Guerre dimenticate, ci sono 59 buoni motivi per raccontarle

Tanti sono i conflitti in corso sul pianeta, al tempo della cosiddetta "policrisi". Parte la campagna di "Avvenire" per approfondire scenari militari in gran parte nascosti all'opinione pubblica
March 22, 2026
Guerre dimenticate, ci sono 59 buoni motivi per raccontarle
«Guerre dimenticate». Periferia del pianeta e “incidente” della storia da mettere in luce per debellarle grazie all’intervento politico mondiale. Insomma, un’opera di “scavo” negli angoli bui del presente, ma in uno scenario di equilibrio globale. Ecco, tutto questo condensato di “vecchio buon senso”, pare ora spazzato via dalla tempesta perfetta che in un decennio, con un’impennata con la presidenza Trump, ha creato un nuovo disordine mondiale. Così ora, tragicamente, la guerra non è più dimenticata alla periferia ma al centro del presente.
Dagli anni dieci di questo secolo, in realtà, viviamo come su un piano inclinato che, nella crisi delle istituzioni internazionali e nello svuotamento della diplomazia, vede un progressivo disconoscimento dei diritti umani e una corsa generalizzata al riarmo. Una conferma viene dal Global Peace Index del 2025: secondo l’istituto di ricerca australiano vi sono 59 conflitti fra Stati in questo momento nel mondo. È il dato peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Nel 2024 sono stati 17 i Paesi che hanno registrato più di mille morti in conflitto. Il ritorno della guerra è pure dimostrato da un drastico abbassamento nella capacità di risolverla: se negli anni Settanta quasi un quarto dei conflitti terminava grazie a un accordo di pace, mezzo secolo dopo sono appena il 4 per cento a farlo.
La “guerra mondiale globale”, dunque, non si combatte solo in Ucraina, a Gaza ed ora, da ultimo, in Iran. I teatri si moltiplicano e producono un bilancio di morte di anno in anno insostenibile. Nel 2024, le vittime, secondo il Sipri, sono state 239mila, quasi cinquantamila in più dell’anno precedente. La gran parte, conseguenza di cinque scontri ad altissima intensità: Israele e Hamas e Russia e Ucraina, la guerra civile in Myanmar e quella in Sudan, il conflitto in Etiopia. L’Europa è il continente che ha visto in pochi anni, a causa del conflitto tra Russia e Ucraina, raddoppiare il numero di vittime, mentre la guerra a Gaza ha propagato violenza in tutta la regione mediorientale. L’Africa sub-sahariana resta la regione con il maggior numero di conflitti, ventuno, anche se molti risultano a bassa intensità con la guerra civile in Sudan che registra quasi un quarto delle vittime di tutta l’area. L’America non registra al suo interno un conflitto maggiore, ma l’America Latina sperimenta un’evoluzione della categoria di guerra: la sua privatizzazione. Protagonisti sono gruppi che non cercano né di conquistare i vertici del sistema né di mutarlo: puntano a trarne il massimo vantaggio, esercitando un potere parallelo che finisce per inglobare quello ufficiale. Haiti è il caso estremo: la soglia bellica è superata da una miriade di gruppi criminali in lotta per accaparrarsi brandelli di territorio. «La polverizzazione della guerra» la definisce Francesco Strazzari, politologo della Scuola universitaria Sant’Anna di Pisa.
Quello delle vittime non può, dunque, essere l’unico criterio per analizzare le guerre, specie quelle dimenticate. «Le logiche sono tante e si intersecano tra loro: corsa per l’accaparramento delle risorse, soprattutto energetiche, persistenza di “zone di faglia” tra potenze geopolitiche, confini storicamente contesi. Logiche che si intersecano. Non sempre, poi, lo scontro affiora in superficie – sottolinea Strazzari –. Molto spesso è carsico: si inabissa, pronto a riesplodere alla prima scintilla».
Il tempo della “policrisi” che stiamo vivendo determina l’intrecciarsi di vari fenomeni che proiettano differenti coni d’ombra sul mappamondo. Illuminarli è la meta del viaggio che iniziamo e che durerà tutto l’anno: vogliamo raccontare un fenomeno diventato tragicamente globale a partire dalle singole specificità. Raccontare i conflitti dimenticati, senza la presunzione né di farne un elenco completo né di spiegarne in modo esaustivo le motivazioni, significa fare giustizia a un vuoto di informazione. E a un vuoto di narrazioni alternative allo slogan della guerra inevitabile.

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