La protesta paralizza la Bolivia. Fermi cibo e farmaci: 12 morti
Il blocco va avanti da 35 giorni. A scatenare la rabbia di sindacati e lavoratori una serie di misure restrittive del governo del conservatore Paz. E lui accusa Evo Morales

Giorno trentacinque. La protesta non finisce più. Il malcontento cresce, giorno dopo giorno. E la Bolivia è sul lastrico. Più di ottanta strade bloccate in sette dipartimenti. Non circola niente. Né cibo, né medicine. Scaffali vuoti, ospedali in crisi. Il Paese piange dodici morti. Metà di loro pazienti che, a causa dei blocchi, non hanno potuto ricevere cure tempestive. Qualcuno è morto mentre veniva trasportato in ospedale. Tra le vittime c’è anche Víctor Cruz Quispe, 24 anni, ucciso dalla polizia (colpo di arma da fuoco) nella strada tra La Paz e Oruro. In un primo momento, il presidente conservatore moderato Rodrigo Paz ha provato a smentire la notizia. Poi sono arrivate le scuse, attraverso il portavoce José Luis Gálvez: «Nessun boliviano dovrebbe perdere la vita in circostanze simili». La mobilitazione è iniziata il primo maggio. Si protestava per i salari di maestri e operai e l’abrogazione della Legge 1720, che apriva alle ipoteche delle terre contadine in cambio di crediti. C’erano anche i trasportatori, che lamentavano i danni del carburante inquinato alle vetture.
In risposta, il governo ha dato alcuni segnali di apertura, archiviando anche la legge sull’ipoteca delle proprietà contadine. Tuttavia, a un certo punto, la piazza ha cominciato a chiedere le dimissioni di Paz, in carica da sei mesi. «Vogliamo tutti la rinuncia del presidente», ha esclamato Edson Valdéz, segretario esecutivo della Federazione dipartimentale di trasportatori “Primero de Mayo”, denunciando l’assenza di risposte dell’esecutivo. Così anche la Centrale operaia boliviana (Cob) e altri movimenti, che hanno respinto l’invito al dialogo lanciato da Paz ai movimenti in rivolta. «Per ora il dialogo non è possibile», hanno sancito i movimenti dopo un lungo vertice durato più di tre ore. «Al posto suo, prenderei le valigie e andrei via. Questo governo non ha cuore. Ci stiamo ammazzando tra di noi», ha dichiarato Elvira Laura Quispe. Il presidente, però, non fa un passo indietro. Punta così a dichiarare lo stato d’emergenza, inviando i militari nelle strade. E a tale proposito ha già spedito In Parlamento un progetto di legge, che rimuove gli ostacoli posti nel 2021 dal governo di Jeanine Añez. «Non alziamo la mano per colpire, ma la tendiamo per il dialogo», giustifica Paz, spiegando che lo stato di emergenza non sarebbe fondato su un’ottica repressiva, ma «sotto la logica dell’azione umanitaria». E ancora: «Tutto ciò che faranno la polizia e le forze armate sarà azione umanitaria». Il presidente punta anche il dito contro il dipartimento di Cochabamba e l’ex presidente nonché leader dei produttori di foglia di coca, Evo Morales, accusando i manifestanti di fare gli interessi del narcotraffico.
«Fomentano mobilitazioni e azioni contro la nostra democrazia, la nostra Costituzione e il benessere dei boliviani», ha detto. Ma non tutti ci stanno. Nelle ultime ore i ministri Beatríz García (Istruzione) e Marcelo Salinas (Difesa) hanno presentato le dimissioni. Giungono pressioni anche dalla Confederazione di imprenditori privati della Bolivia, che chiede «decisioni immediate» al fine di «evitare la catastrofe» economica del Paese. È intervenuto anche monsignor Giovani Arana, segretario generale dei vescovi boliviani, rivolgendo un appello al negoziato, laddove «le famiglie non trovano i prodotti essenziali e non hanno risorse per acquistarli». E non manca all’appello la voce del segretario di Stato americano, Marco Rubio. «Non permetteremo che criminali e trafficanti di droghe – ha accusato – provochino la caduta di leader eletti democraticamente nel nostro continente».
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