In Darfur la violenza sessuale è usata come arma di guerra
Il rapporto di Medici senza frontiere sulla guerra in Sudan: dal 2024 più di 3mila i casi registrati

I paramilitari sudanesi delle Forze di supporto rapido (Rsf) e le milizie alleate stanno usando la violenza sessuale come «arma di guerra» in Darfur per controllare i civili. L’allarme è stato rilanciato ieri da Medici senza frontiere, rimasta in prima linea nel brutale conflitto tra esercito sudanese e Rsf scoppiato nell'aprile 2023. Guerra civile che provocato la peggiore crisi umanitaria del globo ed è stata segnata dalla diffusa violenza sessuale. Nel rapporto “C’è qualcosa che voglio dirti…: Sopravvivere alla crisi della violenza sessuale nel Darfur”, l’Ong prova a rompere il silenzio che avvolge questa guerra con tratti genocidari e rivela che tra gennaio 2024 e novembre 2025, almeno 3.396 sopravvissuti alla violenza sessuale – il 97% di loro sono donne e ragazze – hanno cercato cure presso sue strutture nel Nord e Sud Darfur. Ed è, dice il rapporto, «solo una frazione della vera scala». Nel Sud Darfur il 20% dei sopravvissuti erano minori compresi 41 bambini.
Il rapporto di Msf presenta numerose testimonianze e dati medici che rivelano la «natura deliberata della violenza sessuale», i cui principali responsabili in Darfur sono i paramilitari. Le testimonianze di 150 vittime durante l'attacco di 12 mesi fa al maxi campo sfollati di Zamzam indicano che sono stati presi di mira gruppi etnici non arabi, in particolare gli Zaghawa. Testimonianze choc, come quella della violenza descritta da una sopravvissuta subita mentre fuggiva da casa: «Ci hanno portate in uno spiazzo. Il primo uomo mi ha violentata due volte, il secondo una volta, il terzo quattro volte. Oltre agli stupri, ci hanno picchiate con i bastoni e mi hanno puntato le armi alla testa». Altre vittime si trovavano a El-Fasher, ultima roccaforte dell’esercito nella vasta regione occidentale caduta nell’ottobre 2025 e dove una missione Onu ha segnalato «atti di genocidio». Molte donne hanno descritto di essere state aggredite lontano dal fronte mentre svolgevano attività quotidiane. Alcune sono morte sul posto.
«La violenza sessuale è una componente distintiva di questo conflitto, non limitata alle linee del fronte, ma pervasiva in tutte le comunità – ha affermato Ruth Kauffman, responsabile medica Msf per le emergenze –. Questa guerra si sta combattendo sulla pelle di donne e ragazze. Gli sfollamenti, il crollo dei sistemi di supporto comunitario, la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e le profonde disuguaglianze di genere stanno permettendo abusi in tutto il Sudan». Le persone sopravvissute hanno descritto episodi di violenza sessuale non solo durante i combattimenti, ma anche in contesti quotidiani dimostrando come la violenza sessuale si sia estesa oltre le linee del fronte. Lo conferma Greta Barbieri, ostetrica in Darfur. «Arrivavano nella nostra clinica – afferma – donne e ragazze sopravvissute alla violenza, sotto choc e con il timore di essere viste e giudicate. Nella maggior parte dei casi si tratta di ragazze tra i 15 e i 25 anni, ma questa condizione di estrema vulnerabilità non risparmia nessuno. Anche chi arriva nei campi per sfollati vive con la paura di subire nuove violenze. Questa si unisce alla paura dello stigma e rende difficile chiedere aiuto».
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