L’Ungheria volta pagina: la vittoria di Magyar riavvicina Budapest all’Europa
di Giovanni Maria Del Re, inviato a Budapest
Storica vittoria su Viktor Orbán con una maggioranza dei due terzi: una debacle che pesa anche sui suoi principali alleati internazionali, dal Cremlino di Vladimir Putin all’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Cosa succede adesso

«Abbiamo liberato l’Ungheria!». Péter Magyar saluta così il suo straordinario trionfo, accolto dalla folla festante sulle note di «My way» di Frank Sinatra alla grande piazza Batthiány, sulle rive del Danubio dalla parte di Buda, con il neogotico Parlamento proprio di fronte dall’altra parte del fiume. Budapest è stata tutta la notte in festa, con caroselli di auto, gruppi di gente festante ovunque, concerti in piazza, sembrava quasi che l’Ungheria avesse vinto i Mondiali di calcio. Perché la gente non ne poteva davvero più del governo Orbán, segnato sempre più da corruzione, autoritarismo e occupazione dei media e delle istituzioni. E questo ha consegnato il grande trionfo a Tisza, il partito di Magyar, che ha ottenuto non solo il 53,6% dei voti contro il 37,8% di Fidesz, il partito di premier uscente, ma, cosa essenziale, ha ottenuto la maggioranza dei due terzi, con 138 seggi (contro i 55 di Fidesz), il che gli consentirà agevolmente anche modifiche costituzionali per revocare le riforme istituzionali in senso autoritario del governo Orbán, attuando quanto richiesto dall’Ue per poter avere accesso ai fondi bloccati. Un ruolo fondamentale ha giocato anche l’affluenza da record, la più grande di sempre: il 77,8%. Cosa cruciale, mentre nel corso di domenica la tv di Stato (controllata da Orbán) parlava niente meno che di «minaccia di golpe ucraino» e esponenti di Fidesz di possibile «rivolta armata» dei sostenitori di Magyar, facendo pensare che non avrebbero accettato il risultato, alla fine tutto si è rasserenato. Alle 21.14 lo stesso premier uscente ha ammesso la sconfitta. «I risultati delle elezioni – ha detto Orbán – sono dolorosi per noi ma chiari. La responsabilità e la possibilità di governare non ci è stata dato. Mi sono congratulato con il vincitore». Orbán ha annunciato che ora lavorerà dall’opposizione, «non ci arrendiamo», ha detto. Per la cronaca, il nuovo Parlamento ungherese sarà costituito da soli tre partiti: Tisza, Fidesz (con i cristianodemocratici «orbanizzati» di Kndp) e l’estrema destra di Mi Hazánk (la mia patria). Nessun partito di sinistra sarà presente.
«Ce l’abbiamo fatta – ha detto Magyar – abbiamo liberato l’Ungheria e ci siamo sbarazzati del regime di Orbán. Oggi abbiamo fatto la storia, esattamente 23 anni dal referendum sull’adesione all’Ue». Adesso, ha aggiunto, l’Ungheria «sarà di nuovo un alleato forte nella Ue e nella Nato», e «con la maggioranza dei due terzi ripristineremo lo Stato di diritto». Magyar ha chiesto al presidente della Repubblica, l’orbaniano Tamás Sulyok, di dargli l’incarico «e poi di dimettersi, come tutte le marionette (di Orbán ndr) di fare lo stesso», citando i presidenti dell’ufficio giudiziario nazionale, della Corte Costituzionale, dell’Autorità dei media e di altre istituzioni pubbliche completamente occupate da Orbán. Il premier in pectore ha annunciato come prime visite pubbliche anzitutto Varsavia, poi Vienna e quindi Bruxelles, «così possiamo portare a casa quei fondi Ue a cui gli ungheresi hanno diritto. Il nostro Paese vuole vivere di nuovo, vuole essere un Paese europeo di nuovo».
Le reazioni dall’Europa sono naturalmente di grande sollievo. «L’Ungheria ha scelto l’Europa – ha dichiarato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen – questa notte il cuore dell’Europa sta battendo più forte in Ungheria». «Una vittoria gloriosa cari amici, Ruszkik haza (ungherese per «russi a casa»)» esulta il premier polacco Donald Tusk. «L'Ungheria ha deciso – afferma anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz - congratulazioni per l'elezione vinta, caro Peter Magyar. Non vedo l'ora di collaborare per un'Europa forte, sicura e soprattutto unita». Congratulazioni anche dal presidente francese Emmanuel Macron, «insieme – ha dichiarato - facciamo avanzare un'Europa più sovrana, per la sicurezza del nostro continente, la nostra competitività e la nostra democrazia». «Collaboreremo con spirito costruttivo» ha dichiarato la premier Giorgia Meloni. «Ringrazio il mio amico Viktor Orbán – ha aggiunto - per l'intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall'opposizione continuerà a servire la sua nazione». Adesso l’attesa è che Budapest finalmente sbloccherà il mega-prestito Ue da 90 miliardi all’Ucraina, di cui Kiev ha bisogno urgentissimo e consentirà l’apertura di capitoli negoziali con il Paese di Volodymyr Zelensky (il quale, pure lui, naturalmente si è congratulato) anche se ha annunciato un referendum sull’adesione di Kiev. In generale, l’attesa che la politica dei veti che inceppano l’Europa sia finita, anche se molti a Bruxelles non si aspettano che Magyar sarà un partner facile. Certo è che la sua vittoria è un duro colpo per i due grandi sponsor di Orbán: l’amministrazione Usa di Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin, che aveva nel premier uscente un forte alleato che ha ostacolato in ogni modo il sostegno a Kiev e le sanzioni a Mosca. Del resto, il compito che attende Magyar in patria è a dir poco erculeo: Orbán ha occupato tutti i gangli vitali delle istituzioni e dell’economia, con riforme costituzionali che hanno indebolito il sistema democratico della divisione dei poteri in nome di quella che ha definito «democrazia illiberale». Il tutto dividendo la società con campagne di odio. Far guarire il Paese sarà un lavoro lungo e difficile. E Magyar non potrà fallire, l’attenzione, e l’attesa, su di lui è enorme.
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