A Londra è nata la coalizione per riaprire lo Stretto di Hormuz: «In campo 40 Paesi»
di Corrado Garrone
La ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper: l’Iran sta tenendo «in ostaggio l’economia mondiale». L’Europa frena i Paesi del Golfo: azioni multilaterali soltanto dopo il cessate il fuoco

«L’immediata e incondizionata» riapertura dello Stretto di Hormuz ai traffici globali, dall’energia ai fertilizzanti, «è una necessità urgente». Per coordinare gli sforzi collettivi volti a ripristinare la libertà di navigazione nello snodo del Golfo Persico, da cui passa circa un quarto del petrolio e del gas esportati via mare, i vertici delle diplomazie di oltre 40 Paesi si sono dati appuntamento in videocollegamento, ieri, alla prima riunione di contatto di una “coalizione dei volenterosi” promossa dal Regno Unito. Il fronte comune, rappresentativo di tutti i continenti, è l’evoluzione dell’asse dei “sette Stati” che (con le principali cancellerie europee oltre a Giappone e Canada), due settimane fa, aveva avanzato la «disponibilità» a fare la propria parte «per garantire la sicurezza dei traffici marittimi». Al termine dell’incontro, la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha condannato gli attacchi «sconsiderati» contro le navi da parte dell’Iran, che «sta tenendo in ostaggio l’economia globale», ed espresso la determinazione dei Paesi partecipanti a utilizzare «ogni possibile misura diplomatica ed economica, in modo coordinato».
Secondo l’Onu, circa 2.000 tra navi e petroliere sono bloccate nello Stretto. Ma la riunione video ha anche messo in luce le distanze tra i Paesi del Golfo, più interventisti, e un’Europa che opta per la prudenza. Il punto fermo messo dal Vecchio Continente, infatti, è che ogni intervento multilaterale avverrà dopo il cessate il fuoco. È la linea dell’equilibrio, con cui gli europei provano a mostrare un coinvolgimento diretto, dopo che il presidente americano Donald Trump avrebbe minacciato lo stop agli aiuti militari venduti ai governi Nato e da questi trasferiti all’Ucraina, ma che allo stesso tempo li vede resistere alle pressioni di Washington per una riapertura con la forza di Hormuz. Un’ipotesi, questa, che il leader francese Emmanuel Macron ha bollato come «irrealistica», a margine della visita di Stato in Corea del Sud: una ripresa ordinata dei traffici potrà solo avvenire «d’accordo con l’Iran». Alle discussioni politiche (ieri, in parallelo, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha sentito il ministro degli Esteri cinese Wang Yi) seguiranno scambi di natura tecnica fra gli Stati maggiori dei Paesi coinvolti per definire i dettagli di un possibile futuro pattugliamento. Intanto, la prossima settimana il G7 a presidenza di turno francese terrà un incontro con i rappresentanti del Consiglio di cooperazione del Golfo.
Per il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha partecipato alla chiamata dei “volenterosi” di Hormuz per l’Italia sostenendo la necessità di una de-escalation e di un ritorno al dialogo diplomatico, occorre muoversi «nel quadro delle Nazioni Unite» e con un chiaro mandato del Palazzo di Vetro. Medesima posizione espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in una telefonata con il primo ministro britannico Keir Starmer. È proprio con l’Onu che Roma, sostenuta da Paesi Bassi ed Emirati Arabi Uniti, ha proposto di muoversi da subito per creare a Hormuz «un corridoio umanitario» che assicuri il transito dei fertilizzanti e delle altre merci necessarie a evitare una crisi alimentare, in particolare in Africa. Fino al 30% del commercio globale di fertilizzanti, indicano dal governo italiano, proviene dal Golfo: in assenza di alternative e di scorte strategiche, la situazione sta determinando un aumento dei prezzi che ricade sulla produzione agricola.
A New York è già al lavoro il Bahrein, che di sponda con gli altri Stati del Golfo punta a far approvare già oggi al Consiglio di sicurezza una risoluzione sulla protezione dei traffici commerciali attorno a Hormuz. Nella bozza di testo, però, si autorizzerebbe l’uso della forza, richiamando il Capitolo VII della Carta dell’Onu: una fuga in avanti che potrebbe scontrarsi con le resistenze europee. Alla videoconferenza organizzata da Londra si è parlato anche dell’indiscrezione secondo cui Teheran starebbe elaborando protocolli per gestire i passaggi dallo Stretto, incluso l’ipotetico pagamento di un pedaggio da parte delle navi occidentali. Lo ha segnalato il ministro norvegese Espen Barth Eide, parlando di un ampio accordo «sul fatto che non si debba creare un precedente che consenta agli Stati costieri di limitare o imporre tariffe per permettere alle navi di transitare negli stretti internazionali», per cui il diritto del mare prevede un passaggio incondizionato.
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