Nuova flotta di navi, 2.500 marine in più: gli Usa negano, ma sul terreno la pressione aumenta
di Lucia Capuzzi, inviata a Beirut
La Casa Bianca ha negato l'ipotesi di un'operazione di terra in Iran, ma il pressing di Israele per colpire il regime (non solo dal cielo) cresce. E il ritiro della Nato dall'Iraq ha complicato ulteriormente i piani a Washington

«Trasferimento di sicurezza». Dietro l’espressione tecnica impiegata dal Comando Nato, traspare un ritiro tutti gli effetti. Gli ultimi istruttori hanno lasciato ieri l’Iraq nel pieno della grande escalation mediorientale e sono rientrati in Europa. «Momentaneamente», ha precisato la portavoce, Allison Hart. Sono trascorsi otto anni dal loro dispiegamento nel Paese, in equilibrio precario dopo il ritiro del Daesh, e ventitré dall’invasione statunitense nel cui caos è cresciuto il Califfato. Baghdad sembrava avviata verso una fragile stabilizzazione. L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, tre settimane fa, ha rimesso tutto in discussione.
Dal Libano all’Arabia Saudita, la regione brucia. La “terra dei due fiumi” – dove la maggioranza della popolazione è sciita - è uno dei punti sensibili per la presenza di milizie filo-iraniane che hanno partecipato alla battaglia contro lo Stato islamico. Più volte i mille militari Usa ancora nella nazione sono stati attaccati. Anche la rappresentanza di Washington nella cosiddetta “zona verde” è stata colpita. Ieri un missile è caduto tra quest’ultima e l’aeroporto.
L’Alleanza non vuole che le proprie forze finiscano coinvolte in un conflitto in cui non ha avuto voce in capitolo ma nel quale la Casa Bianca ora vorrebbe trascinarla. Con l’obiettivo di forzare Hormuz, lo porta stretta da cui passano il petrolio e il gas del Golfo – un quinto della produzione mondiale – per raggiungere i mercati internazionali. Teheran l’ha blindata alle navi degli americani e dei loro alleati. Questo spiega la reazione furibonda di Donald Trump che su Truth ha tuonato contro la «codardia» di una «tigre di carta» chiamata Nato.
Il prezzo del greggio non cala sotto i 111 dollari a barile. Alla spirale inflazionista, ormai tangibile a livello globale e a cui gli statunitensi sono estremamente sensibili, si sommano i costi sempre più ingenti delle operazioni belliche. Il presidente Usa ha dovuto chiedere altri duecento miliardi di dollari al Congresso per finanziarle, provocando malumori all’interno degli stessi repubblicani. Di fronte al trasformarsi dell’azione-lampo in una guerra prolungata, “riaprire” Hormuz è per Trump cruciale per mostrare qualche successo sul campo. E contrastare la narrazione iraniana – ribadita ancora da Mojtaba Khamenei – della vittoria. Il successore della Guida suprema, uccisa in un raid israeliano, è sfuggente: in occasione del Nowruz, il Capodanno persiano, ieri, si è fatto sentire solo tramite un audio registrato.
Nonostante la decapitazione dei vertici – ieri è toccato al portavoce delle Guardie rivoluzionarie, Ali Mohammad Naini, colpito in un bombardamento israeliano -, il regime resta in piedi. Da qui la scelta di Washington di inviare in Medio Oriente, secondo fonti ben informate, altri 2.500 marine – che si sommano ai 50mila già dispiegati – nonché una nuova flotta di navi militari, guidata dalla portaerei Boxer. Non è chiaro come verranno impiegati i soldati, richiamati da una missione nell’Indo-pacifico. Alcuni analisti, però, legano i rinforzi alle parole di due giorni fa del premier di Tel Aviv, Benjamin Netanyahu: «Non si può fare una rivoluzione solo dal cielo, occorre anche una componente di terra». La frase è volutamente ambigua. Potrebbe essere l’ennesima esortazione alla rivolta interna per gli iraniani. Oppure il preludio di un’invasione che Trump nega, in modo, però, sibillino.
Un’ipotesi è quella della conquista dell’isola di Kharg, il terminale del petrolio iraniano. Anche se, secondo la Cbs, potrebbe essere l’inizio di un’operazione di terra. Nel frattempo, l’aviazione Usa martella lo Stretto con intensità crescente, abbattendo droni e imbarcazioni di Teheran. Nel mirino, in particolare, le navi d’attacco veloci utilizzate dai pasdaran per presidiare l’uscita dal Golfo. Molti aerei partono dalle basi britanniche appena concesse. Un dietrofront da parte del governo di Keir Starmer che finora aveva limitato la possibilità alla difesa di «interessi e cittadini britannici». Un «atto di aggressione», l’ha definito il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Aragchi, in una telefonata con l’omologa di Londra, Yvette Cooper. Mentre ha escluso la possibilità di una riapertura di Hormuz fino a quando i raid non cesseranno. Ipotesi, almeno nell’imminenza, poco probabile.
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