L’Asia meridionale non crede più
alla “promessa” del comunismo: pesa la "generazione Z"

I vecchi partiti di ispirazione marxista e maoista
perdono consensi, tra accuse di opportunismi, imborghesimento e distacco dalla società. Il ruolo dei movimenti giovanili di protesta
April 11, 2026
L’Asia meridionale non crede più
alla “promessa” del comunismo: pesa la "generazione Z"
Una protesta dei giovani in Bangladesh
Nelle elezioni del 5 marzo scorso, in Nepal, i partiti di sinistra hanno ottenuto complessivamente circa 2,3 milioni di voti, contro i quasi 2,8 milioni che erano stati raccolti nel 2022 dal solo Partito comunista del Nepal (marxista unificato), l’Uml. Oggi il fronte della sinistra detiene il 15% dei 275 seggi nella Camera dei Rappresentanti, il livello più basso dalle elezioni del 1959, quando l’allora Partito comunista nepalese conquistò, a 11 anni dalla nascita, quattro seggi. Dopo il Movimento popolare del 1990, l’insurrezione che mise fine alla monarchia assoluta, i partiti di sinistra avevano mantenuto una forte presenza in Parlamento, pur segnata da scissioni dovute a conflitti interni e divergenze ideologiche, ma la situazione ha conosciuto un logoramento costante fino alla “rivoluzione di settembre” del 2025, guidata dalla Generazione Z. Il “caso Nepal” non è unico nel contesto dell’Asia meridionale, ma è sintomatico, perché più di altri mostra la crisi della politica di ispirazione marxista (e maoista). Binda Pandey, ex sindacalista ed esponente del Comitato centrale dell’Uml, colpita da azioni disciplinari per aver espresso dissenso verso la leadership del partito, sostiene che il movimento di sinistra si sia indebolito a causa della politica clientelare e dell’ascesa di una guida opportunistica. «In passato, la costruzione di un partito implicava sacrificio e dedizione – ha dichiarato dopo il ridimensionamento elettorale del mese scorso –. Ora l’attenzione si è spostata sui guadagni e sulle opportunità». Come sottolinea anche il giornalista politico Chandra Kishore, a nutrire la disaffezione degli elettori è la disconnessione dei partiti dalla loro tradizionale base di sostegno. «Hanno iniziato a operare come aziende. Lo stile di vita dei loro leader è diventato sempre più orientato al comfort. L’immagine rivoluzionaria un tempo associata ai ‘compagni’ è svanita». Non a caso, lo stesso presidente del Partito comunista (marxista unificato), Ghanashyam Bhusal, ricorda come «ovunque il movimento non sia riuscito ad affrontare questo problema o abbia dimenticato la sua base e le sue radici di classe, si è indebolito».
Un ragionamento che può essere esteso all’intera Asia meridionale dove, peraltro, in passato sono stati attivi gruppi rivoluzionari armati. Le recenti e forti spinte al cambiamento, con l’emergere sulla scena della Generazione Z, oltre al Nepal hanno modificato il panorama elettorale anche nello Sri Lanka e nel Bangladesh, dove le proteste guidate dai giovani hanno rimodellato la politica. «In tutti e tre i Paesi è emersa la frustrazione nei confronti dei leader dei vecchi partiti», sottolinea Dipankar Bhattacharya del Partito comunista indiano (marxista leninista) per la liberazione, e neppure quelli di ispirazione comunista fanno eccezione. Bhattacharya vede le recenti battute d’arresto elettorali della sinistra nell’area come un monito, sollecitando riforme strutturali per entrare in contatto con le nuove generazioni, che soprattutto nelle aree urbane cercano alternative quando i partiti di sinistra virano verso il liberalismo. E c’è chi, come l’accademico Manindra Nath Thakur, avverte che senza un dialogo con la Generazione Z la sinistra rischia l’irrilevanza di fronte a nuove sfide che le tradizionali strategie, basate su presupposti datati (come quelli riguardanti il mondo del lavoro), non possono più affrontare. In India, i partiti di sinistra hanno avuto fortune alterne. Nonostante risultati notevoli, come le riforme agrarie, gli analisti sottolineano errori politici rilevanti e, in particolare, l’incapacità di rispondere alle aspirazioni dei giovani, rivelatasi decisiva. I comunisti hanno governato il Bengala Occidentale, di cui è capitale Kolkata (Calcutta), per 34 anni, dal 1977 al 2011, all’interno di un Fronte della sinistra guidato dal Partito comunista indiano (marxista). Oggi, tuttavia, non detengono alcun seggio nell’assemblea locale di 294 membri. Nel vicino Tripura i partiti di sinistra sono ancora influenti, mentre altrove la loro presenza è marginale, con l’eccezione del Kerala, storica “roccaforte” comunista, ancora oggi governato dal Partito comunista indiano (marxista) all’interno di un’ampia coalizione. In questo Stato dell’India meridionale la sinistra ha saputo adattarsi ai cambiamenti sociali, grazie all’enfasi posta dai governi locali su welfare, innovazione e inclusione, anche delle comunità altrove emarginate.
