti restringono la cifra a 800, che è già un esito inatteso per i generali di Mosca che avevano messo nel conto perdite minime. Tra militari e civili ucraini le vittime sarebbero non meno di 200. Ma neanche alla Croce rossa è consentito andare a controllare. L’Ucraina accusa le forze russe di «crimini di guerra» e afferma di raccogliere prove da sottoporre alla Corte penale internazionale. «Gli attacchi russi di oggi contro un asilo e un orfanotrofio sono crimini di guerra e violazioni dello Statuto di Roma – ha denunciato su Twitter il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba –. Insieme all’ufficio del procuratore generale stiamo raccogliendo dati su questo e altro che verranno mandati immediatamente all’Aja. La responsabilità è inevitabile».

Mosca risponde annunciando di aver preparato un fascicolo fotografico con le prove del «genocidio» nel Donbass dove, a Mariupol, il Pentagono ha denunciato sbarchi. Una guerra di propaganda che nella nuova notte di guerra porterà l’unica certezza di nuove mattanze.



L'esodo​

Come in una Libia qualsiasi le forze in campo stanno ostacolando le attività degli operatori umanitari delle Nazioni Unite. Tanto da dover lanciare un appello: «Gli operatori umanitari devono poter beneficiare di “protezione” quando portano aiuti alla popolazione ucraina in tutte le regioni colpite dal conflitto». La dichiarazione dell’Ufficio Onu per gli Affari umanitari è la conseguenza di un allarme senza precedenti in Europa. Perché se sono già centomila gli sfollati di Kiev che si dirigono verso le frontiere dell’Ue, il prolungamento del conflitto potrebbe far tracimare fuori dal Paese almeno 4 milioni di persone, un decimo della popolazione. Secondo ultime stime «potremmo avere 100.000 profughi in arrivo in Lituania» dall’Ucraina e «stiamo cercando di fare come meglio possiamo» per accoglierli, ha affermato Gintaras Grusas, arcivescovo di Vilnius e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). «Ho fatto un appello al popolo lituano: è tempo – dice l’arcivescovo – di dimostrare che siamo cristiani, che prima dobbiamo pregare per la pace, e dopo aiutare le genti che arrivano alle nostre porte, aprire le porte e aprire i nostri cuori a quei rifugiati».

Già almeno 100mila profughi​

La Lituania è stata uno dei Paesi di transito dei profughi richiamati mesi fa dalla Bielorussia e spinti verso i confini Ue, mentre negli stessi giorni Minsk e Mosca eseguivano operazioni militari congiunte. All’inizio tutti pensarono che si trattasse di preoccupazioni legate alla crisi dei migranti. Oggi sappiamo che si trattava della meticolosa preparazione della discesa verso Kiev. La guerra della porta accanto bussa alle cancellerie Ue.

Già si affollano i valichi con la Polonia, la cui strada di accesso da Kiev che fa tappa a Leopoli, è spesso interdetta dai posti di blocco dell’esercito. Poco distante sono piovuti i missili di Putin, ed anche la gente che si sentiva al sicuro a mezza giornata d’auto dalla capitale adesso scappa. Qualcuno ne approfitta per selezionare stranieri qualificati. Il ministro delle Innovazioni e dello Sviluppo della Bulgaria, Daniel Lorer, ha incontrato ieri alcuni specialisti di «information technology» arrivati in Bulgaria con le loro famiglie su uno degli ultimi voli civili disponibili. Il loro alloggio e le loro condizioni di lavoro sono stati concordati con alcune società bulgare.

Secondo i dati del ministro degli Interni della Romania, Lucian Bode, finora sono stati 10.624 i cittadini ucraini entrati nel Paese balcanico come rifugiati di guerra. Di questi, 3.336 sono stati solo di passaggio verso altri Paesi, in primis Bulgaria e Ungheria, mentre tutti gli altri si sono fermati. Le autorità romene hanno deciso di non applicare alcuna misura di quarantena, creando avamposti per ricevere i profughi.

Nella Repubblica Ceca stanno approntando convogli ferroviari speciali e gratuiti, mentre il ministro dei Trasporti Martin Kupka ha annunciato la chiusura dello spazio aereo ceco a compagnie aeree russe. L’asse dei Paesi Visegrad, la cui alleanza si fonda anche sulla comune opposizione al flusso di profughi, stavolta si mostra aperturista e si misura con le rigidità del regolamento di Dublino, adoperato come una muraglia per impedire la redistribuzione di migranti e che adesso spaventa proprio le capitali europee più vicine all’Ucraina.

Ieri l'Onu parlava di 50mila profughi certi, ma la Polonia in serata parlava di oltre 60mila arrivati alle sue porte. La situazione è destinata ad aggravarsi.

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