La scrittrice Azar Nafisi: «Il mondo ha dimenticato
il popolo iraniano che soffre»

di Lucia Capuzzi, inviata a Beirut (Libano)
L'autrice di "Leggere Lolita a Teheran", esule negli Stati Uniti: «Gli ayatollah si reggono solo sulla violenza, ma i sopravvissuti al regime muoiono nei raid»
March 20, 2026
La scrittrice Azar Nafisi: «Il mondo ha dimenticato
il popolo iraniano che soffre»
Azar Nafisi
Cantare. Guardare un film. Abbracciare gli amici. Ridere e piangere insieme. E soprattutto leggere, magari proprio Lolita a Teheran. Questo è l’unico modo di combattere una guerra. Perché quando intorno infuria la violenza, la morte, il sangue e l’odio, custodire l’empatia consente di sopravvivere davvero. Provare sentimenti, compassione, solidarietà è l’atto estremo di resistenza all’uccisione della propria umanità. Azar Nafisi parla per esperienza. Durante il brutale conflitto tra Iran e Iraq che ha segnato la sua giovinezza, la scrittrice e accademica è riuscita ad andare avanti grazie alle ore trascorse «in venti chiusi in un appartamento» a recitare versi, ad ascoltare musica, a scambiarsi confidenze, a parlare di ciò che la propaganda silenziava.
«La più grande gioia è stata quando una giornalista statunitense arrivata a Teheran mi ha portato una copia di The New Yorker. Lo toccavamo quasi con riverenza. Increduli di poterlo avere finalmente tra le mani. E di accedere a un “pezzo di mondo” proibito dagli ayatollah. Cose come questa ti salvano quando la vita diventa troppo dura», racconta l’autrice del magistrale Leggere Lolita a Teheran, pubblicato in Italia da Adelphi. Un simbolo di resistenza all’oppressione. Tanto che il Salone del Libro di Torino ne ha donato un’edizione speciale a oltre 7mila studenti delle superiori nell’ambito di un progetto di sostegno alla lettura. Dall’esilio negli Stati Uniti, dove vive dal 1997, mentre il suo Paese è dilaniato da una nuova escalation, Azar Nafisi cerca di accompagnare i propri cari, trascorrendo lunghe ore a chiacchierare – a distanza - «di tutto e di niente, dei massimi sistemi e delle piccole cose». «Per questo ero disperata i primi giorni quando c’è stato il blackout di Internet e non riuscivo a contattare nessuno – racconta la scrittrice –. Ora, per fortuna, siamo in contatto quotidiano».
Di che cosa parlate?
Ci ciò che ci viene in mente. L’altro giorno una mia cara amica mi descriveva la paura per il tonfo costante delle esplosioni, l’odore acre dell’aria che brucia la gola, il dolore per i morti. Poi d’improvviso, ha cominciato a parlarmi dei suoi gatti e io della morte del cane di mio figlio. Brandelli di normalità inframmezzati all’orrore. Per ricordarci che esiste altro oltre a quest’ultimo.
Lei ha dedicato la vita e la carriera a contestare la Repubblica islamica. Crede che questa guerra sia d’aiuto alla lotta per la libertà degli iraniani?
Finora non lo è stata. Per questo, cerco di riportare l’attenzione sulla gente. Su un popolo che tanto ha sofferto e continua a soffrire e di cui il mondo sembra essersi dimenticato. Il regime ha ucciso migliaia di persone nella repressione delle proteste. E, ora, i sopravvissuti muoiono per la guerra.
Ha celebrato la morte di Khamenei o di Larijani?
Alcuni l’hanno fatto e non giudico. Solo voglio sforzarmi di non diventare come i nostri carnefici. Non penso, poi, che Khamenei o Larijani siano così importanti. Tempo fa, Olivier Roy ha detto una cosa molto vera: la buona notizia è che il regime è finito; quella cattiva è che ancora non se n’è accorto. Gli ayatollah hanno perso ogni credibilità di fronte agli iraniani. Si reggono solo sulla violenza.
Perché leggere può aiutare a sconfiggerli?
Il pericolo maggiore per una democrazia è l’assuefazione della coscienza e l’atrofizzazione dei sentimenti nei cittadini. Mio padre mi ripeteva che gli ayatollah avevano potuto abbattere la statua dello scià ma non quella di Ferdowsi, il più famoso poeta persiano. La poesia è la nostra patria. Ed è anche la nostra salvezza.

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