Rileggere l’Apocalisse oggi tra rivelazione e speranza di salvezza
La riscoperta del libro di Giovanni come messaggio di speranza e non di catastrofe

Pubblichiamo qui ampi stralci dell’introduzione del nuovo libro di Giuliano Zanchi Il bene che vince. L’Apocalisse, libro di speranza (Vita e Pensiero, pagine 228, euro 18,00). In questo suo nuovo libro Zanchi - prete di Bergamo, licenziato in Teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e direttore della “Rivista del Clero Italiano” - accompagna il lettore a riscoprire il significato autentico del libro dell’Apocalisse, intendendolo per quello che è, un libro di speranza. È un percorso - il suo - chiaro e accessibile, quasi un’introduzione per principianti, pensato per avvicinare chiunque a uno dei testi più affascinanti e misteriosi della Bibbia, capace di unire attrazione e oscurità, seduzione ed enigma. Collocandola nella tradizione storico-biblica che ne ha preparato la nascita, l’autore restituisce profondità storica, culturale e teologica all’apocalittica e al genere letterario da cui essa prende forma: ne ripercorre le radici e ne mostra la trasformazione decisiva nell’Apocalisse cristiana, dove il linguaggio visionario diventa prospettiva escatologica. Così, riletta nel suo orizzonte originario, l’Apocalisse torna a essere ciò che il suo nome indica: rivelazione, apertura di senso, promessa che attraversa il presente e lo orienta al compimento.
«Non sono mai stato un ottimista o un pessimista. Sono soltanto un apocalittico. La nostra sola speranza è l’Apocalisse. L’Apocalisse non è l’oscurità. È la salvezza. Nessun cristiano potrà mai essere ottimista o pessimista: questo è solo uno stato d’animo secolare». Così rispondeva Marshall McLuhan in un’intervista rilasciata nel 1977. Filosofo e sociologo canadese, McLuhan si era convertito giovanissimo leggendo Chesterton e san Tommaso, aderendo al cattolicesimo con una sensibilità piuttosto tradizionale, per non dire tradizionalista. Culturalmente parlando, si è affermato soprattutto come padre della scienza dei media, puro esuberante vitalismo dell’attualità, quanto di più lontano si possa immaginare da uno slancio apocalittico così dichiarato. Eppure McLuhan ha ragione: un cattolico non può in certa misura che avere lo sguardo proiettato lontano oltre i confini della storia terrena. In fondo lo certifica la Scrittura, il cui canone si chiude con un libro che, per quanto accompagnato da mille sospetti e profonde esitazioni, ha finito per trovare il suo posto, e alquanto rilevante, dato il suo ruolo di chiusura dell’intero canone della Bibbia. Se l’apocalittica – genere a cui il libro ha dato il nome – ha trovato un posto d’onore nel canone delle Scritture cristiane, significa che la sua lingua custodisce il senso di un richiamo indispensabile. L’apocalisse oggi è sulla bocca di tutti, e anche negli occhi di molti. Ma non si tratta di quell’apocalisse evangelica e cristiana che ha trovato posto nella Bibbia. Ha piuttosto a che fare con i fraintendimenti che essa ha seminato nella nostra storia culturale, imponendolo come termine quasi tecnico della fine catastrofica del mondo. Questo è, del resto, il modo con cui prevalentemente nella nostra epoca si pensa al futuro.
Una volta il futuro era sinonimo di evoluzione, progresso, avanzamento. Parole come profezia, utopia, riforma, persino rivoluzione, si incaricavano di interpretare quel senso di progressione che apparteneva alla dimensione del futuro come un elemento costitutivo. Adesso il futuro ci appare come una minaccia, si affaccia sul nostro presente come tempo del collasso e della dissoluzione. Siamo tornati agli incubi termonucleari, i cambiamenti climatici prospettano l’avvento di un mondo senza di noi, i prodigiosi progressi della tecnologia spaventano per il potere che dimostrano di avere, i modelli economici dominanti impediscono sempre di più alla vita sociale di essere teatro di opportunità per le persone, specie i più giovani. Siamo nella prima epoca della storia nella quale il futuro viene temuto come qualcosa di peggiore del presente. Molti sono certi della catastrofe. Qualcuno crede in una nuova creazione tecnologica. Il passato, in termini per lo più psicotici, è tornato a sedurre con le sirene dei suoi valori perduti. Il futuro è la fine e la fine è distruzione. O semplicemente la stasi, destino ancora peggiore. Se dalla distruzione si può sperare in una rinascita, quello della stasi è un ergastolo senza prospettive. Il grado zero dell’odierno sentimento apocalittico sembra ridurre a illusione anche il pensiero della fine, che, per quanto conturbante, resta fondato sul presupposto di una coerenza del tempo e della storia. «È la noia alla fine dei tempi». Nelle loro connotazioni tardo-moderne e post-secolari questo senso della fine e questa percezione di paralisi, non solo hanno assunto il termine «apocalittica» come parola ombrello delle loro svariate declinazioni, ma hanno anche posto le condizioni per l’utilizzo delle antiche immagini bibliche come materia congeniale a quella «estetica della fine» che rende attrattivi molti prodotti dell’industria della finzione mediale. Tale estetica, a sua volta, fa rimbalzare la sua sinistra luce sulla medializzazione della cronaca, dove i disastri naturali, gli scenari di guerra, le performance terroristiche, si rivestono, nella rappresentazione collettiva, di stoffa apocalittica, proprio nei tratti rilucenti, sgargianti e attrattivi che sono indubbiamente una caratteristica letteraria degli antichi testi del genere, e in particolare dell’Apocalisse cristiana di Giovanni che chiude il canone cristiano della Scrittura. Questo accoppiamento poco giudizioso fra catastrofismo tardo-occidentale e letteralismo apocalittico della Scrittura, favorito dal millenarismo di certi secoli cristiani, fa in modo che il libro dell’Apocalisse rimanga ostaggio di questa visionarietà distruttiva per quanto il suo lessico ne predisponga l’eventualità e non sappia più mostrarsi nel suo vero significato, nemmeno per i cristiani.
