La storia della cristiana Aneeqa, rapita a 13 anni per la conversione e ora restituita alla famiglia
Succede raramente che la Corte ordini la liberazione delle giovani sequestrate a scopo matrimoniale da adulti di fede musulmana. Un segnale che la comunità cristiana ha accolto con speranza

Come successo raramente nel confronto sempre aperto in Pakistan fra legge religiosa islamica e legge civile, l’Alta corte di Lahore con competenza sulla provincia del Punjab, ha ordinato due giorni fa la restituzione alla famiglia cristiana di origine della 13enne Aneeqa, rapita il 29 dicembre scorso nella città di Sheikhupura da un adulto di fede musulmana. I giudici hanno anche ordinato, in base all’articolo 365-B del Codice penale che riguarda il sequestro a scopo matrimonio, l’arresto e la detenzione del presunto sequestratore, Aslam, che aveva dichiarato al momento del matrimonio un’età superiore della ragazzina e sostenuto la sua conversione volontaria all’islam.
Un giudizio accolto con sollievo dalla comunità cristiana della provincia, la più consistente del Pakistan, come sottolineato da Azhar S. Malik, co-presidente di The Edge Foundation, organizzazione che aveva sostenuto la denuncia di rapimento e chiesto la liberazione di Aneeqa. «Siamo estremamente contenti di questo giudizio, una rara ma significativa vittoria che riguarda la figlia di una comunità minoritaria vulnerabile e che rappresenta un messaggio chiaro che la legge non consente il matrimonio infantile o la costrizione nel nome della religione. Sentenze come questa restituiscono la fiducia nel sistema giudiziario e ridanno speranza alle famiglie che affrontano le stesse minacce».
Gioia e sollievo ovviamente anche nella famiglia di Aneeqa, che ha ringraziato i giudici e coloro che l’hanno sostenuta, portando a un risultato che sfugge ancora a molte bambine e ragazze coinvolte in casi simili, nonostante le prove fornite a polizia e inquirenti e l’evidente necessità di tutela per uno dei segmenti più deboli della società pachistana. Soddisfazione espressa anche per la volontà di arrivare a fare giustizia dei reati commessi dall’accusato attraverso un procedimento giudiziario già avviato nel tribunale di Sheikhupura con il sostegno di organizzazioni umanitarie. La significativa citazione nel giudizio della Corte della legge che proibisce il matrimonio infantile rappresenterà anche un precedente per la giurisprudenza, rafforzando il principio che un minorenne è incapace di acconsentire a un matrimonio o al cambio della propria religione.
«Nessun bambino dovrebbe vivere nella paura di essere rapito, convertito con la forza o costretto al matrimonio a causa della propria fede. Queste violazioni della legge non soltanto devastano la vita di giovani individui ma lasciano anche intere comunità con un senso di vulnerabilità, traumatizzate e sotto la minaccia costante di abusi», ha segnalato l’attivista cristiano Sardar Mushtaq Gill. I matrimoni infantili non riguardano soltanto le minoranze cristiana e indù (rispettivamente l’1,5 per cento e il 2 per cento della popolazione), presso le quali sono particolarmente incisivi numericamente ma anche significativi, in quanto estensione di una pressione discriminatoria. Anche quando i casi di rapimento per matrimonio – centinaia ogni anno, solitamente dopo stupro e conversione forzata –, vengono denunciati (solo in parte per timore di ritorsioni o per vergogna) e portati in tribunale vedono spesso ritardi , pressioni e manipolazioni che rendono complicato un intervento dei giudici. In generale, si registra ancora la persistenza del contrasto fra la prassi islamica per cui una giovane può accedere al matrimonio raggiunta la maturità sessuale e la legge dello Stato che ancora recentemente, a maggio 2025, ha confermato in 18 anni l’età minima per le unioni matrimoniali. Restano forti resistenze, anche se con forti differenze regionali: almeno il 15 per cento delle donne entro i 25 anni che avrebbero contratto matrimonio prima dell’età legale.
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