Filippo Grandi: «La “mia” bandiera olimpica per un mondo più giusto»
Parla l'ex Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, tra i protagonisti della cerimonia di apertura: «Non avrei portato quei cinque cerchi se non fossi stato convinto che possiamo davvero difendere l’ordine internazionale»

Non si riconosce nella definizione di “diplomatico”, né come sostantivo né come aggettivo. Ma la diplomazia, quella dell’Onu, Filippo Grandi la frequenta (e la esercita) da 40 anni: alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) dal 2016 al 31 dicembre 2025, prima l’Unrwa, prima ancora l’Afghanistan, il Sudan, i Grandi Laghi. È stato nominato portabandiera olimpico alla cerimonia di apertura dei Giochi di Milano Cortina 2026. Una responsabilità simbolica che si affaccia su un contesto internazionale in cui persino l’idea di un’agenda comune appare impraticabile.
L’Onu attraversa una fase di evidente indebolimento in termini di credibilità ed efficacia; le sue agenzie umanitarie sono sempre più contestate. Quali fattori strutturali hanno condotto a questo punto e quali margini di inversione intravede?
Non c’è dubbio che l’Onu debba uscirne, ma le ragioni della crisi sono esterne: c’è una precisa volontà, da parte di alcuni Paesi - gli Stati Uniti in primo luogo - di svuotare il multilateralismo. Le accuse di inefficacia vengono usate anche come pretesto. Se si vuole che l’Onu riformi ciò che non funziona, le risorse vanno messe, non tolte.
Non c’è dubbio che l’Onu debba uscirne, ma le ragioni della crisi sono esterne: c’è una precisa volontà, da parte di alcuni Paesi - gli Stati Uniti in primo luogo - di svuotare il multilateralismo. Le accuse di inefficacia vengono usate anche come pretesto. Se si vuole che l’Onu riformi ciò che non funziona, le risorse vanno messe, non tolte.
Non ritiene che le bastonate di Trump all’Onu, come all’Europa, possano in qualche modo innescare processi di ripartenza?
A questo punto, le bastonate vanno utilizzate al meglio. Però dobbiamo stare molto attenti a considerarle giuste, perché non lo sono. E quando impattano sulla qualità dei rapporti internazionali, sul concetto di cooperazione, che non può essere sostituito da quello di competizione, allora la situazione si fa grave».
A questo punto, le bastonate vanno utilizzate al meglio. Però dobbiamo stare molto attenti a considerarle giuste, perché non lo sono. E quando impattano sulla qualità dei rapporti internazionali, sul concetto di cooperazione, che non può essere sostituito da quello di competizione, allora la situazione si fa grave».
Trump resterà comunque nel quadro.
«Certo: gli Stati Uniti sono un interlocutore fondamentale. Ed è positiva l’enfasi posta sulla pace, anche su dossier meno conosciuti. Ma fare la pace non è solo invitare due leader a firmare un documento a Washington. La pace è anche una questione di burocrazia, per quanto questa parola possa non piacere. È un lavoro tecnico, di esperti e di negoziatori. E questa infrastruttura è stata troppo indebolita.
«Certo: gli Stati Uniti sono un interlocutore fondamentale. Ed è positiva l’enfasi posta sulla pace, anche su dossier meno conosciuti. Ma fare la pace non è solo invitare due leader a firmare un documento a Washington. La pace è anche una questione di burocrazia, per quanto questa parola possa non piacere. È un lavoro tecnico, di esperti e di negoziatori. E questa infrastruttura è stata troppo indebolita.

Gli atleti ucraini sono stati applauditi, ma la solidarietà internazionale mostra segni di stanchezza. Che prospettive vede e quale spazio può ancora avere l’Onu?
Si stanno cercando compromessi fuori dal quadro multilaterale. Non è una novità: gli Usa hanno spesso chiuso accordi con strumenti propri - Camp David, Dayton - ma quei processi venivano poi internazionalizzati. Oggi questa seconda fase sembra venire esclusa. Eppure è proprio la combinazione tra pressione bilaterale e cornice multilaterale a rendere un accordo sostenibile.
