"Il mondo di 5 settimane fa non c'è più"
L'analista Loretta Napoleoni: "L'Ovest diventa il baricentro globale. E' in atto una catastrofe, come gli antichi greci chiamavano il colpo di scena a fine tragedia"

«Il nuovo ordine mondiale sarà governato da un asse invisibile che da Pechino si estenderà fino a Città del Capo. L’Europa e l’America saranno le prime a rimetterci. L’Africa e il mondo musulmano forniranno le risorse necessarie alla nuova leadership economica globale». Era il 2001 quando Loretta Napoleoni scrisse queste parole al termine del celebre saggio Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale, appena ripubblicato in Italia da Solferino. Venticinque anni dopo, l’economista e analista, tra le massime esperte internazionali di finanziamento delle organizzazioni terroristiche, conferma la propria previsione. «Anzi, la vedo prendere forma concreta», spiega, durante una pausa del Link Media Festival, che si conclude oggi a Trieste. E aggiunge: «Assistiamo ad una vera e propria una catastrofe, nel significato che questo termine aveva per gli antichi greci: colpo di scena finale della tragedia».
In quali termini si configura questo colpo di scena?
Il mondo com’era fino a cinque settimane fa non esiste più. Tra un anno lo scenario sarà differente, tra dieci la trasformazione sarà radicale. Per prima cosa, è cambiato il Medio Oriente. Un accordo fra Usa e Iran, anche se, per assurdo, fosse raggiunto oggi, non potrebbe scongiurare la crisi delle petro-monarchie. La perdita in termini di immagine è enorme. Dubai, Abu Dhabi, la stessa Arabia Saudita, erano riusciti a emanciparsi dall’instabilità regionale e accreditarsi come mete turistiche, paradisi fiscali e hub dell’innovazione. I missili degli ayatollah li hanno riportati indietro di decenni. Decine delle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo sono state, inoltre, gravemente dagli attacchi missilistici di Teheran. A essere colpiti, in modo particolare, sono stati gli impianti di liquefazione del gas naturale, il cosiddetto Gnl: da Ras Laffan in Qatar a Habshan, Shah e Das Island negli Emirati. Secondo quanto dichiarato da Saad al-Qaabi, ministro per gli Affari energetici di Doha, già a metà marzo, i raid avevano messo fuori uso il 17 per cento della capacità produttiva, l’equivalente di 12,8 milioni di tonnellate l’anno di Gnl. E per ripristinarla ce ne vorranno dai tre ai cinque. L’offerta di gas naturale liquido, dunque, si ridurrà: un problema non da poco per l’Europa che lo importa soprattutto dalla regione. Il rivolgimento mediorientale, dunque, si estende al mondo.
Con quale impatto?
Il baricentro globale si sposta verso est. A guadagnare dalla crisi sono la Russia e, soprattutto, la Cina. È quest’ultima la vera regista del negoziato di Islamabad. Non a caso, il 31 marzo scorso, dopo gli incontri con Turchia, Egitto e Arabia Saudita in cui ha cominciato ad essere abbozzato il piano, il ministro degli Esteri pachistano è andato a Pechino.
Perché l’Iran è tanto cruciale per gli interessi cinesi?
C’è il nodo dell’approvvigionamento energetico ma non è determinante: il Paese punta all’uscita degli idrocarburi entro il 2060. Vitale è, invece, la questione geopolitica. L’Iran è il ponte verso il Medio Oriente e, soprattutto, l’Africa. La direttrice che collega Pechino al Continente e, via Turchia, al Mediterraneo, passa per Teheran. Senza la Cina verrebbe declassata al grado di potenza regionale, non più globale.
E gli Stati Uniti?
L’effetto si profila dirompente, in senso negativo. Nonostante gli Usa siano un Paese esportatore di petrolio, l’inflazione si farà sentire. Il piano di ri-industrializzazione di Donald Trump – tra le promesse-cardine della campagna – è la grande vittima della crisi mediorientale. Come si può rilanciare il tessuto manifatturiero con il petrolio oltre i cento dollari al barile? Questo ha determinato uno scollamento profondo con la base MAGA. La sconfitta al Midterm, a questo punto, è scontata. Il tutto per un conflitto inutile.
Perché allora Trump l’ha fatto?
L’Iran è una vecchia ossessione dal tycoon, come risulta da un’intervista di inizio anni Ottanta. La versione più plausibile è quella del New York Times: è stato convinto da Benjamin Netanyahu.
Il capo della Casa Bianca potrebbe smarcarsi ora da Israele?
È improbabile. Il fattore tempo, però, è importante. Trump deve trovare il modo di uscire dal pantano entro fine aprile quando scadono i termini per sottoporre al Congresso il via libera alla guerra. Poiché sa di non poterlo avere, deve terminarla prima.
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