Dalla scrivania di Anna Politkovskaja l'appello per i prigionieri politici di Mosca
Il 7 ottobre 2006 la giornalista di Novaya Gazeta fu uccisa in un agguato. L'esecutore ora combatte in Ucraina, i mandanti non sono mai stati identificati. Il premio Nobel Muratov chiede all'Europa di mobilitarsi per i dissidenti in carcere

Il 7 ottobre porta con sé, nella storia, molte ferite sconvolgenti. Contesti diversi, accomunati però dalla brutalità e dal sangue versato. Tra queste ricorrenze c’è anche l’assassinio di Anna Politkovskaja, donna e giornalista che ha dedicato la propria vita alla difesa della giustizia e dei diritti umani. Il 7 ottobre 2006 stava rientrando a casa con le buste della spesa quando fu uccisa nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. Finita con un colpo alla nuca, la sua fu un’esecuzione in piena regola che molti interpretarono come un macabro "regalo" a Vladimir Putin, che proprio quel giorno festeggiava il compleanno.
L’esecutore materiale dell’omicidio, dopo la condanna, ha successivamente firmato un contratto per andare a combattere al fronte in Ucraina. I veri mandanti, invece, restano ufficialmente ignoti. È questa la convinzione che la Novaya Gazeta, il giornale per cui Politkovskaja lavorava, continua a sostenere. Nella redazione del quotidiano la sua scrivania è stata conservata esattamente com’era: i libri che stava leggendo, gli appunti, il materiale di lavoro, il registratore, il computer. Proprio da quella scrivania il fondatore della testata e Premio Nobel per la Pace 2021, Dmitrij Muratov, ha lanciato in questi giorni uno dei suoi reiterati appelli in favore dei prigionieri politici russi.
Sono appelli rivolti alla comunità internazionale, alle istituzioni europee e a quanti sono impegnati in attività di mediazione e negoziazione. Muratov chiede che non venga dimenticato il destino di coloro che, per essersi opposti alla guerra, stanno pagando un prezzo altissimo per la loro fedeltà alla coscienza, scontando pene che diventano particolarmente gravose per chi è anziano o versa in condizioni di salute precarie. Ricordando Anna Politkovskaja e gli altri giornalisti della Novaya Gazeta uccisi negli ultimi vent’anni, Muratov ha richiamato l’attenzione su alcuni casi specifici, auspicando che questi detenuti possano essere inclusi nei futuri accordi di scambio o rilascio dei prigionieri. Tra i casi più gravi cita quello del consigliere municipale Aleksej Gorinov, condannato a sette anni di carcere; del musicista Andrei Shabanov, condannato a sei anni; della pediatra Anastasia Bujanova, condannata a cinque anni; e della giornalista Maria Ponomarenko. Come lei, molte altre donne e madri sono finite in carcere per aver espresso pubblicamente il proprio dissenso nei confronti della cosiddetta "operazione militare speciale". Tra queste figura anche Evgenija Petrijchuk, regista e drammaturga, madre adottiva di due ragazze che avevano trovato nella sua famiglia stabilità e accoglienza e che oggi si trovano nuovamente private di un punto di riferimento affettivo.
Nelle ultime settimane arresti e condanne non si sono fermati. Al contrario, appare sempre più evidente la volontà di reprimere ogni forma di dissenso. Le proteste contro le presunte falsificazioni dei risultati elettorali sembrano persino essere sfuggite al controllo di quella parte di opposizione tollerata dal sistema perché favorevole alla guerra in Ucraina, ma al tempo stesso impegnata a denunciare le difficoltà economiche e sociali che il conflitto sta causando. Le manifestazioni organizzate in diverse regioni della Russia da singoli cittadini, movimenti e forze politiche hanno mostrato come molti giovani siano passati rapidamente dalla denuncia dei brogli elettorali a slogan ben più radicali: «Abbasso lo zar!», «Vergogna! Ci avete rubato tutto e adesso volete anche i nostri ragazzi per mandarli a morire in guerra».
Segnali analoghi sono emersi perfino durante le iniziative promosse dal Partito Comunista della Federazione Russa e autorizzate per commemorare gli eventi del 4 ottobre 1993. Lo storico segretario del partito, Gennadij Zjuganov, nel denunciare in piazza gli abusi del potere e le irregolarità elettorali, probabilmente non si aspettava una reazione così estesa. Il malessere sociale appare sempre più evidente. Resta però una domanda: questa crescente insofferenza è davvero il frutto di una dinamica sfuggita al controllo delle autorità oppure è stata in qualche modo tollerata per misurare la consistenza del dissenso? Mentre questi interrogativi continuano a circolare dentro e fuori la Russia, l’appello di Muratov nel ricordare Anna Politkovskaja assume il tono di un avvertimento. Lo stesso che la giornalista aveva lanciato già nel 2004, quando sosteneva che la politica del Cremlino avrebbe prima o poi portato a un’aggressione dell’Ucraina.
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