Ora Teheran epura i moderati e sul nucleare apre uno spiraglio

Arrestati diversi esponenti delle correnti riformiste. Altri sette anni di carcere alla Nobel Mohammadi. Gli ayatollah: via le sanzioni e diluiremo l’uranio arricchito
February 9, 2026
Ora Teheran epura i moderati e sul nucleare apre uno spiraglio
Alle spalle di una passante spunta il “murale del dialogo”, dipinto sulla facciata dell’ex ambasciata Usa a Teheran / Ansa
Dopo avere soffocato le contestazioni, gli ayatollah stanno passando all’epurazione nel campo moderato. In attesa di sapere quando Usa e Iran si rivedranno per proseguire il negoziato dopo il primo incontro di venerdì scorso, a Teheran giocano su più tavoli: offrono concessioni che Trump potrebbe rivendere come un successo, e intanto puntellano il sistema di potere.
Non tutto trapela dalla cortina issata dai pasdaran, ma faticosamente alcune notizie filtrano. Ieri si è appreso che Ali Shakouri-Rad, ex parlamentare, è stato arrestato pochi giorni dopo aver accusato le forze di sicurezza di aver deliberatamente intensificato la violenza esplosa nelle piazze a gennaio, anche infiltrandosi tra i manifestanti e aizzandoli contro le autorità, per legittimare la feroce repressione. Domenica era stato trascinato in cella anche Azar Mansouri, la leader del Fronte Riformista che nel 2024 aveva sostenuto la campagna elettorale dell’attuale presidente iraniano, Massoud Pezeshkian. I pasdaran hanno arrestato anche Javad Emam, portavoce della principale coalizione del campo riformista, dopo che altri tre esponenti erano stati catturati nei giorni precedenti. Nel 2009 Emam aveva guidato la campagna presidenziale di Mir Hossein Mousavi, ex primo ministro e figura di spicco dell’opposizione. La retata ha raggiunto anche Ebrahim Asgharzadeh, ex membro del Parlamento, e Mohsen Aminzadeh, ex funzionario degli Affari Esteri. Gli arresti sono avvenuti dopo «un’indagine sulle attività di alcuni importanti elementi politici a sostegno del regime sionista e degli Stati Uniti», secondo l’agenzia di stampa della magistratura Mizan.
Incurante della pressione internazionale, il sistema repressivo ha condannato la premio Nobel per la Pace, Narges Mohammadi, a sette anni e sei mesi di reclusione e due anni di esilio interno con l’accusa di avere cospirato contro lo Stato. Mohammadi, in cella da quasi due mesi, sta conducendo uno sciopero della fame e il suo avvocato teme per la sua sorte. Nei giorni scorsi sono state ordinate diverse retate che hanno portato in prigione esponenti della minoranza curda e di quella araba sciita. Una sfida alle parole di Trump, che aveva promesso di intervenire militarmente se vi fossero state altre violenze di stato. Invece la scure della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, si abbatte indisturbata seminando sfiducia nei movimenti giovanili che pensavano di poter contare su Washington.
Alla Casa Bianca giungono le continue offerte iraniane secondo la consueta modalità: livorosi proclami in pubblico, e disponibilità a fare concessioni nel chiuso dei saloni delle trattative. Mohamad Eslami, capo dell’Organizzazione per l’energia atomica di Teheran, da una parte alza i toni: «La consegna di 400 chili di uranio arricchito dall’Iran ad altri Paesi non è all’ordine del giorno degli attuali colloqui con gli Stati Uniti, e i resoconti al riguardo provengono solo da elementi di pressione». Dall’altra però fa sapere che l’Iran potrebbe prendere in considerazione la diluizione del 60% del suo uranio arricchito, se tutte le sanzioni verranno revocate. «Si sono svolte le ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ad alcuni siti iraniani che non sono stati attaccati da Stati Uniti e Israele a giugno, e visite ad altre strutture – ha dichiarato all’agenzia statale Irna – sono previste nei prossimi giorni».
La «decisione finale» sulla possibilità che l’Iran mantenga limitate capacità di arricchimento dell’uranio spetta a Donald Trump. Lo ha dichiarato il vicepresidente americano Vance, parlando in conferenza stampa da Erevan accanto al premier armeno Nikol Pashinyan. Vance ha spiegato che spetta a Trump il compito di «stabilire i termini di quei negoziati», aggiungendo che il presidente non intende «rivelare pubblicamente troppe delle sue carte». Interpellato sulle garanzie in materia di diritti umani e sulla sicurezza dei manifestanti in Iran, Vance ha detto che Trump ha avanzato una «richiesta forte» e che il tema «fa parte delle discussioni». Che vi sia una specificità iraniana, per Vance non è un dato di fatto: «Stiamo con il diritto alla protesta pacifica in tutto il mondo, e in Iran». A Washington è arrivata anche la valutazione di Mosca. «Come nel caso della Palestina, alcune parti direttamente coinvolte nel processo sono tentate di usare la forza e, per così dire, di finire i loro avversari», ha commentato il ministro degli Esteri russo Lavrov riferendosi agli Usa. «Questa aspirazione è sbagliata e causerà altri problemi». Nel pieno delle proteste Trump aveva assicurato di aver fermato l’attacco perché rassicurato sullo stop – poi smentito da diverse fonti – di 800 impiccagioni tra i manifestanti. Il boia, a quanto si apprende, non si è fermato. All’alba di ieri, riferisce la Ong statunitense Human Rights Activists News Agency, dieci detenuti per omicidi e droga sono stati impiccati in cinque carceri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA