Il comandante di Unifil: «In Libano si rischia una spirale di violenza incontrollabile»

di Nello Scavo, inviato a Beirut
Parla il generale italiano Diodato Abagnara, che guida la missione di pace internazionale. «La situazione resta molto difficile e segnata da una forte instabilità. Ci sono ancora 28mila persone che vivono a ridosso della Blue Line, in mezzo al conflitto. La nostra presenza militare qui evita una possibile escalation»
April 11, 2026
Il comandante di Unifil: «In Libano si rischia una spirale di violenza incontrollabile»
Il generale italiano Diodato Abagnara, comandante dell'Unifil / Unifil
«Lavoriamo ogni giorno per contenere i rischi, mantenere il dialogo tra le parti e impedire che la violenza si trasformi in una spirale incontrollabile». Il comandante di Unifil, il generale italiano Diodato Abagnara, in questa intervista ad “Avvenire” non nasconde come le regole di ingaggio necessitino di adattabilità alla situazione sul terreno, che non è quella degli anni scorsi. Mentre migliaia di civili restano sotto al fuoco incrociato.
L’ultimo lembo di Diritto internazionale è difeso nel fortino di Naqoura, la base della missione internazionale in Libano. Sopra una striscia di 120 chilometri non si giocano solo i destini di un Paese. I negoziati per la crisi nel Golfo, il futuro di Gaza, gli assetti in Medio Oriente, la sopravvivenza stessa delle istituzioni internazionali, passano dalla “Blue Line”. È la linea tracciata dall’Onu nel 2000, dopo il ritiro israeliano dal Sud del Libano. Non coincide con un confine internazionale definitivo, ma serve a monitorare violazioni, sconfinamenti e tensioni.
Nei giorni scorsi avete perso tre uomini durante gli scontri tra Israele ed Hezbollah. Ci sono stati anche altri “incidenti” e su tutti state investigando. Ma qual è il quadro reale?
La situazione resta molto difficile e segnata da una forte instabilità. Stiamo operando in un contesto di crescente intensità, con un quadro umanitario in rapido deterioramento.
Partiamo dai civili rimasti nel Sud: in che condizioni stanno affrontando queste settimane?
La nostra azione è volta a riportare ogni violazione della Risoluzione Onu, registrare i combattimenti in atto e supportare tutte le agenzie umanitarie che quotidianamente assistono le persone qui al Sud. Specialmente a ridosso della Blue Line ci sono ancora 28mila persone che vivono in mezzo a questo conflitto. Colpisce anche e soprattutto la sofferenza: famiglie costrette a lasciare le proprie case, comunità divise, paura diffusa. Allo stesso tempo registriamo una dinamica di "negoziati sotto il fuoco", in cui segnali di apertura diplomatica convivono con il proseguimento delle operazioni militari.
Le regole di ingaggio sono ancora adeguate? State suggerendo degli aggiornamenti?
Unifil opera sulla base di un mandato ben definito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in particolare dalla Risoluzione 1701. È importante chiarire che non si tratta di una missione di combattimento o di intervento militare diretto, ma di una missione di peacekeeping, volta a mantenere la stabilità, favorire il dialogo tra le parti e supportare le istituzioni libanesi. Eventuali modifiche alle regole di ingaggio non dipendono dalla missione sul terreno, ma sono una prerogativa del Consiglio di Sicurezza Onu. Per primo il ministro della Difesa Guido Crosetto, di concerto con lo Stato Maggiore, ha ribadito la necessità di un aggiornamento. Oggi è fondamentale adattare costantemente il nostro modo di operare a un contesto in evoluzione, con le regole date. Lo facciamo rafforzando la protezione del personale, la sicurezza nelle nostre basi, migliorando il coordinamento con le parti e mantenendo credibilità e imparzialità, con un’attenzione particolare agli aspetti umanitari e alla protezione dei civili.
Che tipo di modifiche proponete?
Posso dire che sulla base delle nostre esperienze pregresse lo stesso ministro Crosetto insieme allo Stato Maggiore ha formulato alcune proposte, soprattutto volte a bilanciare gli effetti sul terreno e la capacità delle truppe. Le regole di ingaggio riflettono quello che generalmente è l'obiettivo del mandato politico. Il segretario generale dell’Onu all’inizio di giugno porterà sul tavolo del Consiglio di sicurezza diverse opzioni.
Riuscite ancora a parlare con tutti?
Manteniamo attivi i canali di dialogo attraverso attività di collegamento e deconfliction, fondamentali per prevenire incidenti e ridurre le tensioni. Allo stesso tempo, oggi più che mai, siamo impegnati nel facilitare gli aiuti umanitari e nel sostenere le comunità locali.
Quali sono i maggiori pericoli per gli operatori Unifil, soprattutto dopo la morte dei militari indonesiani?
Il rischio rimane concreto. Operiamo in un ambiente altamente instabile, dove le condizioni di sicurezza possono cambiare in pochi istanti, ma abbiamo adottato tutte le misure necessarie per garantire la protezione del personale e continuare a svolgere la nostra missione con efficacia. La perdita di peacekeepers ci colpisce nel profondo. È un momento difficile, che viviamo con grande senso di responsabilità.
Come potete essere utili alle varie iniziative di solidarietà?
Le attività umanitarie di Unifil vengono svolte facilitando anche le iniziative del Nunzio Apostolico, Arcivescovo Paolo Borgia, e il Patriarca maronita, Cardinale Bechara Boutros Raï. In particolare, la Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con il Covi, donerà materiali e ausili sanitari; la Fondazione Banco Farmaceutico Onlus fornirà farmaci, inoltre, Unifil stessa contribuisce direttamente con materiale sanitario, abbigliamento e arredi e materiale alimentare.
Cosa si risponde a chi vorrebbe vedere smantellata la vostra presenza?
Senza le truppe Unifil ci troveremmo su un terreno aperto a qualsiasi tipo di conflitto, senza limitazioni, a una escalation incontrollata, senza nessuno in grado di osservare e misurare ciò che realmente accade sul terreno. Il mio compito è quello di riportare ogni singola violazione e la presenza di uomini di Unifil garantisce questa attività di monitoraggio e supporto alla stabilità.

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