Si stanno cercando compromessi fuori dal quadro multilaterale. Non è una novità: gli Usa hanno spesso chiuso accordi con strumenti propri - Camp David, Dayton - ma quei processi venivano poi internazionalizzati. Oggi questa seconda fase sembra venire esclusa. Eppure è proprio la combinazione tra pressione bilaterale e cornice multilaterale a rendere un accordo sostenibile.
Come valuta la decisione del Cio di far gareggiare gli atleti russi sotto bandiera neutrale e senza inno?
È un grande dilemma. Lo sport dovrebbe mantenere una distanza dalla politica e garantire rappresentanza agli atleti. Abbiamo visto sfilare gli iraniani, con tutto quello che il regime di Teheran sta facendo, alla sua stessa gente. D’altra parte, penso che la Russia abbia creato il più grave precedente di violazione del Diritto internazionale nella storia recente, invadendo un altro Paese. Ed è un membro del Consiglio di sicurezza. Un gesto da parte del Cio andava fatto.
È un grande dilemma. Lo sport dovrebbe mantenere una distanza dalla politica e garantire rappresentanza agli atleti. Abbiamo visto sfilare gli iraniani, con tutto quello che il regime di Teheran sta facendo, alla sua stessa gente. D’altra parte, penso che la Russia abbia creato il più grave precedente di violazione del Diritto internazionale nella storia recente, invadendo un altro Paese. Ed è un membro del Consiglio di sicurezza. Un gesto da parte del Cio andava fatto.
Gli atleti israeliani hanno ricevuto fischi e contestazioni. Come valuta un atteggiamento del genere?
Non li avrei fischiati. Ma non avrei applaudito se quell’applauso era destinato a un governo che ha commesso gravissime violazioni.
Non li avrei fischiati. Ma non avrei applaudito se quell’applauso era destinato a un governo che ha commesso gravissime violazioni.
Israele è un Paese che ha combattuto, da solo, una guerra su sette fronti.
Certo, e ha subito un terribile attentato. Ma contestare le politiche di reazione violenta, brutale, è più che legittimo. Israele è un Paese portatore di democrazia. E delle responsabilità che questo comporta.
Certo, e ha subito un terribile attentato. Ma contestare le politiche di reazione violenta, brutale, è più che legittimo. Israele è un Paese portatore di democrazia. E delle responsabilità che questo comporta.
Iniziative parallele, come il Board of Peace proposto da Trump, sono un’integrazione pragmatica del sistema multilaterale o il segnale che l’Onu non è più percepita come lo spazio primario di mediazione?
Se il Board of Peace fosse uno strumento per affrontare in modo pragmatico e specifico il futuro di Gaza e Cisgiordania, potrebbe essere un punto di avvio. Ma senza un aggancio multilaterale non può funzionare. Voglio fare eco a quello che ha detto il cardinale Pizzaballa: non si può far la pace in Palestina senza i palestinesi. Vale anche per gli Accordi di Abramo: un tentativo di normalizzazione regionale in cui però i palestinesi devono essere inclusi.
Se il Board of Peace fosse uno strumento per affrontare in modo pragmatico e specifico il futuro di Gaza e Cisgiordania, potrebbe essere un punto di avvio. Ma senza un aggancio multilaterale non può funzionare. Voglio fare eco a quello che ha detto il cardinale Pizzaballa: non si può far la pace in Palestina senza i palestinesi. Vale anche per gli Accordi di Abramo: un tentativo di normalizzazione regionale in cui però i palestinesi devono essere inclusi.
Si tratterebbe di capire quali palestinesi.
Vero. Devono lavorare con serietà alla loro leadership, che è stanca, anziana, frammentata. Ma è ingrato chiedere loro di esprimere una leadership mentre gli israeliani fanno di tutto perché questa leadership non si esprima.
