In Libano il riscatto dei fiori d'arancio: «Così resistiamo alla guerra»

di Lucia Capuzzi Inviata a Beirut
Giovani attivisti hanno rischiato per raccogliere i boccioli con i contadini e produrre l'essenza, una tradizione antichissima nel sud del Paese
March 30, 2026
In un campo, circondati dai fiori d'arancio,  attivisti e contadini raccolgono i boccioli nel sud del Libano
La raccolta dei fiori d'arancio a Darb el-Sim/ Dahlia Barakat
«Ha senso rischiare la vita per salvare dei fiori? Me l’hanno chiesto in tanti. Ogni volta ho risposto con un'altra domanda: “E se salvare dei fiori fosse l’unico modo per non morire?”». Il viso da ragazzina di Dahlia Barakat contrasta con la profondità delle parole appena pronunciate. Capelli castani, jeans, blusa bianca e braccialetti tintinnanti ai polsi, la giovane artista mostra con orgoglio la creazione più ardita a cui ha preso parte: una boccetta di essenza. Non una qualsiasi, però. Il “mazaher” è l’acqua dei boccioli d’arancio amaro, ingrediente fondamentale della cucina e della medicina mediorientale. La sua distillazione è una tradizione antichissima nel sud Libano. «Di più: è una pratica comunitaria e spirituale. Il modo in cui i villaggi celebrano insieme la rinascita della terra in primavera. Ripetendo all’unisono che nessun inverno è infinito». Mentre racconta, la passione traspare dal tono di Dahlia, protagonista, insieme a Nathalie Abi Khalil e a vari collettivi che ruotano intorno al Beirut art center, del salvataggio del “mazaher” dalla trappola della guerra.
Dahlia si è recata a Darb el-Sim per raccogliere i fiori d'arancio da cui distillare la tradizionale essenza/ Dahlia Barakat
Dahlia si è recata a Darb el-Sim per raccogliere i fiori d'arancio da cui distillare la tradizionale essenza/ Dahlia Barakat
«Tutti i viventi ne sono vittima: la sofferenza si propaga dall’uno all’altro. Già lo scorso conflitto, combattuto in autunno, ha impedito la raccolta le olive: sono marcite sugli alberi, mandando in fumo la fonte di sostentamento vitale di tanti contadini. Stavolta abbiamo cercato di contrastare, almeno in minima parte, uno spreco analogo», spiega Nathalie, consulente botanica, esperta nella produzione di cosmetici e farmaci naturali. Già in passato aveva realizzato laboratori nel Beirut art center, una sorta di galleria ricavata in un vecchio magazzino accanto al Suk al-Had, il mercato popolare della capitale. Uno spazio aperto a artisti e movimenti sociali che si alternano tra il centro e Bet Am, la “casa pubblica”, nel quartiere di Badaro. Di fronte alla catastrofe umanitaria in atto, le due realtà stanno collaborando per riunire generi di prima necessità e distribuirli alle famiglie sfollate più fragili: mille pacchi alimentari, cinquecento materassi e paia di lenzuola, decine di sacchi di vestiti, sono sparsi nelle sale fra installazioni e murales. Le decine di giovani volontari – spesso essi stessi evacuati –, inoltre, cercano di creare momenti in cui le persone provate possano esprimere la propria sofferenza. «Non ci sono solo le terribili condizioni materiali. La guerra acuisce le tensioni di un tessuto sociale già lacerato dal settarismo come quello libanese – sottolinea Karim Saffiedine, attivista di Bet Am e analista politico –. Da sciita, per quanto laico, tocco con mano quanto la mia comunità si senta smarrita, confusa, arrabbiata con tutti: Hezbollah, il governo, Israele». «Che cosa può fare un artista nel mezzo dell’attuale spirale di violenza? È l’interrogativo con cui convivo ogni giorno. L’unica risposta è contribuire a costruire microcosmi in cui restare umani», dice Rawad Kanj al-Mohammad, scultore, esperto di decorazioni floreali e profugo di Qaayat al-Sanwbak, villaggio tra Sidone e Tiro. In quest’ottica si inquadra il riscatto dei “fiori d’arancio”. L’idea è venuta a Nathalie, da tempo in contatto con il centro.
Nathalie Abi Khalil distilla il "mazaher" a Beirut/ Capuzzi
Nathalie Abi Khalil distilla il "mazaher" a Beirut/ Capuzzi
Dopo l’esplosione delle ostilità, si è presentata alla sua porta da Biblos, dove vive, insieme al proprio apparecchio per la produzione essenze. «Mancavano solo i boccioli. O, meglio, qualcuno che andasse a prenderli», afferma. Dahlia si è subito offerta. «L’ho fatto per mia nonna che, ogni anno, si recava a Hebarieh, nel sud, a raccoglierli. E, poi, tutta la famiglia partecipava alla distillazione». Insieme a un amico, la scorsa settimana, la giovane ha sfidato l’ordine di evacuazione israeliano e ha raggiunto Darb el-Sim, a sud di Sidone, dove una cooperativa riunisce i coltivatori di aranci. «È stata una giornata surreale. Si sentivano le esplosioni intorno mentre, in mezzo al campo, eravamo circondati dai fiori. Siamo riusciti a raccoglierne sedici chili, salvando il loro raccolto. E li abbiamo portati qui», dice la ragazza mentre indica il cesto su cui sono adagiati i petali bianchi. Nathalie affonda le mani, ne prende una manciata e li introduce nella parte superiore del distillatore. Pian piano, alcune gocce attraversano gli alambicchi di vetro, fino al rubinetto. L’acqua dell’arancio amaro comincia a depositarsi sul fondo della boccetta. «Annusa – conclude Nathalie mentre toglie il tappo –. È l’odore della vita. Delicato sembra soccombere sotto il tanfo opprimente della morte. Invece, proprio la sua apparente inconsistenza lo rende forte. Sentilo. È il profumo della resistenza».
La raccolta dei boccioli di arancio deve avvenire in queste settimane altrimenti marciscono
La raccolta dei boccioli di arancio deve avvenire in queste settimane altrimenti marciscono

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