Le lacrime delle madri di Beirut al cimitero di Hezbollah
di Lucia Capuzzi, inviata a Beirut
Nella festa dell'Eid al-Fitr il dolore trattenuto dei parenti dei miliziani uccisi, per lo più giovanissimi

«Quando perdi due figli in una settimana non senti più niente». Parla con lo sguardo fisso sulla lastra di marmo candido la madre, Umm. Una delle molte infagottate negli ampi hijab neri e accovacciate accanto alle tombe di al-Hawraa Zaynab, il “cimitero di Hezbollah”. La ricorrenza era doppia. La gran maggioranza degli sciiti ha celebrato ieri l’Eid al-Fitr, a conclusione del Ramadan. E nella festa tra le più importanti dell’islam è tradizione omaggiare i defunti. Il primo giorno di primavera, inoltre, in Libano è anche quello dedicato alle mamme. Tante, tantissime hanno sfidato i raid e, dal resto di Beirut dove sono sfollate, e sono confluite nella “periferia”. Questo significa Dahiyeh, il quartiere satellite della capitale, rifugio storico della minoranza musulmana fin dal tempo dei Mammalucchi. Negli ultimi decenni, il sobborgo è diventato la roccaforte di Hezbollah e, dunque, bersaglio sistematico degli attacchi israeliani. Dall’inizio del conflitto, il 2 marzo, è stato colpito decine di volte: il suo oltre mezzo milione di abitanti è fuggito nella parte nord della metropoli o del Paese. Almeno per alcune ore, però, il rumore di passi – soprattutto femminili, gli uomini devono restare nascosti – ha ripreso a risuonare sulle strade deserte, dove si accumulano le macerie dei palazzi bombardati. Sotto la pioggia scrosciante, fin dal mattino prestissimo, il via vai si è concentrato su Ghobbeiri, poco dopo l’entrata di Dahiyeh, dove, uno di fronte all’altro, si trovano i due campisanti. Nel “Giardino dei due martiri” – un terreno ampio e puntellato di alberi – le vittime della guerra civile riposano accanto ai miliziani uccisi nei ripetuti scontri con Israele. All’inizio degli anni Dieci, tuttavia, l’irruzione del “Partito di Dio” nel conflitto siriano al fianco del regime di Bashar al-Assad ha richiesto spazio aggiuntivo per i caduti. Così, al pianoterra della costruzione davanti al Giardino, è nato al-Hawraa Zaynab, dal nome della figlia di Ali, riferimento spirituale per lo sciismo. Sul pavimento di cemento, disposte in fila, si contano centinaia di lapidi con i nomi di 1.050 combattenti. Giovani in gran parte, tra i 15 e i 30 anni. Uccisi perlopiù non a Damasco e dintorni ma proprio a Dahiyeh – o nel sud del Libano – durante la scorsa offensiva di Tel Aviv, un anno e mezzo fa.
Quelli colpiti nella guerra attuale arriveranno poi; ora, tra un attacco e l’altro, le sepolture sono impossibili. «Prima hanno ammazzato Samir, il 17 ottobre 2024: aveva 28 anni e avrebbe dovuto sposarsi a breve. Poi, il 24 ottobre, è toccato a Hassam, 32 anni: ha lasciato due bambini piccoli. Difendeva il nostro villaggio, Hadeisi, lungo il confine: ora gli israeliani l’hanno occupato», racconta Umm, la madre – il nome è di fantasia – mentre lotta per trattenere la commozione. La morte in battaglia è considerata un privilegio nello sciismo radicale. Chi cade da testimone – shahid – viene esibito con fierezza. Accanto ai fiori e ai versi del Corano, i defunti sono ritratti in mimetica, spesso con le armi in pugno, circondati da un’aura luminosa e con al braccio il drappo giallo di Hezbollah. I simboli della milizia filo-iraniana e le foto del leader scomparso, Hassan Nasrallah, contrassegnano inesorabili ogni tomba. Anche i bambini – massacrati dagli ordigni – vengono arruolati dalla propaganda e, sulle loro lapidi, è apposta la firma del gruppo armato. Nei familiari, dunque, si percepisce la lacerazione tra il “dovere” dell’orgoglio e lo sgomento della perdita. Le madri sono le più straziate. Poche, però, consentono alle lacrime di cadere dagli occhi. A Umm sfugge un sospiro: «Ho altri due figli. E sono preoccupata, molto preoccupata…». La frase rimane troncata a metà.
Parenti e giornalisti sono marcati stretti dal corpo di sicurezza di Hezbollah: l’accesso a Dahiyeh è un’eccezione dovuta all’Eid. I posti di blocco sono arretrati di qualche centinaio di metri. Ma i vigilanti sono nervosi: la caccia di Tel Aviv è senza sosta. Le foto, pertanto, sono consentite solo all’interno del cimitero, vietato riprendere i volti e, prima di uscire, gli scatti sul telefonino vengono controllati e, eventualmente, cancellati. «Dobbiamo evitare la diffusione di informazioni», spiega Nadia, mentre prega sulla tomba di Wael, cognato e amico. «Quasi un fratello. Amava studiare… Hanno colpito l’appartamento in cui si trovava, in questo stesso isolato. Era il 29 settembre 2024, due giorni dopo la morte del nostro leader. Aveva tre bimbi di 3, 5 e 15 anni. Ma non si risparmiava. Diceva: “La morte arriva per tutti”». Le guardie fanno cenno di sbrigarsi. L’ultima incursione israeliana è stata poche ore prima. La prossima potrebbe non tardare. Fra non molto, Dahiyeh tornerà muta e spettrale. Solo la luce del Caffè Abu Assaf resterà accesa, il bar che rifiuta di chiudere in ogni guerra. «Scaramanzia, dice il proprietario – conclude Mohammad –. Magari ha ragione lui».
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