La guerra non si può raccontare: così in Medio Oriente sta vincendo la censura
di Luca Foschi
Le notizie sul conflitto si oscurano in tanti modi, dal black out di Internet imposto in Iran fino al giro di vite dei Paesi del Golfo contro chi condivide immagini e video degli attacchi. Ma anche Israele e Stati Uniti cercano di mettere il bavaglio alla libera informazione

In una guerra in cui la distruzione viene per lo più dal cielo, una ragnatela di droni e missili puntati sulle le coordinate raccolte con pazienza dell’intelligence, è la censura ad accumunare la Repubblica islamica dell’Iran, le petro-monarchie del Golfo e la democrazia israeliana. Con importanti differenze, le limitazioni statuali imposte all’informazione sbozzano e scolorano chirurgicamente il fatto bellico, accompagnate soprattutto in rete dalla carsica ma potente arte della disinformazione.
In Iran il black-out di Internet imposto dal governo persiste da venti giorni, e il dono della connessione è utilizzato dalle redazioni per diffondere un racconto attentamente controllato dall’Ershad, il ministero della Cultura e della Guida islamica. La mobilità dentro e fuori dalla capitale Teheran è limitata, le visite ai siti colpiti dai bombardamenti israelo-americani sono organizzate dall’autorità e orientate alla copertura degli obiettivi civili. Foto e riprese non autorizzate di luoghi sensibili, quando non impedite dai servizi di sicurezza, sono soggette alla letale etichetta di prodotti americano-sionisti. Per aggirare il black-out i cittadini iraniani ricorrono alle chiamate ordinarie, al mercato nero per il costoso ponte satellitare di Starlink e alla vecchia cara radio a onde corte, difficile da tracciare. Sono pochi i media occidentali ammessi dal regime. Fra questi Afp e la Cnn, accolta a conflitto in corso, quando il governo ha percepito le prime crepe nella narrazione americana di una vittoria fulminea e indolore.
È stata proprio l’emittente liberal di Atlanta a offrire una delle immagini più chiare di come la censura stia operando in Israele: «Quando Hamas lanciava i razzi, non c’era nessun problema nel riprenderne l’intercettazione. Ora il censore ha impedito le dirette che mostrano le intercettazioni dei missili iraniani, anche se la maggior parte vengono fermati». Il ministro della Sicurezza Ben-Gvir, esponente della destra messianica radicale, ha affermato che «alcuni incidenti sono stati investigati, le persone sospette sono state fermate e in alcuni casi arrestate». Da quasi due anni e mezzo a Gaza i giornalisti mettono piede solo se “embedded” con le truppe dell’Idf, e i loro reportage sono soggetti a censura. La chiusura di Army radio, prevista per il 1° marzo, è stata per il momento congelata da un intervento della Corte Suprema. La storica emittente dell’esercito, ha ritenuto il ministro della Difesa Katz, si è macchiata durante la guerra di Gaza di aver «danneggiato lo sforzo bellico e il morale».
Il 9 marzo il ministero dell’interno qatarino ha annunciato l’arresto di più di 300 individui, rei di aver condiviso informazioni fuorvianti sugli attacchi iraniani. Pochi giorni dopo, negli Emirati Arabi Uniti, 21 persone di diverse nazionalità sono state incriminate per la ripresa o la condivisione di immagini contenenti le parabole dei missili o i danni da essi causati. Sono almeno quattro in Bahrein le persone arrestate per lo stesso motivo, definito qui «tradimento». A due cittadini kuwaitiani è bastato irridere l’esercito per finire dietro le sbarre. Nessuna infrazione in Arabia Saudita, dove la sharia offre un ampio spettro di pene corporali.
L’istinto censorio non ha risparmiato gli Stati Uniti dell’era Trump. La Commissione federale per le comunicazioni ha comunicato attraverso il suo presidente Brandan Carr che le emittenti colpevoli della diffusione di quelle che vengono definite fake news «hanno un’occasione adesso per correggere il loro corso, prima che arrivi il rinnovo delle licenze. Le emittenti devono operare nell’interesse della pubblica opinione».
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