Libano, raid e minacce Israele sul quartiere cristiano. Appello dei vescovi: «Non ce ne andremo da qui»

Per la prima volta negli ultimi mesi, Israele ordina l'evacuazione anche della zona cristiana di Tiro. Lì, si sono rifugiati centinaia di profughi fuggiti da altre città. «Qui stiamo vivendo momenti di panico», riportano i giornalisti nella città
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June 9, 2026
Libano, raid e minacce Israele sul quartiere cristiano. Appello dei vescovi: «Non ce ne andremo da qui»
Gli attacchi israeliani sulla città di Tiro, in Libano
Il panico è stato scatenato alle 8,30 del mattino con il messaggio del portavoce dell’esercito israeliano: «Avvertimento urgente ai residenti della città di Tiro». E tutti hanno capito che stavolta Tel Aviv voleva trasmettere un monito non solo a Beirut. Alla prima riga dell’ordine di evacuazione c’erano tre parole mai usate prima: «Inclusa la zona cristiana».
Fino ad ora i colpi sparati contro le aree abitate dai cristiani erano classificate come «incidenti» dalle stesse forze israeliane. Stavolta l’attacco viene rivendicato prima ancora di essere compiuto. «Per garantire la vostra sicurezza - avvertiva il portavoce militare israeliano -, vi invitiamo a evacuare immediatamente le vostre case secondo l’area indicata nella mappa e a spostarvi a nord del fiume Zahrani». Anche questo un salto di qualità. Fino ad ora Israele ha sempre dichiarato di volere costruire una “buffer zone” solo a sud del fiume Litani. Ma come era apparso chiaro fin dai mesi scorsi, le operazioni puntano più a Nord, stabilendo una “zona cuscinetto” lungo quasi tutto il Libano meridionale. Con le vittime di ieri secondo il ministero di Beirut il bilancio del conflitto ripreso il 2 marzo è salito a 3.666 morti e 11.321.
Le Chiese di Tiro hanno reagito alle nuove minacce israeliane con un appello urgente alla comunità internazionale e alle autorità libanesi. Il vescovo geco melchita George Iskandar ha annunciato che non se ne andrà, che «rimarremo nella città di Tiro, in mezzo alla nostra gente, proprio come fecero i nostri padri e nonni prima di noi, e come la tenace gente del Sud rimane oggi nella sua terra, nei suoi villaggi e nelle sue città». Insieme i pastori greco-ortodosso, maronita e greco-melchita della città hanno chiesto un intervento immediato per impedire che il quartiere cristiano della città vecchia venga devastato. «La città vecchia non è soltanto un’area residenziale», hanno avvertito, «ma il cuore storico e umano di Tiro, dove vivono famiglie, bambini e anziani e dove si conserva un patrimonio religioso e civile secolare». Un eventuale attacco, hanno aggiunto, sarebbe una catastrofe dalle conseguenze irreversibili.
Il metropolita greco-ortodosso Elias Kfoury ha allargato il giudizio al quadro libanese: «La guerra è contro tutto il Libano, non soltanto contro un gruppo particolare».
Alcuni raid, come hanno confermato testimoni sul posto, sono in realtà avvenuti prima dell’avviso di evacuazione. A fine giornata si conteranno una trentina di morti in tutto il Paese, e almeno 8 solo a Tiro, uccise in un singolo attacco alla periferia orientale della città. L’operazione arriva mentre Stati Uniti, Israele e Iran cercano di trasformare la fragile sospensione dei raid incrociati in un’intesa più ampia, ma il fronte libanese resta il principale ostacolo politico e militare. «Netanyahu fa quello che gli dico io», aveva detto Trump tentando di allontanare il sospetto di una sua sostanziale incapacità di fare presa sul governo israeliano. Le operazioni sul Libano raccontano un’altra storia.
Le comunità cristiane che già ospitano centinaia di rifugiati dal sud, in gran parte musulmani sciiti, hanno dovuto riorganizzarsi e diverse famiglie religiose stanno spostando l’accoglienza sulle montagne. «Se per Israele il solo fatto di essere sciiti significa essere un nemico, allora troveranno il modo per evacuarci anche dalle montagne», prevede un frate che ieri ha dovuto riorganizzare l’assistenza per centinaia di persone: «Sono cristiani e musulmani – precisa – l’esperienza della fuga sta unendo comunità e famiglie che convivono nel disagio».
Secondo i media statali libanesi molti residenti sono fuggiti mentre le squadre della protezione civile trasferivano anziani e persone vulnerabili in rifugi temporanei. Teheran ha avvertito che riprenderà le ostilità se Israele continuerà a colpire Hezbollah, suo alleato strategico sul confine Nord di Israele. E ieri il movimento armato sciita ha continuato a colpire le posizioni israeliane.
Secondo fonti statunitensi e israeliane, il presidente americano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu si sono parlati lunedì. «Bibi, stai attento», il senso del messaggio riferito dal presidente americano. Ma a Gerusalemme il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir ha usato toni opposti. Il generale ha detto che l’attacco condotto lunedì contro l’Iran era preparatorio a un colpo «molto più significativo».
Il gabinetto di sicurezza israeliano ha anche autorizzato l’esercito a lanciare attacchi contro i sobborghi meridionali di Beirut «in risposta a qualsiasi lancio di razzi dal Libano che entri in territorio israeliano, senza richiedere l’approvazione politica», ha riferito il Canale 14 israeliano. Tel Aviv ha annunciato da diverse settimane la sua intenzione di imporre questa nuova formula, mentre le sue truppe continuano ad estendere l’invasione del Libano meridionale verso nord.
Tensioni che fanno lanciare un nuovo allarme al generale Diodato Abagnara, comandante Unifil, alle prese con i suoi caschi blu assieme alle “Laf” (le Forze armate libanesi) con le operazioni per aiutare gli abitanti che intendono evacuare Tiro. «La condizione in questa città riflette quella globale in tutto il sud del Paese – ha detto Abagnara in una intervista all’Ansa – ed è sicuramente una situazione volatile, abbiamo incrementato nuovamente le operazioni congiunte con le Laf per una de-escalation e stiamo effettuando pattugliamenti e controlli», spiega Abagnara che nei giorni scorsi ha anche stilato una relazione tecnica per nuovi piani di intervento. Il documento è stato trasmesso come contributo italiano alle Nazioni Unite, per costruire la base di una futura missione. «Le forze internazionali devono avere la capacità di svolgere il proprio mandato in sicurezza e, vista la perfetta interrelazione tra l’Italia e il Libano – aggiunge –, laddove ci fosse una nuova missione internazionale il primo aspetto sarà di avere obiettivi chiari e regole di ingaggio per un mandato che preveda il supporto delle forze armate libanesi (Laf)», almeno fino a quando avranno «tutte le capacità per fronteggiare ogni tipo di necessità sul terreno».
Una autonomia che non solo Hezbollah, ma anche Israele e i suoi alleati nel Consiglio di sicurezza Onu hanno sempre ostacolato.
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