giovedì 11 aprile 2019
Il premier pachistano Khan: «Entro qualche settimana» potrebbe lasciare il Paese «Ci sono un po’ di complicazioni. Ma posso confermare che è in un luogo sicuro»
La donna cristiana, dopo quasi dieci anni di carcere e la condanna alla pena di morte, lo scorso 31 ottobre è stata assolta dall’accusa di blasfemia Il marito e le figlie sono già da tempo rifugiati in Canada (Ansa)

La donna cristiana, dopo quasi dieci anni di carcere e la condanna alla pena di morte, lo scorso 31 ottobre è stata assolta dall’accusa di blasfemia Il marito e le figlie sono già da tempo rifugiati in Canada (Ansa)

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Asia Bibi, la madre di famiglia cristiana che ha trascorso quasi dieci anni in carcere prima della piena assoluzione dal reato di blasfemia con una sentenza della Corte suprema il 31 ottobre dello scorso anno, potrebbe presto lasciare il Pakistan. «Ci sono un po’ di complicazioni e non posso parlare ai media di questo, ma posso assicurare che è al sicuro», ha detto il primo ministro Imran Khan rispondendo a una esplicita domanda sulla sorte della donna da parte di un giornalista della rete britannica Bbc.

Alla sollecitazione di John Simpson riguardo i tempi di una uscita dal Paese di Asia Bibi – il marito e figlie sarebbero da tempo rifugiati in Canada – Khan ha indicato che questa potrebbe avvenire «entro qualche settimana», ammettendo però che ci sono difficoltà «che non possono essere discusse con i mass media».

Un riserbo comprensibile quello del premier pachistano, riguardo la protagonista di una vicenda che mai come altre prima ha coinvolto l’opinione pubblica e le diplomazie internazionali, evidenziando la condizione di debolezza dei pachistani di più umili origini, e tra questi molti appartenenti alle minoranze religiose. Ancor più davanti a denunce arbitrarie di oltraggio all’islam, al Corano e al profeta Maometto rese possibili dalla “legge antiblasfemia” in vigore nella sua pienezza dal 1987. Poco più di cinque mesi fa, dopo 3.421 giorni in detenzione e gli ultimi quattro anni passati nel timore di una esecuzione della condanna a morte per impiccagione, Asia Bibi era stata assolta per mancanza di prove ma anche perché – come evidenziato nella stessa sentenza dei giudici supremi che le aveva aperto le porte della libertà – era diventata un simbolo per il suo stesso Paese, espressione dell’aggressione estremista ai valori di compassione, tolleranza e convivenza dell’islam.

A sbloccare la sua vicenda, che si era arenata sulle difficoltà delle autorità alle prese con un forte movimento che ne chiedeva l’esecuzione come strumento di pressione politica e di propaganda religiosa, ha contribuito una contingenza particolarmente favorevole. A partire proprio dalla vittoria del partito di Khan, il Pakistan Tehreeki- Insaf nelle elezioni del luglio scorso. Una vittoria dell’islam moralizzatore sui partiti additati di corruzione e malgoverno, ma anche la vittoria del dialogo, sia all’interno che verso l’estero, utile a rilanciare un Paese ostaggio per lungo tempo del settarismo e del terrorismo.

La cooperazione tra il governo, le forze armate e una magistratura che ha reclamato con forza il primato dello Stato di diritto e dei principi religiosi hanno aperto prospettive nuove per il Paese. L’attesa per l’espatrio di Asia Bibi, ora in un luogo sicuro e sotto protezione costante, anche se formalmente libera da ogni costrizione, potrebbe presto finire, ma non le necessarie misure di sicurezza nei suoi confronti estese ai suoi congiunti e a quanti si sono impegnati a suo favore.

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