Iran, 10 giorni di protesta e 5 fattori per cui tutto potrebbe cambiare

Il regime sta reagendo, come sempre, con una repressione violenta. Ma, diversamente dal passato, questa volta gli ayatollah rischiano. Ecco perché
January 6, 2026
Iran, 10 giorni di protesta e 5 fattori per cui tutto potrebbe cambiare
Le gigantografie degli ayatollah Ali Khamenei e Ruhollah Khomeini continuano riempire le strade di Teheran. Ma il regime è in grande difficoltà /Ansa
Dieci giorni di protesta in Iran, 35 morti nella repressione, 1.200 arresti, il regime in “modalità sopravvivenza” e un piano della Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, per fuggire a Mosca con 20 membri della sua famiglia se le cose si dovessero mettere male. Eventualità molto concreta, perché la rivolta in corso non è come le precedenti (le proteste studentesche del 1999 e del 2003; il Movimento Verde del 2009; i dey protests del 2018; il Bloody November del 2019; Donna, Vita, Libertà per Mahsa Amini nel 2022), e può portare a un cambiamento radicale. Cinque elementi lo suggeriscono.
1) La svolta post-ideologica
I ragazzi in piazza oggi non chiedono più (solo) riforme economiche e politiche, elezioni libere e un cambiamento interno al potere. Non vogliono più “correggere” il regime: lo vogliono cancellare. Stanno mettendo in discussione la legittimità stessa dello Stato teocratico in Iran. C’è una rottura culturale irreversibile, verso una prospettiva nettamente post-ideologica. Una generazione intera non si sente più parte della Repubblica islamica, non ne condivide i codici, il linguaggio, l’orizzonte morale. Nessuna adesione ideologica all’Occidente, ma mai come ora, dopo la Rivoluzione del 1979, una quota crescente di iraniani si percepisce come totalmente estranea a un sistema subìto come vecchio, oppressivo, fuori dal tempo. Le donne che si stanno togliendo il velo non stanno “sfidando una legge”: stanno negando l’autorità simbolica del regime (l’hijab obbligatorio è uno dei pilastri fondativi della Repubblica islamica).
2) La debolezza interna del regime
Oggi, come in passato, il regime sta reagendo con una repressione estremamente pesante e scoperta (nelle ultime ore – è solo un esempio – video circolati in rete mostrano le forze di sicurezza iraniane, in tenuta antisommossa, che, dopo aver fatto irruzione nell'ospedale di Ilam, aprono il fuoco, uccidendoli, sui manifestanti feriti). Ma la violenza dell’intervento del governo è inversamente proporzionale alla sua solidità. Khamenei è anziano (86 anni), la successione è incerta, le élite diffidano l’una dell’altra. Le voci su possibili opzioni di riparo all’estero (Russia) indicano un dato politico preciso: la certezza di continuità è venuta meno. E il presidente iraniano Masoud Pezeskian - un riformista moderato che non decide quasi nulla ed è culturalmente ambiguo – non può essere valvola di sfogo del sistema, contribuendo quindi ad alimentare la pressione. Il New York Times, citando “tre altri dirigenti iraniani”, ha scritto che il regime degli ayatollah è in "modalità di sopravvivenza" e che nelle riunioni a porte chiuse della sua dirigenza si ammette che sono pochi gli strumenti a disposizione per fronteggiare la crisi.
3) L’azione di Israele
Le rivolte precedenti avvenivano mentre Teheran si espandeva (Iraq, Siria, Libano, Yemen). Oggi l’Iran arretra, messo all'angolo dall’azione con cui Israele, durate i due anni di guerra a Gaza, ha indebolito se non annientato, uno dopo l’altro, il Paese e tutti i proxy che ne moltiplicavano il potere: la leadership di Hamas nella Striscia è stata polverizzata, e la sua capacità operativa ridotta drasticamente; in Libano è stata ristabilita la deterrenza: colpiti quadri, arsenali e infrastrutture di Hezbollah, la milizia è in ginocchio; in Iraq e Siria le milizie sciite filo-iraniane sono sottoposte a costante pressione militare e di intelligence, e hanno limitata libertà di azione; gli Houthi dello Yemen, che pure restano rumorosi, hanno impatto strategico pressoché inesistente.
4) L’isolamento regionale
Il contesto regionale è il vero moltiplicatore di rischio. La Mezzaluna sciita non crolla, ma è sotto stress permanente. E gli Accordi di Abramo (usciti più forti dalla guerra voluta da Hamas a Gaza) stanno ridisegnando un Medio Oriente senza l’Iran. L'attacco del 7 ottobre doveva incendiare il fronte arabo contro Israele ma ha prodotto l’effetto opposto. Gli Stati arabi firmatari o potenziali firmatari hanno visto nel caos generato dall’“Asse della resistenza” un fattore di instabilità, non di liberazione. Risultato: cooperazione di sicurezza, tecnologica ed economica tra Israele, Golfo e partner arabi sono architravi strutturali di un progetto regionale che premia prevedibilità e crescita. E che quindi esclude strutturalmente l’Iran. Teheran non può offrire integrazione economica (è sotto sanzioni), non può offrire sicurezza condivisa (produce minacce), non può offrire sviluppo (il modello interno è fallimentare). Può solo offrire proxy armati e retorica rivoluzionaria: merce sempre meno richiesta. Il risultato è un isolamento strategico crescente, proprio mentre il fronte interno si logora.
5) Il fattore Trump
È forse l’aspetto più dirompente. “Prima” Trump non era nel quadro, ora c’è, eccome, e ha minacciato di infliggere un “colpo durissimo” all’Iran se i manifestanti verranno uccisi. Il precedente venezuelano (la cattura di Maduro) rende tutto molto credibile. Così tanto credibile che, come hanno riportato fonti di intelligence al quotidiano britannico The Times, Khamenei sarebbe pronto a fuggire in Russia nel caso in cui le forze armate di Teheran non riuscissero a sedare le proteste. In ballo c’è anche l’eventualità di attacchi militari, che l’Iran avrebbe non poche difficoltà a contrastare. Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbero già raggiunto un'intesa per colpire l'Iran. L’accordo sarebbe stato definito durante l’incontro a Mar-a-Lago, in Florida, il 29 dicembre scorso. Nel mirino, il programma nucleare iraniano, già pesantemente compromesso con la Guerra dei 12 giorni (il conflitto diretto tra Iran e Israele dal 13 al 24 giugno 2025, che ha visto l’ingresso in campo degli Stati Uniti al fianco di Gerusalemme con il bombardamento di tre siti nucleari iraniani). «Non permetteremo all'Iran di ricostituire il suo programma missilistico balistico», ha dichiarato ieri Bibi Netanyahu davanti al Parlamento israeliano. Netanyahu e Trump condividono una linea: colpire prima che il costo diventi ingestibile. Netanyahu vede nell’Iran indebolito e isolato una finestra strategica; Trump vede un regime vulnerabile che va schiacciato o contenuto duramente. L’opposizione iraniana vede una possibilità. 
Un corteo della diaspora iraniana a Londra, davanti all'ambasciata, chiede un regime change e ringrazia Trump per il sostegno promesso agli oppositori /Ansa
Un corteo della diaspora iraniana a Londra, davanti all'ambasciata, chiede un regime change e ringrazia Trump per il sostegno promesso agli oppositori /Ansa

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