martedì 30 aprile 2019
Il leader jihadista collega la Siria ai recenti attacchi a chiese e alberghi: «In Sri Lanka e in Burkina Faso vendetta per i nostri fratelli di Baghuz»
l "Califfo" del Daesh, Baghdadi, si è mostrato a viso scoperto in un video in cui rivendica gli attacchi in Sri Lanka e in Burkina Faso (LaPresse)

l "Califfo" del Daesh, Baghdadi, si è mostrato a viso scoperto in un video in cui rivendica gli attacchi in Sri Lanka e in Burkina Faso (LaPresse)

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Abu Bakr al-Baghdadi ricompare in un video di 18 minuti diffuso dal sito di propaganda del Daesh per la prima volta da cinque anni. Non è chiaro quando il filmato sia stato girato, ma Baghdadi vi parla al passato degli scontri per Baghuz, ultimo bastione del Califfato in Siria, arresosi un mese fa.

«La battaglia per Baghuz è finita», dichiara, seduto a gambe incrociate su cuscini, con un kalashnikov mentre parla con tre uomini dai volti oscurati. Nel video, intitolato «Per l’ospitalità dell’emiro dei fedeli», il Califfo celebra pure gli attentati del giorno di Pasqua in Sri Lanka definendoli «una vendetta per Baghuz». Ed elogia gli attacchi perpetrati «contro le forze francesi e i loro alleati» in Burkina Faso e Mali come rappresaglia «per i nostri fratelli».

Secondo Site, il sito che monitora il terrorismo, l’audio potrebbe essere stato aggiunto più tardi, con una registrazione successiva.

Abu Bakr al-Baghdadi, secondo alcune fonti si starebbe nascondendo in diversi covi a cavallo del confine tra Siria ed Iraq. Il precedente video risaliva al 2014 quando da Mosul annunciò la nascita dell’autoproclamato Stato islamico.

Dopo la diffusione del video, un portavoce del dipartimento di Stato americano ha detto che gli Stati Uniti faranno ditutto per «assicurare una sconfitta duratura dei terroristi» del Daesh e accertarsi che i leader dell'autoproclamatoCaliffato «siano sottoposti alla giustizia che meritano». Gli espertiamericani «valuteranno la registrazione e la sottoporranno allacomunità d'intelligence per confermarne l'autenticità».

ANALISI Quel Kalashnikov, segno di forza oppure di debolezza? di Fabio Carminati

Chi è il "califfo" a capo del Daesh

di Camille Eid

Ibrahim al-Badri (questo il vero nome di Abu Bakr al-Baghdadi) è nato 48 anni fa a Samarra, in Iraq, sulla strada che porta da Baghdad a Tikrit. Avrebbe conseguito una laurea in Scienze islamiche all’Università di Baghdad prima di servire come imam in alcune moschee della capitale irachena e di Falluja. Nel giugno 2004 viene rinchiuso nella prigione americana di Camp Bucca, nel sud dell’Iraq. Si tratta di un periodo oscuro dalle vita di Baghdadi. Si ignora persino la durata esatta della sua detenzione (appena un anno secondo alcune fonti, dal 2004 al 2005, quattro anni secondo altre). Di sicuro, il campo ha fatto da incubatore del futuro Daesh. Le testimonianze degli ex detenuti lo ricordano come un «aspirante capo» apparentemente «tranquillo», chiamato addirittura dagli ufficiali americani a «dirimere i conflitti tra i reclusi», proprio per i suoi modi «concilianti». Per gli americani Camp Bucca doveva essere l’anti Abu Ghraib, tristemente noto per lo scandalo degli abusi sui prigionieri, per cui non mancavano le opportunità di discussioni ideologiche tra compagni di cella.

Uscito dal carcere, al-Baghdadi sapeva già dove reclutare il suo staff. Si ritiene, infatti, che molti dei quadri del Daesh siano degli ex ufficiali di Saddam Hussein unitisi alla causa jihadista nella prigione di Bucca. Egli crea inizialmente una propria milizia denominata “Esercito sunnita” che opera nelle zone di Samarra e Diyala. Il gruppo entra successivamente a fare parte della formazione “Stato islamico dell’Iraq”, allora considerata la filiale di al-Qaeda in Iraq. L’occasione per Abu Bakr di scalare il vertice dell’organizzazione si presenta, nell’aprile 2010, in seguito alla contemporanea scomparsa dei suoi due superiori, Abu Omar al-Baghdadi e Abu Ayyub al-Masri.

La “stella nascente di al-Qaeda”, come lo ha definirà la rivista Time nel dicembre 2013, era già famoso per l’efferatezza dei suoi gesti. Nel maggio del 2011, alla morte di Osama Benladen, ha giurato di vendicare la scomparsa del terrorista mondiale con cento attentati contro americani, governativi e sciiti iracheni. Paradossalmente, è stata la sua decisione di estendere la sua azione alla Siria, con la creazione dello “Stato islamico in Iraq e nel Levante” (Daesh), a spaccare il jihadismo mondiale in due fronti opposti, trascinando molti movimenti islamici in piccole guerre o scissioni interne.

Per fermare gli scontri tra il Daesh e al-Nusra in Siria, ci è voluto persino l’intervento di Ayman al-Zawahiri, il nuovo leader di al-Qaeda, il quale ha sollecitato, nel novembre 2013, Abu Bakr a tornare a lavorare “solo in Iraq”. Invano. Abu Bakr al-Baghdadi sarà in questi tre anni il capo indiscusso del jihad, non solo in Siria o in Iraq, ma in mezzo mondo.

Il 4 luglio del 2014 pronuncia nella moschea al-Nouri di Mosul il suo unico discorso in pubblico da "califfo" dei musulmani.

Eppure, la sua scelta di rimanere dietro le quinte rimane un mistero, che le debite misure di sicurezza non riescono da sole a spiegare.

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