mercoledì 20 aprile 2016
​480 le vittime accertate. «Cimiteri a cielo aperto»: i racconti dei soccorritori.  La Caritas: mandateci tende e medicine, comunità ancora isolate.
LA CARITAS ITALIANA IN CAMPO: ECCO COME AIUTARE
Terremoto in Ecuador, ancora 1.700 dispersi
È salito a 480 morti il bilancio delle vittime per il terremoto che sabato scorso ha scosso la costa settentrionale dell’Ecuador. Ma la conta finale delle vittime potrebbe essere di gran lunga superiore: secondo le autorità, infatti, ci sono altre 1.700 persone disperse. Ieri i soccorritori hanno tratto in salvo altre quattro persone. A Portoviejo un uomo è stato salvato dopo essere rimasto intrappolato tra i detriti dell’hotel El Gato. Pablo Rafael Córdoba Cañizares, gestore dell’hotel, è rimasto sepolto per tre giorni tra mattoni e cemento ed è stato localizzato grazie a una telefonata. «Poco prima avevamo recuperato dalle macerie sette corpi ma non abbiamo mai perso la speranza di trovare qualcuno vivo» ha dichiarato un soccorritore. Sono state inoltre salvate altre tre persone rimaste a lungo tra le macerie di un centro commerciale di Manta. Almeno 2.600 i feriti del sisma di magnitudo 7.8, descritto dal governo come il più grande disastro nel Paese da più di sessant’anni. Per ricostruire le diverse città distrutte dal terremoto «Pedernales, il centro di Portoviejo, il quartiere di Tarqui a Manta, Canoa, Jama, ci vorranno diversi mesi e anni e costerà centinaia di milioni, probabilmente miliardi di dollari», ha dichiarato il presidente Rafael Correa durante una visita in una delle località colpite. Il presidente ha affermato che il compito sarà lungo, ma è in corso la progettazione di «siti temporanei dove le persone possono rimanere nei prossimi mesi». Secondo Correa si tratta della «più grande tragedia degli ultimi 67 anni, solo superata dal terremoto di Ambato, il 5 agosto del 1949», nel quale morirono più di 5mila persone. Il governo di Quito ha inoltre espresso la sua gratitudine ai Paesi che hanno offerto la loro collaborazione per le operazioni di ricerca dei dispersi o delle persone rimaste intrappolate nelle macerie: Messico, Cile, Colombia e Cuba hanno già inviato gruppi di specialisti che si stanno coordinando per i soccorsi con le autorità locali. (P.M.Al.)
«È una tragedia nazionale, terribile», sospira Edgar Rivadeneira, vice segretario della Caritas Ecuador. Molte strade interrotte, ponti spezzati, mentre sulla costa, la zona più colpita, tutte le case sono sventrate e i palazzi pubblici sono crollati. Tutto l’Ecuador è in ginocchio, in particolare nelle province di Manabì ed Esmeraldas. «La città di Pedernales, in particolare, è un cimitero a cielo aperto: macerie ovunque mentre si scava ancora lottando contro il tempo per cercare di salvare qualcuno. Da tre giorni ormai tutta la popolazione vive in strada», spiega Rivadeneira. Fino a ieri si scavato senza sosta, ma ormai è passato troppo tempo e, come in altri sismi, l’odore di morte si diffonde. Si scava ancora, ma le possibilità di salvare qualcuno si vanno esaurendo.  Pedernales, Portoviejo, Manta e Esmeraldas le città più colpite. Sui social si moltiplicano le foto dei “desaparecidos”, inter famiglie di cui si persa ogni traccia in quella maledetta notte. «Sulla costa fra Pedernales e Bahia una ventina di comunità non sono ancora raggiungibili, proprio perché le comunicazioni sono interrotte, le strade inagibili», precisa Rivadeneira.
Ancora impossibile aver stime esatte sui danni, mentre si moltiplicano le riunioni per pianificare le prime azioni specifiche. «Adesso si devono far arrivare generi di prima necessità: acqua, cibo e medicine». La macchina della grandi agenzia internazionali, di fronte a una emergenza che non ha precedenti nella regione, si è subito messa in moto: «Una chiara volontà di intervenire, ma per far arrivare gli aiuti dall’estero, per far arrivare tutto questo a destinazione è molto importante mettersi in contatto con lo Stato ecuadoriano, perché con azioni autonome si rischia di scontrarsi con una burocrazia che rallenta moltissimo gli interventi».
Ore di dolore e ansia, per garantire la sopravvivenza ai moltissimi sfollati, mentre si tenta di pianificare una risposta per le prossime settimane: «Dall’estero, dall’Europa adesso ci servono tende, alloggi d’emergenza e medicinali. Acqua e viveri di prima necessità si possono reperire in Ecuador e si devono acquistare un loco. La zona costiera nei mesi scorsi era già stata colpita dal niño e quindi la gestione degli aiuti deve tenerne conto e favorire l’economia locale».
Un Paese ferito, che ha subito iniziato a reagire con la naturale socievolezza e solidarietà dei latinos: «Vorrei sottolineare la risposta della gente, davvero incredibile. Lunedì sono partite da Quito 100 tonnellate di viveri, con camion e con aerei: sono stati il risultato delle sottoscrizioni popolari iniziate spontaneamente ovunque a partire da domenica». In prima linea, con tutta la popolazione, anche la Chiesa che subito ha attivato tutte le sue risorse: «Tutte le parrocchie sono diventati dei centri di raccolta e ridistribuzione di viveri e medicine che verranno recapitate alle parrocchie delle diocesi più colpite». Presto sarà lanciato un appello a Caritas internationalis sui bisogni specifici per la ricostruzione, che poi verranno indirizzati alle Caritas nazionali: «Alla nostra Caritas nel coordinamento degli aiuti è stato affidato dal governo la gestione del tavolo 4», spiega Rivadeneira. Questo significa che, dopo la distribuzione degli aiuti e delle medicine, «saremo noi della Caritas a dover mettere in campo i programmi di sostegno economico: di certo ci saranno progetti di microcredito e piccola impresa familiare, ma accompagnando le persone che devono superare questo dolore con accompagnamento psicologico e attenzione alla loro storia. È questo lo specifico di Caritas».
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