In Pakistan, la politica comunista è rimasta ai margini nonostante la fondazione risalga al 1948. Messo al bando due anni dopo, da allora i gruppi di sinistra sono sopravvissuti in piccole formazioni, intervenendo occasionalmente su temi come i diritti dei lavoratori, la geopolitica e i conflitti internazionali, da ultimo sulle tensioni tra Iran e Stati Uniti. Adam Pal, esponente del Partito comunista rivoluzionario del Pakistan, riconosce che la sinistra ha perso occasioni storiche, in particolare durante la rivolta di massa del 1968-69 e negli anni ’80. Sostiene inoltre che l’adesione alla “teoria dei due stadi” stalinista (rivoluzione democratico-borghese seguita da rivoluzione socialista) ha portato i partiti di ispirazione comunista ad allinearsi con la borghesia nazionale, indebolendo il ruolo rivoluzionario dei lavoratori. Fino al 1971 Pakistan orientale, anche in Bangladesh il comunismo è stato marginale dal punto di vista elettorale. Manzoor Moin, membro del Comitato centrale del Partito comunista del Bangladesh, mette però in guardia dal generalizzare sull’esperienza del comunismo in Asia meridionale, osservando che i movimenti di massa in Paesi come Sri Lanka, Nepal e Bangladesh sono emersi in condizioni diverse. Tuttavia, ammette, la sinistra del Bangladesh ha faticato a conquistare la fiducia dell’elettorato. Dopo che una cosiddetta “forza progressista”, la Lega Awami, ha governato per quasi 17 anni in modo sempre più autoritario, nel contesto di nuova polarizzazione politica seguita alla rivolta dei giovani dell’agosto 2024, le forze di sinistra non sono riuscite a tradurre il malcontento diffuso in un successo elettorale nelle elezioni del 12 febbraio scorso.
A inviare un segnale diverso è invece lo Sri Lanka, dove la sinistra è tornata al potere sull’onda della rivolta di massa del 2022. Il movimento comunista sull’isola risale al 1936, ma negli anni Sessanta, con il declino dei partiti tradizionali, il movimento rivoluzionario Janatha Vimukthi Peramuna emerse come nuova forza, lanciando una rivolta armata nel 1971 che portò a una dura repressione e a migliaia di morti. Nonostante ciò, il Jvp si è successivamente riposizionato in senso democratico, conducendo campagne contro corruzione, politica dinastica e cattiva gestione del Paese. Quattro anni fa la persistente crisi economica ha segnato la svolta, con proteste che hanno visto tra i protagonisti Anura Kumara Dissanayake, leader del Jvp che aveva ottenuto solo circa il tre per cento dei voti alle elezioni presidenziali del 2019. Presentatosi come un’alternativa credibile, ha aperto la strada a una “sinistra rinnovata” che, da settembre 2024, governa come alleanza Potere nazionale al popolo, che comprende il Jvp e oltre 20 gruppi.

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