Limiti ai social? Giusto, ma non basta. “Patti digitali” per educare insieme

Alla Camera un confronto bipartisan sull’importanza di formare all’uso responsabile degli smartphone. Mentre dal basso cresce un movimento di genitori, scuole, comuni e oratori
April 11, 2026
Limiti ai social? Giusto, ma non basta. “Patti digitali” per educare insieme
L’attuale dibattito sulla regolamentazione dell’uso dei social media da parte dei minori è una preziosa occasione di riflessione sul ruolo del mondo adulto, in una sfida eminentemente educativa molto più che tecnologica. Si moltiplicano le proposte di legge – le ultime sono arrivate nei giorni scorsi da Noi Moderati e Pd, e lo stesso governo ha annunciato una sua iniziativa specifica sul tema, mentre una prima proposta bipartisan Pd-Fratelli d’Italia risale già a due anni fa – e da altri Paesi europei (e non solo) arrivano notizie di normative già in vigore o in avanzato stadio di elaborazione, come in Francia, Spagna e Grecia.
Le accomuna il fatto di stabilire una soglia di età minima per l’apertura di un account social, che varia dai 15 ai 16 anni, e soprattutto l’obbligo di verifica di tale età da parte delle piattaforme, con salate sanzioni pecuniarie in caso di negligenza.
Ed è proprio questo il punto più controverso, che pone serie problematiche dal punto di vista della privacy: in che modo individuare l’età di chi si accinge ad aprire un profilo su un social senza richiedere troppi dati personali? Un aspetto cruciale, dunque, che necessiterebbe di seri investimenti economici e di risorse informatiche per essere almeno in parte risolto. Peraltro in Italia già esiste un limite di età per l’accesso ai social media – 14 anni – sulla base della legge europea Gdpr sulla privacy, ma è un divieto poco conosciuto, puntualmente disatteso e rispetto al quale non esiste un sistema di verifica. Sui limiti di età già qualcosa di importante si è già mosso, con il decreto Caivano e diversi pronunciamenti di Agcom.
Ben vengano quindi le normative in grado di rafforzare il divieto sensibilizzando i genitori sulla sua importanza. Della questione si parlerà in un evento in programma alla Camera dei Deputati lunedì 13 aprile, dal titolo “Educazione e protezione digitale”, organizzato dalla neonata Fondazione Patti Digitali , che vedrà la partecipazione di esperti di vari ambiti, dal neuropsichiatra Stefano Vicari a Elena Bozzola, a capo della commissione dipendenze digitali della Società italiana di Pediatria, dallo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia ad Adriano Bordignon, presidente del Forum delle Associazioni Familiari. A introdurre l’incontro, al quale presenzieranno i parlamentari di tutti i partiti che hanno presentato i diversi disegni di legge e la stessa Garante per l’Infanzia e l’adolescenza Marina Terragni, sarà Marco Gui, docente di Sociologia dei Media all’Università Bicocca e presidente della Fondazione, dopo i saluti di Anna Ascani vicepresidente della Camera.
Nel corso della giornata ci sarà spazio per ascoltare le esperienze di diversi gruppi che in giro per l’Italia hanno già dato vita a Patti Digitali riunendo genitori, scuole, oratori e istituzioni intorno ad alcune regole di base da condividere per l’educazione digitale dei ragazzi.
Accanto all’esperienza del Comune di Milano, che sarà portata dalla vicesindaco Anna Scavuzzo, ci saranno quelle dei comuni di Bagno a Ripoli, Treviso, con l’assessore Gloria Sernagiotto, e del quartiere di Monteverde a Roma.
Mentre le piattaforme si muovono – Instagram proprio in questi giorni ha introdotto ulteriori restrizioni sui contenuti inadatti ai minori per gli account fra i 13 e i 18 anni –, e la politica giustamente s’interroga su quale possa essere la strada migliore per garantire che gli spazi online siano sicuri per i più piccoli, c’è già una risposta che arriva dal basso. Arriva dagli oltre 20mila genitori che si sono attivati per dare vita a un Patto Digitale sul proprio territorio, dalle molte scuole, oratori, istituzioni che hanno favorito e appoggiato tali iniziative, impegnandosi a loro volta a promuovere un approccio graduale all’uso del digitale (che ad esempio introduca lo smartphone non prima dei 13 anni) e che sia rispettoso delle fasce d’età e dell’evoluzione dei minori, nella convinzione che l’educazione ha bisogno di regole chiare e condivise, e non ne ha paura.
La responsabilità dei genitori nel modellare il comportamento dei propri figli è innegabile e determinante – c’è chi vorrebbe introdurre sanzioni per il loro mancato controllo sui minori più che per le piattaforme –, e proprio per questo è fondamentale che gli adulti siano i primi a mettere in discussione il proprio utilizzo di smartphone e social. Nessuno però educa da solo. E la grande opportunità che il digitale ci sta offrendo è quella di riscoprire l’importanza di essere una comunità. Siamo chiamati a formarci e formare i più giovani a un uso sano di smartphone e social. E possiamo farlo solamente insieme.

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