In Messico le vasche dove chi non si arruolava con i narcos era ridotto in cenere
di Lucia Capuzzi, inviata a Lagos de Moreno
Viaggio a Lagos de Moreno, nell'altipiano di Jalisco, dove i narcotrafficanti hanno trasformato un podere in centro di addestramento e sterminio

Scheletri di cani, carcasse di vitelli con le zampe legate. Sono ancora là, ai bordi della strada per Plan de los Rodríguez, un mese e mezzo dopo a confermare che quella a cui si sta per giungere non è una normale fattoria. «È così che abbiamo capito subito di essere arrivati nel posto giusto. E che la soffiata era vera. I narcos impiegano gli animali per far fare pratica ai nuovi sicari», racconta Ceci Flores, la “mamma-cercatrice”, mentre torna sul luogo che ha scoperto il 17 maggio. Una delle poche missioni autorizzate dalla magistratura del Jalisco «per non intralciare le indagini», è la versione ufficiale. La donna scuote le spalle e procede decisa, accompagnata dal resto del suo gruppo – Madres buscadoras – a cui si sono aggiunti parenti di scomparsi da tutto il Messico, nonché volontari. Alcuni veri e altri promossi sul campo: giornalisti altrimenti tenuti alla larga. «Ecco gli abbeveratoi – dice Ceci Flores mentre indica le vasche coperte da una sottile lamina di metallo –. Già prima di rimuoverla, sapevamo cosa avremmo trovato: esseri umani ridotti in cenere. Il 17 maggio, le “madri” si sono precipitate in Jalisco dallo Stato di Sonora, oltre 1.600 chilometri più a nord, dopo aver ricevuto una segnalazione anonima. «Ci hanno chiamato perché i familiari del posto rischiano troppo. Anche noi siamo stati minacciati. Vede i ragazzini in moto? Sono “sentinelle”. Non si avvicinano perché ora abbiamo la scorta dell’esercito. E ci fermiamo il meno possibile».
A Lagos de Moreno, municipio nel cuore dell’altopiano di Los Altos, vige la legge ferrea del silenzio imposta dal cartello di Jalisco nueva generación. Tutti – a cominciare dalla polizia – sanno che la mafia più potente del Messico utilizza l’area come base operativa. Ogni accenno equivale a una condanna a morte. O, peggio, ad allungare l’elenco dei desaparecidos: se ne contano almeno 638 su 170mila abitanti, solo a Guadalajara, il tasso è più alto. Al loro ricordo è dedicato il memoriale creato da Ana Teresa Hernández Rodríguez e le mamme del gruppo Reco a “La ley del monte”, sterrato appena fuori dalla cittadina dove i loro sette ragazzi sono stati seviziati e assassinati. Il Jalisco è disseminato di mattatoi. Come la fattoria Izaguirre, scoperta il 5 marzo dell’anno scorso da Guerreros buscadores a Tehuchtitlán. O Plan de los Rodríguez. Poderi sottratti agli agricoltori con il metodo “plata o plomo”, soldi o pallottole. E trasformati in centri di reclusione, addestramento e – perfino – sterminio. «Le prove sono inequivocabili. Nel magazzino del foraggio, ci siamo trovati di fronte catene e manette con cui immobilizzavano i prigionieri. Oltre a un cumulo di oggetti personali: telefoni, scarpe, vestiti, cellulari. Sul terreno centinaia di bossoli. E diciassette vasche di tre metri di lunghezza, 1,5 di larghezza e due metri di profondità. Là incenerivano i corpi di quanti rifiutavano il reclutamento o, semplicemente, venivano ritenuti non adatti. Quando abbiamo rimosso i coperchi, siamo stati investiti dall’odore dolciastro della carne carbonizzata. I resti erano ancora caldi: come ci aveva detto la fonte, erano attivi fino a due giorni prima», afferma Ceci Flores, mentre mostra le foto sul cellulare con cui ha documentato ogni dettaglio per impedire occultamenti e minimizzazioni.
Già la vice-procuratrice, Blanca Trujillo Cuevas, il giorno successivo alla scoperta, ha messo le mani avanti e precisato che quelli di Plan de los Rodríguez non potevano essere definiti, dal punto di vista tecnico “forni crematoi”. «Li chiamino come vogliono, fatto sta che in quelle vasche bruciavano i cadaveri. Tanti: almeno 150».
Con l’impunità al 96 per cento, intanto, le sparizioni procedono al ritmo di 40 al giorno. «Non sarebbe possibile senza “l’acquiescenza” – cioè il consenso tacito o esplicito – delle istituzioni messicane. Per questo, ad aprile, il Comitato Onu ha avviato nei loro confronti la procedura prevista dall’articolo 34 della Convenzione contro le sparizioni forzate. È la prima volta nella storia. Ed è merito della società civile, soprattutto dei familiari-cercatori, dopo 11 anni di lotta», sottolinea Sebastián Corcuera, avvocato impegnato al fianco dei parenti ed ex presidente dell’organismo delle Nazioni Unite. Nei prossimi mesi, toccherà all’Assemblea generale votare sulla richiesta del Comitato di creare una commissione di inchiesta indipendente con la partecipazione della Croce Rossa a cui la nazione debba rispondere. Una cooperazione d’altro tipo di quella militare minacciata a più riprese da Donald Trump. «È quanto meno occorre al Messico – conclude Corcuera –. Deve fare l’esatto contrario come ha detto l’Onu: togliere alle forze armate la gestione della sicurezza. Altrimenti le scomparse non si fermeranno».
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