Niente carne e riso: gli iraniani senza più speranze (ma torna internet)
di Piergiorgio Pescali, Teheran
Il contrordine è arrivato dopo oltre 80 giorni di blackout: un “buio” costato oltre 1,8 miliardi di dollari. Intanto aumentano le esecuzioni pubbliche dei manifestanti dello scorso gennaio

Poche ore dopo che Donald Trump aveva prospettato di «americanizzare l’Iran» e minacciato di cancellare «un’intera civiltà» dalla faccia della Terra, le case di Teheran hanno ritrovato un po’ di serenità. Il 24 maggio, dopo mesi di bombardamenti e blocchi navali, il presidente americano ha annunciato un'intesa con Teheran, definita «largely negotiated». Il memorandum di quattordici punti, mediato dal Pakistan (sotto la guida cinese) e dal Qatar, prevede la cessazione delle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz e una moratoria sull'arricchimento dell'uranio in cambio del progressivo sblocco dei beni congelati. Poi, ieri, i nuovi raid Usa che hanno rimaterializzato l’incubo del ritorno della guerra. Ma dietro la diplomazia delle cancellerie, qual è la reazione degli oltre 90 milioni di iraniani rimasti intrappolati tra le sanzioni e il clero islamico? Nei caffè, nei parchi, nei bazar, la gente ha ricominciato a parlare del futuro senza quell'orizzonte plumbeo. Il peso mentale di vivere sotto bombardamenti quotidiani si sta evaporando. Eppure, questa gioia è tutt'altro che lineare: è intrecciata con lo choc, la confusione e una stanchezza profonda che nessun accordo diplomatico può cancellare dall’oggi al domani.
L’intera nazione è in preda a un esaurimento emotivo. Per mesi la popolazione ha vissuto temendo di uscire per il rischio di attacchi aerei che hanno colpito scuole, ospedali e università. L’annuncio del 24 maggio non ha dunque scatenato celebrazioni di piazza, ma un misto di sollievo e profondo scetticismo. Molti iraniani si chiedono perché il destino del loro Paese venga deciso a porte chiuse, senza che nessuno rappresenti i bisogni dei cittadini comuni. La sensazione è quella di essere stati usati come pedine in un gioco di potere. La reazione della popolazione è inscindibile da un collasso economico senza precedenti. La strategia della «massima pressione» ha portato il rial a toccare minimi storici, trasformando i beni di prima necessità in lussi inaccessibili. I racconti da Teheran e Shiraz descrivono un mercato del lavoro in frantumi: in un solo giorno, una delle principali piattaforme di impiego ha ricevuto 318.000 domande, mentre i posti disponibili sono crollati dell'80%. Molte famiglie hanno rimosso carne e riso dalla dieta, limitandosi a pane e uova. In questo contesto, l'annuncio dello sblocco di sei miliardi di dollari di fondi iraniani viene accolto con rabbia: il timore è che quelle risorse servano a puntellare il sistema di potere piuttosto che a sollevare una popolazione che si sente abbandonata.
Un elemento centrale del risentimento popolare è il quasi totale blackout di Internet, il più lungo mai registrato in qualsiasi Paese al mondo: all’87esimo giorno consecutivo di interruzione, la connettività era crollata all’1% dei livelli normali. Durante il blackout, le autorità avevano concesso un accesso “a livelli” a gruppi selezionati, alcune imprese, funzionari governativi ed entità legate al regime, mentre la maggior parte della popolazione restava disconnessa. Il risultato era paradossale: le sezioni commenti sui social proiettavano un’unica voce ufficiale (unità, sfida, lealtà alla Repubblica islamica) mentre il vasto bacino di chi avrebbe potuto dissentire era stato semplicemente rimosso prima ancora che il dibattito cominciasse. Lunedì il presidente Pezeshkian ha firmato la direttiva per il ripristino della connettività. La decisione è stata presa in una riunione del Consiglio supremo del cyberspazio, presieduta dal vicepresidente Mohammad Reza Aref, e prevede il ritorno all’accesso esistente prima del gennaio 2026. Ma nessuno a Teheran festeggia ancora. Il costo economico del blackout è stimato in oltre 1,8 miliardi di dollari, e la memoria è fresca: a gennaio, il capo dell’azienda delle telecomunicazioni aveva promesso il ripristino «oggi o domani» e la connessione era tornata per circa trenta minuti, poi era stata tagliata di nuovo. Intanto, come segnala il quotidiano Shargh , il prolungato blackout ha bruciato un’occasione irripetibile per i giovani imprenditori iraniani: quella di costruire startup a basso costo usando gli strumenti di intelligenza artificiale, un’altra perdita che nessun accordo diplomatico restituirà.
Parallelamente, la guerra ha fornito al governo il pretesto per un’ondata di repressione interna. Le esecuzioni politiche sono aumentate drasticamente, colpendo spesso i manifestanti arrestati nelle proteste di inizio anno. Come sottolineato dall’analista Asieh Amini, l’Iran sta vivendo due conflitti simultanei: uno esterno contro le potenze straniere e uno interno tra lo Stato e i propri cittadini. Mentre gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) attendono di poter esaminare le rovine di Natanz e Isfahan, tra la gente di Teheran prevale l’incertezza. La pubblicazione da parte di Trump di una mappa degli “Stati Uniti del Medio Oriente”, con l'Iran colorato con i colori della bandiera americana, è stata percepita come una provocazione umiliante. La battaglia non è finita, dicono molti: che si tratti di guerra o di negoziato, il popolo iraniano sente che la vera partita per il proprio futuro deve ancora essere giocata. Dietro il sollievo immediato si cela un’amarezza più profonda, soprattutto tra chi aveva sperato che la pressione militare occidentale potesse tradursi in un cambiamento politico. Gli accordi tra i due Paesi vertono sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, sul programma nucleare, sulla ricostruzione e sulle sanzioni. Nessun punto riguarda le libertà civili o i prigionieri politici e almeno 1.500 persone erano state impiccate in Iran nel 2025. È questo il senso della delusione che molti iraniani, dentro e fuori il Paese, stentano ancora a elaborare: la pace che si stava costruendo era la loro pace, o solo quella dei governi che li governano o che fino a ieri li bombardavano?
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