I "familiari-cercatori" nei dirupi del Messico per i figli desaparecidos
di Lucia Capuzzi, inviata a Zapopan (Guadalajara)
Una giornata a Zapopan, in un burrone, assieme al gruppo “Luz de esperanza”: hanno scoperto i resti di un uomo e di una ragazza. «È strano ogni volta, vogliamo ritrovarli, ma non a pezzi»

Gli sguardi si cercano, i corpi si stringono. Le braccia dell’una avvinghiate alla schiena dell’altra. Le dita dell’altra affondate tra i capelli dell’una. Due madri, un’unica madre dolente. La “llorona”, la mamma-spettro in lutto per i figli perduti della tradizione preispanica catapultata nel Messico contemporaneo. Aggrappati, i busti si sostengono a vicenda. Il peso che li schiaccia non si può portare da soli. L’angoscia è una lastra di piombo. Sotto, l’abbraccio resiste. Scorrono i minuti, le lacrime, i sospiri. Lentamente, il groviglio si scioglie. Ma le mani restano intrecciate. Altre mani si aggiungono, fino a formare una grande catena umana di genitori, fratelli, familiari, volontari, in bilico sul crinale dello strapiombo. “Los buscadores”, i cercatori. Teresa rompe il silenzio metallico di rastrelli, pale, vanghe. Bruciate dal sole inclemente, le parole si fanno preghiera condivisa: «Signore, ti diamo grazie perché sei qui , in questa gola di roccia, a guidare i nostri passi mentre recuperiamo, frammento dopo frammento, due figli smarriti». Il rituale improvvisato si conclude con la lista dei nomi di chi manca, accolti dall’esclamazione: «Presente». Infine, il grido: «Finché non li ritroveremo!».
È un giorno buono e terribile per i “cercatori” di Luz de esperanza, uno dei 250 “colectivos”: i gruppi organizzati dai parenti degli scomparsi in Messico. La squadra era arrivata da meno di mezz’ora alla discarica situata al chilometro 17 di Zapopan, lungo la strada che collega Guadalajara, capitale del Jalisco e seconda metropoli del Paese, con il Nord, quando è risuonato l’urlo: «Positivo!».
Due persone torneranno a casa. Ma solamente quel che ne rimane: brandelli di vestiti, ossa, la gran parte sottili come quelle di una donna. «Ormai abbiamo imparato a riconoscerle. Devono essere le spoglie di un uomo e di una ragazza, lei aveva le mani legate dietro la schiena. Non è stato, dunque, un incidente… È strano, ogni volta. Indaghiamo, perlustriamo, scaviamo. Vogliamo sapere e, al contempo, non vorremmo sapere mai. Vogliamo ritrovarli ma non a pezzi», spiega Héctor Flores, il primo a calarsi nel dirupo indicatogli da una “soffiata” e a imbattersi nei resti.
Ha fondato il gruppo dopo la sparizione dell’unico figlio, Héctor Daniel, il 18 maggio di cinque anni fa, all’epoca 19enne. Sono entrati nella casa che il ragazzo condivideva con la fidanzata incinta e l’hanno portato via per errore: in realtà, volevano l’altro coinquilino. «Per non impazzire, ho iniziato il pellegrinaggio negli uffici delle varie autorità competenti senza ricevere risposte. Nelle lunghe ore di fila, ho incontrato altri parenti nella mia stessa situazione e insieme abbiamo capito che dovevano attivarci noi, perché le istituzioni, locali e nazionali, non ci avrebbero aiutato». È nato così Luz de esperanza di cui fanno parte 500 persone, donne in gran parte – Héctor Flores è una delle eccezioni –, protagonista di centinaia di missioni di ricerca e altrettante scoperte di corpi e fosse comuni. «Dodici persone, però, le abbiamo trovate intere e vive», puntualizza con un misto di orgoglio e sconforto. Alla perlustrazione, stavolta, si è unito Manos buscadoras, creato da Vicky Ponce che ha dovuto chiudere la piccola cartoleria con cui sopravviveva per dedicarsi a tempo pieno alla ricerca del figlio, Víctor Hugo Mesa, sparito il 20 giugno 2020 prima di compiere 30 anni. Sono ventidue i colectivos attivi in Jalisco, l’epicentro dei desaparecidos della narcoguerra.

Quest’ultima categoria rappresenta il paradigma più compiuto della violenza organizzata nel XXI secolo globale: il traffico di droga ne è a malapena la cornice. Un conflitto armato invisibile al mondo e alla stessa società locale che, in vent’anni di combattimenti, l’ha integrato nella propria quotidianità di Paese moderno e funzionante. Di potenza culturale e cinematografica. Di sede, con il resto del Nordamerica, dei Mondiali in corso con dodici partite disputate tra Città del Messico, Monterrey e, la stessa, Guadalajara, dove lo stadio Akron è circondato da cimiteri clandestini. La normalità messicana è appena un velo sottile steso su una “nazione altra”, popolata di vittime, di sopravvissuti e di resistenti, categorie spesso concentrate nello stesso individuo. La nazione dei 550mila morti ammazzati, degli oltre 400mila sfollati interni, dei più di 134mila scomparsi – di cui quasi 17mila in Jalisco – delle 4mila fosse comuni. La nazione in guerra. «Tre indicatori dimostrano con chiarezza la natura bellica dello scontro. Il primo e più evidente è il numero di vittime e l’impatto devastante sulla società. Come in ogni conflitto armato, poi, a pagare il prezzo più alto è chi ha meno potere: minori e giovani di gruppi sociali vulnerabili e donne – spiega Juan Martín Pérez García, direttore della Rete per i diritti dell’infanzia in Messico (Redim) e noto esperto –. La spesa per le forze armate, in secondo luogo, è triplicata in due decenni. La vita civile, infine, è stata militarizzata».
