Così i santi amici ci insegnano a disinnescare le guerre

A raccontarlo la storia di santa Scolastica e san Benedetto. Come quelle dei tanti che hanno trovato nella complementarietà tra sensibilità maschile e femminile uno strumento di salvezza. Tra loro anche il sindaco di Firenze Giorgio La Pira e Fioretta Mazzei
February 10, 2026
L’ultima cena condivisa tra santa Scolastica e san Benedetto (affresco di scuola umbra a Subiaco)
L’ultima cena condivisa tra santa Scolastica e san Benedetto (affresco di scuola umbra a Subiaco)
Parte tutto da un “miracolo al contrario”. Al contrario, perché la grandezza del santo non è data da ciò che riesce a compiere, ma da ciò che riesce ad accogliere. O davanti a cui riesce ad arrendersi. Si tratta dell’ultimo tra quelli compiuti da san Benedetto: quello che gli permette, attraverso la sorella gemella Scolastica (di cui oggi ricorre la memoria liturgica), di raggiungere la piena maturazione della sua fede, prima di spirare. «È il miracolo che parla oggi alle nostre società in conflitto, alle coppie che si separano, ai rapporti fraterni compromessi e alla Chiesa chiamata ad essere sinodale», afferma madre Maria Ignazia Angelini, benedettina del monastero di Viboldone, alle porte di Milano. L’episodio a cui si riferisce è quello dell’ultima visita di Benedetto a Scolastica: due giorni dopo la sorella del santo sarebbe spirata, mentre la morte avrebbe raggiunto anche lui 40 giorni dopo.
Al termine della giornata, passata assieme, Scolastica chiede al fratello di non tornare al monastero di Montecassino e rimanere con lei tutta la notte, per lodare e ringraziare Dio per le meraviglie compiute nelle loro vite. Benedetto rimane attonito, quasi sconvolto: la regola impedisce di passare fuori la notte. Allora la santa chiede a Dio, in lacrime, ciò che il fratello le ha rifiutato e Benedetto, davanti ad un temporale che gli impedisce di tornare al monastero, rimane stupito e accoglie la volontà di Dio. «Lei, coraggiosa, libera, fiduciosa in Dio, non teme di mostrare i suoi sentimenti – spiega madre Angelini –. Lui, fondatore della regola, serio e responsabile, rimane basito, ma sempre docile alle opere del Signore. In quella cena, di fatto, di addio, di cui Scolastica aveva intuito la portata, capisce che anche la regola ha i suoi limiti». Così sensibilità diverse – quella femminile e quella maschile – si completano, unite per la salvezza reciproca: «Ci mostrano – continua ancora la madre – che in ogni relazione c’è un germe di conflittualità, che può portare non alla violenza, ma alla fecondità del cedere all’altro». Quella che ci consegnano è una chiave per disinnescare l’ordigno di ogni guerra: «Bisogna essere aperti alla preghiera e permettere che i rapporti se ne nutrano – dice Angelini –. La complementarità è voluta fin dall’origine. E dice Dio, anche al di là dei rapporti di coppia. Esprime l’originalità dell’uomo, che si manifesta sempre in modo diverso».
Un aspetto che, per questo, ha toccato la vita di moltissimi testimoni del Vangelo, nei secoli più remoti come in quelli più recenti. Ciascuno con la sua storia personale, il suo carisma, le attese di fronte al periodo storico che gli è stato dato di vivere. Ne è un esempio l’amicizia nata tra il professore Giorgio La Pira e l’allora studentessa di lettere, destinata a diventare assessore nelle sue giunte (e nelle giunte dopo le sue), Fioretta Mazzei. Era il 1943 quando, dopo essersi conosciuti alla Messa di san Procolo, pensata per i più poveri di Firenze, i due ebbero modo di approfondire l’amicizia, vista la necessità di nascondere il professore, ricercato dalle SS, in una villa della famiglia Mazzei, nel Chianti senese. Da quell’incontro, e da quella pausa forzata dalla vita “attiva”, nasce un ininterrotto carteggio, attraverso il quale i due consolidano un “sodalizio spirituale”, ispirato alle vicende dei tanti santi vissuti prima di loro, e teso a ricostruire, sul modello della Gerusalemme celeste, il mondo lacerato dalla guerra. «Che fare – le scrive La Pira nel 1956, dopo aver condiviso con lei già due giunte nell’amministrazione comunale di Firenze –? Ecco: anzitutto approfondire sempre più nell’orazione il nesso di carità che strutturalmente ci unisce, l’uno all’altra. Questo per me è estremamente facile: perché io non prego senza di Lei, come non prego senza le creature oranti sparse in tutto lo spazio della Chiesa. Quando prego, prego sempre con Lei: una immagine di luce mi riempie l’anima. Ecco, bisogna sempre più illuminare, con la grazia del Signore, questa presenza luminosa che Dio suscita in noi». La chiama, questa, una “politica di presenza interiore", da accompagnare con una «“politica” di offerta e di sacrificio esteriore» a favore di tutto ciò che chiede il Vangelo. «Penso che così – spiegava La Pira nella sua lettera – si comportavano san Benedetto e santa Scolastica, san Francesco d’Assisi e santa Chiara, san Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca Frémiot de Chantal, santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce: insomma strutturare il nostro rapporto di grazia sul modello di quei rapporti di cui questi santi ci offrono il tipo».

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