Non di rado anzi, proprio i credenti, e proprio i credenti cristiani, vi hanno visto il vaticinio pressoché letterale di una sorta di futura vendetta divina e vi hanno concluso l’autorizzazione a lasciare il mondo a sé stesso e considerare la storia perduta, intendendo così il cristianesimo come la chiamata a un settarismo polemico in costante contrapposizione al «secolo». Il fanatismo connesso a una tale visione si può facilmente immaginare, come anche i suoi esiti, non proprio evangelici[...]. L’Apocalisse è un libro di speranza, nella tradizione storico-biblica che ne ha posto le premesse, pur significativamente corrette. Si tratta di restituire anzitutto profondità storica, culturale e teologica all’apocalittica e al genere letterario da cui essa deriva. Bisognerà ripassare la storia antica di Israele, che lambisce gli inizi di quella cristiana. Non siamo certamente gli unici a percepire la nostra epoca come un momento di crisi. In epoca ellenistica il piccolo mondo biblico, confinato nel suo spicchio medio-orientale, si è sentito travolto da transizioni politiche indominabili, e ha sperimentato l’incapacità dei suoi strumenti spirituali e intellettuali, come la profezia e la sapienza, nel far fronte a cambiamenti così importanti. L’improvvisa inattualità della sapienza e della profezia è la premessa del loro sviluppo in chiave apocalittica. Dal secondo secolo prima di Cristo al secondo secolo dopo Cristo in area giudeo-cristiana si è sviluppata una fiorente produzione di testi accomunati dall’idea di un intervento finale di natura divina a rimedio di una situazione storica ritenuta compromessa in radice. Non c’è futuro per la fede, solo un Dio ci può salvare. Il tratto saliente di questi testi è il loro invincibile dualismo. Esistono solo il bene e il male, che si fronteggiano senza che noi possiamo fare niente, se non resistere. Anche per questi caratteri antistorici e dualistici, spesso gnostici, pochissimi di questi testi sono stati accettati nel canone della scrittura giudaica, come pure nel canone di quella cristiana. In quest’ultimo, però, è stato accettato, seppure non senza esitazione, il libro dell’Apocalisse attribuito a san Giovanni Apostolo [...].
Questo importante libro si serve del linguaggio apocalittico, ma ne trasforma profondamente il messaggio. È del resto il titolo di questo libro, «Apocalisse», cioè «rivelazione», che in modo retrospettivo ha dato il nome al genere letterario, anche dei testi che lo hanno preceduto. Rileggerlo serve a rimettere a fuoco il suo vero significato. L’Apocalisse di Giovanni non parla della fine del mondo, ma del posto centrale che l’evento di Gesù occupa nella logica della storia e nella stoffa della creazione. La rivelazione essenziale del libro è che il passaggio di Gesù Cristo nella storia, e il suo ingresso nella creazione, è già un giudizio sul male che abita il mondo, e apre lo spazio del suo riscatto oltre i limiti di questo tempo. Il libro dell’Apocalisse, quindi, non parla di qualcosa che dovrà succedere in un fantomatico futuro di catastrofi, ma di qualcosa che è già accaduto, e che riguarda l’avvento di Cristo nel mondo, la sua passione, la sua morte e la sua resurrezione. Se esiste una dimensione futura nel libro, essa ha uno spessore «escatologico», riguarda cioè un futuro che non si sostituisce semplicemente al presente, ma ne è il compimento e il riscatto. I semi del futuro sono già posti nel terreno del presente. L’intervento di Dio non significa l’interruzione violenta delle cose mondane, ma il loro stagliarsi su un orizzonte che le trascende e le compie. Questo è il senso di un’apocalittica evangelica e cristiana. Oltre a una portata escatologica, esso va connesso anche a una intrinseca forza profetica. Il futuro escatologico non rende inutile il presente storico, ma lo fa diventare luogo della sua anticipazione. Così «Apocalisse» non significa disimpegno dalla storia, ma al contrario l’orizzonte che la anima e la giustifica. Lungo il tormentato corso della storia europea questo significato del libro è stato progressivamente recepito in diverse forme di interpretazione, da quella millenaristica della tradizione religiosa, alle molte secolarizzazioni dell’apocalittica. Servirà perciò, in appendice, un piccolo viaggio per attraversare questi territori di trasformazione culturale, quella che nei tecnicismi germanofoni della filosofia e della teologia si deve chiamare «Wirkungsgeschichte», che significa una storia degli effetti. Sarà un viaggio per forza di cose sintetico, elementare, quasi scolastico. Serve a dare l’idea di come il tema seminato nel libro dell’Apocalisse abbia concretamente segnato la nostra storia, specie quella europea, e anche le sue categorie sociali e politiche, persino quelle che consideriamo caratteristiche di una cultura laica e secolare.
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