Lo spartiacque è ritenuto il 2006 quando il presidente conservatore Felipe Calderón ha schierato i soldati per combattere la criminalità organizzata. I successori – il liberale Enrique Peña Nieto e i progressisti Andrés Manuel López Obrador e Claudia Sheinbaum – si sono distanziati solamente nella retorica dalla “guerra alla droga”. Nella pratica, invece, hanno accelerato la trasformazione dell’eccezione in regola con il trasferimento ai militari di quasi trecento funzioni civili. Le forze armate ormai non controllano più solo la sicurezza. Sono un attore economico chiave che gestisce una quindicina di aziende e infrastrutture strategiche come il Tren Maya e l’aeroporto internazionale Felipe Ángeles. I narcos, nel frattempo, lungi dall’essere sconfitti, sono diventati imprenditori multimiliardari, capaci di muoversi con disinvoltura nel mercato criminale – dall’export di cocaina e droghe sintetiche nel Nord globale, alla tratta, al racket – come nel business legale. I confini fra i due sono labili e, in entrambi, cooperano o competono, oltre che con i rivali, con gli apparati di sicurezza, in gran parte catturati. «Di fronte all’irruzione massiccia delle forze armate nell’ordine pubblico, le organizzazioni delinquenziali sono state incentivate ad assumere la loro logica per affrontarle: il dominio del territorio e delle sue risorse, dagli esseri umani alle fonti di energia – sottolinea Micheal Chamberlein, storico difensore dei diritti umani e fondatore di Solidaria –. Invece di pagare, in denaro e favori, la protezione alle autorità per trafficare droga, si sono armate massicciamente per conquistarne interi pezzi». Il risultato è uno status quo feroce che si sovrappone e si interseca all’assetto istituzionale costituito. L’incremento esponenziale dei desaparecidos si inquadra nella logica bellica. Rapiti e arruolati a forza per placare la fame di carne da cannone dei gruppi armati. O impiegati come manodopera schiava. O assassinati per terrorizzare la popolazione e dominarla. Il cartello di Jalisco nueva generación, la cui roccaforte è Gudalajara, è il perno del sistema dopo il declino di Sinaloa.
La consolidazione del suo potere rende meno necessaria, rispetto a dieci anni fa, l’esibizione della violenza, comunque altissima. Questo alimenta ulteriormente le scomparse. «Senza corpo non c’è delitto. Il che fa molto comodo al governo nel momento in cui, con Donald Trump, ha rispolverato la “guerra alla droga” per riportare l’America Latina sotto l’egida di Washington, esportando un modello fallimentare dal Salvador al Cile», prosegue Chamberlein. Da qui le pressioni sul Messico perché apra alla cooperazione – militare – Usa. In risposta, Sheinbaum aumenta, da una parte, eliminazioni, arresti e estradizioni di boss e sequestri di droga. Dall’altra, “ritocca”, al ribasso, la “contabilità criminale”».
Sul mini-bus che riporta i buscadors a Guadalajarara, la pubblicità istituzionale annuncia rassicurante dalla radio il calo del 40 per cento degli omicidi. «Spariti pure quelli, come tutto il resto in questo Paese», commenta con amarezza Angelica Nuño, mamma di José Ángel Nuño, rapito il 23 settembre 2022 e svanito nel nulla. «Già da prima partecipavo alle marce di solidarietà con i parenti dei desaparecidos – racconta l’artista che, solo da qualche mese, ha ripreso a dipingere –. Non avrei mai pensato, però, di entrare nella categoria. Perfino dopo la scomparsa di José Ángel mi rifiutavo di accettarlo. Quando la procura mi ha detto che mi avrebbe dato notizie presto, A pensarci ora, mi viene da ridere. O da piangere», sussurra, sfinita. Le autorità hanno impiegato cinque ore per presentarsi alla discarica e recuperare i resti trovati dai buscadores in modo da identificarli. È improbabile che, però, accada: negli obitori messicani, ce ne sono altri 70mila in attesa. «Perché lo faccio? – conclude Teresa Corona, madre di Adrián Aguila, sparito il 21 luglio 2023 dopo una partita di calcetto -. Se sto a casa impazzisco. Continuo a pensare a mio figlio…Avrà mangiato? Avrà freddo? Lo stanno torturando? Le notti dopo una missione di ricerca sono le uniche in cui posso dormire».
Da sapere
Con 3.200 chilometri di confine con gli Usa, il Messico è, da sempre, crocevia di traffici dal Sud al Nord del mondo. Tra il 1929 e il 2000, il Paese è stato governato da un unico partito: il Pri che, senza eliminare le procedure democratiche, le aveva svuotate, cooptando tutti le componenti sociali, dai sindacati all’opposizione. Anche il crimine - prima il contrabbando e, poi, il traffico di stupefacenti e, in particolare, di coca importata da Colombia, Perù e Bolivia – era parte del sistema. I narcos godevano di protezione nel loro business illecito purché rispettassero i limiti imposti dalle autorità. Con il crollo del Pri e l’inizio dell’alternanza, all’inizio degli Anni Duemila, i rapporti di forza si sono invertiti. La delinquenza organizzata, cresciuta all’interno delle istituzioni, ha approfittato del vuoto di potere per catturarne ampi pezzi. In questo scenario, l’offensiva militare lanciata dal presidente Felipe Calderón ha fatto crescere a dismisura la violenza. I cartelli della droga hanno utilizzato i segmenti di Stato conquistati contro i rivali e altre componenti istituzionali. Il risultato è l’attuale bagno di sangue. Che continua.
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