Vero. Devono lavorare con serietà alla loro leadership, che è stanca, anziana, frammentata. Ma è ingrato chiedere loro di esprimere una leadership mentre gli israeliani fanno di tutto perché questa leadership non si esprima.
Ariel Sharon nel 2005 se ne andò da Gaza. Del tutto.
Un’occasione sprecata. Da tutti, però. Io ero lì, con l’Unrwa, quando gli israeliani si sono ritirati. Le colonie sono state smantellate, è vero, ma è stato anche imposto un controllo ai confini che ha soffocato i palestinesi. La debolezza dei palestinesi e la prepotenza degli israeliani sono le facce di una stessa medaglia.
Un’occasione sprecata. Da tutti, però. Io ero lì, con l’Unrwa, quando gli israeliani si sono ritirati. Le colonie sono state smantellate, è vero, ma è stato anche imposto un controllo ai confini che ha soffocato i palestinesi. La debolezza dei palestinesi e la prepotenza degli israeliani sono le facce di una stessa medaglia.
Nel dicembre scorso, poche settimane prima di lasciare l’incarico alla guida di Unhcr, lei è tornato in Sudan, il Paese dove 38 anni fa cominciò il suo lavoro come field officer con l’agenzia. Perché il Sudan resta ai margini dell’attenzione internazionale, nonostante numeri che superano di molto quelli di altri conflitti?
Perché è una crisi difficile da capire e ancora più difficile da comunicare. Mi piacerebbe, eccome, che la gente manifestasse a sostegno dei civili che soffrono in Sudan, in Congo, in Mali, in Myanmar. Devo ammettere con dispiacere che non succede.
Perché è una crisi difficile da capire e ancora più difficile da comunicare. Mi piacerebbe, eccome, che la gente manifestasse a sostegno dei civili che soffrono in Sudan, in Congo, in Mali, in Myanmar. Devo ammettere con dispiacere che non succede.
Le politiche migratorie dell’Amministrazione Usa sembrano orientare anche altri Paesi verso un approccio più restrittivo. In questo quadro, come valuta l’impostazione adottata dal governo italiano?
Le politiche ipotizzate dal governo britannico - poi non attuate - erano persino peggiori. Ma negli Usa il tema è diventato terreno di scontro politico. Quanto all’Italia, l’immigrazione va governata: limitarsi ai respingimenti non basta, servono integrazione e rimpatri efficaci. Il Piano Mattei e il sistema Albania vanno tenuti in considerazione. E il Patto migrazione-asilo della Commissione Ue è un punto di partenza: diamogli una possibilità.
Le politiche ipotizzate dal governo britannico - poi non attuate - erano persino peggiori. Ma negli Usa il tema è diventato terreno di scontro politico. Quanto all’Italia, l’immigrazione va governata: limitarsi ai respingimenti non basta, servono integrazione e rimpatri efficaci. Il Piano Mattei e il sistema Albania vanno tenuti in considerazione. E il Patto migrazione-asilo della Commissione Ue è un punto di partenza: diamogli una possibilità.
Lei sabato ha sfilato come portabandiera. Nel contesto globale che abbiamo descritto, qual è la messa a terra di questo gesto?
Faccio mie le parole del primo ministro canadese: l’ordine internazionale che molti di noi vogliono ancora difendere è stato applicato in modo parziale. Se teniamo a preservarlo, non basta ripetere ciò che diciamo da ottant’anni: dobbiamo renderlo più giusto. Ma se non fossi convinto che sia possibile, non avrei portato quella bandiera.
Faccio mie le parole del primo ministro canadese: l’ordine internazionale che molti di noi vogliono ancora difendere è stato applicato in modo parziale. Se teniamo a preservarlo, non basta ripetere ciò che diciamo da ottant’anni: dobbiamo renderlo più giusto. Ma se non fossi convinto che sia possibile, non avrei portato quella bandiera.
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