mercoledì 15 aprile 2015
Dopo i suoi ministri, il presidente turco è sceso in campo contro le parole del Pontefice sul genocidio di un secolo fa. Ma Obama: «Quel massacro è un fatto storico».
Continua il fuoco di fila turco in reazione del discorso di domenica in cui Papa Francesco ha usato il termine «genocidio» per qualificare il “martirio armeno” di un secolo fa. A scendere in campo questa volta è il presidente Recep Tayyip Erdogan, che fino a ieri era rimasto silente sull’argomento.  Parlando all’associazione degli esportatori turchi ha ribadito i toni aspri e minacciosi usati dai suoi nelle ore precedenti. «Quando i politici e i funzionari religiosi assumono il compito degli storici, ne deriva delirio, non fatti», ha detto. Aggiungendo: «Quindi ribadisco il nostro appello a stabilire una commissione congiunta e sottolineo che siamo pronti ad aprire i nostri archivi storici. Voglio avvertire il Papa di non ripetere questo errore, che condanno».  Dopo la recente visita di Francesco in Turchia, ha aggiunto Erdogan, «pensavo che fosse un politico diverso» ma le sue parole, ha detto ancora, «mostrano una mentalità diversa da quella di un leader religioso». Le parole del presidente turco sono arrivate dopo che indiscrezioni stampa affermano che l’ambasciatore turco pressa la Santa Sede, richiamato per consultazioni, potrebbe rimane in patria fino al 7 giugno, quando sono previste le elezioni politiche. Ma anche in Turchia, pure se in modo piuttosto isolato, non manca chi fa osservare, come il quotidiano di opposizione Cumhuriyet, il crescente isolamento diplomatico della Turchia dovuto alla disastrosa politica estera di Erdogan. Anche il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon fa sapere, tramite portavoce, di definire «crimine atroce» ma non «genocidio» i massacri del 1915, il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni ribadisce che i toni usati dai turchi sono «poco comprensibili». A sera l’affondo della Casa Bianca: «Il presidente Obama e altri alti esponenti dell’amministrazione hanno più volte riconosciuto come un fatto storico che 1,5 milioni di armeni furono massacrati negli ultimi giorni dell’impero ottomano e che un pieno, franco e giusto riconoscimento dei fatti è nell’interesse di tutti», ha dichiarato la portavoce del Dipartimento di Stato, Marie Harf.  Oggi l’Europarlamento che si schiererà a fianco del Pontefice. Alla vigilia del voto su una mozione comune, infatti, tutti i gruppi parlamentari hanno presentato documenti di condanna del «genocidio armeno», chiedendo che tutti gli Stati membri e la stessa Turchia lo riconoscano ufficialmente. In particolare, una mozione targata Ppe invita i Paesi Ue che ancora non l’hanno fatto a riconoscere il genocidio di un milione e mezzo di cristiani armeni e la Turchia a «venire a patti con il suo passato». Ma gli occhi di Ankara sono puntati soprattutto Oltreoceano. Il vero timore della diplomazia turca sembra essere che anche Barack Obama, dopo il Papa, riconosca prima del centenario del 24 aprile il genocidio delle centinaia di migliaia di armeni massacrati per ordine del governo dei “Giovani turchi”. A questo proposito il quotidiano Hurriyet assicura che l’ambasciata a Washington e diverse organizzazioni «lavorano duramente per prevenire questo scenario». Anche con minacce velate, avvertendo che gli Stati Uniti potrebbero «perdere il più importante alleato nella regione».  Da parte della Santa Sede continua a mantenere il silenzio sulle reazioni scomposte provenienti dall’Anatolia. Evidentemente si preferisce aspettare che i toni si attenuino per riannodare i fili di un dialogo in vista del raggiungimento di «un ragionevole consenso sulla lettura » del massacro di cento anni fa da parte delle «Nazioni che ancora non riescono» a farlo. Nel frattempo, padre Claudio Monge, responsabile del centro domenicano per il dialogo interreligioso e culturale a Istanbul, che organizzò il viaggio del Papa in Turchia, teme «rappresaglie da un punto di vista amministrativo». Mentre il catholicos armeno apostolico di Cilicia, Aram I, che ha partecipato alla celebrazione papale di domenica, parlando a Vatican Insider a ricordato che «quello che accadde agli armeni non fu pianificato perché gli armeni erano cristiani», ma che a provocarlo era «l’ideologia panturca», che «ispirava le strategie politiche e i piani dei Giovani turchi».
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