L'azione Usa in Venezuela «ridefinisce i principi di sovranità e autodifesa»

Parla il costituzionalista Tulio Alberto Álvarez-Ramos: precedente ad alto impatto, il sistema multilaterale è fragile di fronte ai giochi egemonici delle grandi potenze
January 7, 2026
Il costituzionalista Tulio Alberto Álvarez-Ramos
Il costituzionalista Tulio Alberto Álvarez-Ramos
"È il primo caso di cattura di un presidente in carica per rispondere di imputazioni pendenti in un altro Stato. Un precedente ad alto impatto che ridefinisce i limiti di concetti come sovranità, autodifesa e cooperazione giudiziaria, con implicazioni dirette per l’equilibrio regionale". Per Tulio Alberto Álvarez-Ramos è questa l’unica certezza nell’incertezza totale del Venezuela post-Maduro. Secondo il noto costituzionalista, ordinario dell’Università Nacional e dell’Università Cattolica Andrés Bello di Caracas la crisi pone un interrogativo cruciale alla comunità internazionale dal punto di vista giuridico: può uno Stato arrestare legittimamente il capo di un altro Stato accusato di narcoterrorismo? "La risposta non è scritta nei trattatati ma nella pratica politica e nella forza dei fatti", sottolinea l’esperto.
L’Amministrazione Usa sostiene che il proprio "atto di forza" sia giustificato dall’autodifesa di fronte a un governo deciso a inondarlo di droga. È così?
Nel diritto internazionale, l’autodifesa si applica in caso di attacchi armati imminenti o in corso. Estenderla a un’operazione di cattura in un altro Stato è giuridicamente controverso. La Carta delle Nazioni Unite sancisce il principio di non intervento. La Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari e la Convenzione Onu contro il traffico illecito di stupefacenti impongono obblighi di cooperazione fra i Paesi per perseguire delitti transazionali. Una collaborazione impossibile quando alcune nazioni siano direttamente implicate in tali delitti. Questo tuttavia non costituisce una giustificazione chiara per l’impiego della forza senza autorizzazione internazionale. Il principio di sovranità e non ingerenza resta il limite. La fragilità del sistema multilaterale di fronte ai giochi egemonici delle grandi potenze, però, lo rende labile.
Quali potrebbero essere gli effetti dell’operazione Usa per il diritto internazionale?
Lo scenario è complesso. In passato ci sono state azioni extraterritoriali contro attori non statali e di giurisdizione penale su autorità straniere per reati transnazionali. Stavolta, però, parliamo di un presidente in carica. L’intervento ordinato sabato dall’Amministrazione Trump, dunque, ha dei caratteri inediti. Potrebbe legittimare futuri interventi unilaterali giustificati in base alla sicurezza nazionale. E potrebbe anche stimolare il dibattito sulla necessità di riformare i meccanismi Onu per far fronte ai reati transazionali commessi da Stati. Di sicuro costituisce un punto di inflessione nella storia politica del Venezuela.
Con quali conseguenze?
Ci sarà senz’altro un cambiamento dopo una fase di transizione, caratterizzata da tensioni interne e pressione internazionale. Saranno questi due fattori a determinare l’epilogo. In gioco c’è la possibilità di un percorso pacifico verso la democrazia a un anno e mezzo di distanza dalla decisione di Nicolás Maduro di rimanere al potere dopo avere frodato l’esito del voto del 2024.
Professore, lei parla di "cambiamento": ma questo implica la fine del chavismo o il regime potrebbe sopravvivere con una nuova leadership?
Siamo al termine di un processo anche se non necessariamente del chavismo, almeno nel breve periodo. C’è stata una rottura, questo è evidente. Il sistema autoritario non potrà perpetrarsi all’infinito visto lo smantellamento delle istituzioni degli ultimi decenni e la continua violazione dei diritti umani. Delcy Rodríguez sembra, dunque, destinata ad avere un ruolo limitato e temporaneo. Il punto non è se ci sarà una svolta ma come e a quali costi. Dipende dal livello di violenza e dal grado di controllo che Trump vorrà esercitare sul Paese. Una "supervisione" a cui, retorica a parte, la nuova leader dovrà piegarsi.
Come reagirà il nucleo dirigente di fronte a una "presidente sotto tutela"?
Il chavismo è spaccato. E la rottura appare sicura la nuova leadership raggiungerà un accordo per la transizione. Questo potrebbe innescare un ciclo di violenza permanente con scontri interni e un’ulteriore acutizzazione della crisi umanitaria. Sono i costi a cui mi riferivo. Molto dipende da Diosdado Cabello che controlla i gruppi paramilitari i quali hanno un ruolo chiave nell’apparato repressivo.

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