Una scuola di fantasmi e la svolta educativa che serve
L'Italia ha un grande tradizione di educatori. Usiamola. La maledetta coltellata di La Spezia può squarciare la triste scenografia di una scuola ridotta a incontro tra avatar?

Con la violenza paghiamo il fallimento educativo della nostra società, borghese e avvilita. Quando le parole mancano, quando sono spente, vili e mute allora prende campo la violenza. Nei ragazzi adolescenti è così. Come accade nei bimbi piccoli. Che se non imparano le prime parole fondamentali per stare al mondo (tu, io casa, desidero...) non stanno muti, ma adirati graffiano e rompono. Anche gli adolescenti sono nel momento in cui dovrebbero imparare le altre parole importanti per stare al mondo: amore, dolore, pazienza, perdono, desiderio, rispetto, lavoro. E invece li abbiamo privati del senso profondo di queste parole, riempiendoli di chiacchiere, di parole burocratiche, di parole morte, superficiali, moralistiche, politiche. Di parole comode per gli adulti che le pronunciano. Che tengono al sicuro la nostra coscienza ma non dicono nulla alla loro. Quante volte ho assistito, scalpitando e infine graffiando, a ritrovi dove adulti sussiegosi a scuola o in chiesa o in luoghi pubblici si rivolgevano ai ragazzi con parole che non dicevano nulla alla loro carne, al loro sangue, alla loro anima. Parole comode per chi le pronunciava. Adulti a bearsi di parlare ai ragazzi usandoli come pubblico della loro vanità. E, colmo della irresponsabilità, si oppongono a un parlare banale e surreale, da un lato la lingua della punizione e dall'altra quella della seduzione. Entrambi metodi inappropriati. Strategie. Mentre coi giovani non bisogna usare strategie (sono mica scemi) ma occorre vivere il rischio educativo di essere adulti. Occorre dire le verità in cui si crede e su cui si fonda la propria vita, mostrarle, sfidarli a sperimentarle o criticarle. Occorre prendere sul serio il loro cuore ardente se si ha un cuore ardente per farlo. I cuori tiepidi non educano, al massimo “badano” i giovani. La scuola italiana è divenuta nei decenni un luogo di avatar, un incontro di fantasmi. Un teatro dell'irreale, dove dominano burocrazia, noia e frustrazione. E certo, ci sono santi ed eroi. Ma non si può fondare un sistema educativo chiedendo di essere santi o eroi. Semmai si può imparare da loro.
L'Italia ha un grande tradizione di educatori. Usiamola. La maledetta coltellata di La Spezia può squarciare la triste scenografia? I professori mandano a scuola i loro spettri avviliti (nella maggior parte dei casi, e sfido a dire il contrario) e i ragazzi mandano i loro avatar, mentre la vita è altrove. In questi anni ho chiesto in mille scuole italiane da dove viene il fenomeno dei talent show che tutti i ragazzi conoscono e ha avuto tanta influenza sui loro costumi. E non ho trovato nessun adulto che avesse raccontato loro la parabola dei talenti da cui origina l’idea, educativamente giusta, pervertita dallo show business. O se chiedo cosa vuol dire la parola “arte” (in Italia!) in tutte le scuole rispondono: “esprimersi”, come se Dante avesse bisogno di scrivere 100 canti della Commedia per farlo. In questo disastro e naufragio (confermato dai dati Istat e Ocse) si muovono buone intenzioni ministeriali, qualche esperimento interessante, qualche timido cambiamento. E tanta banalità. Tanta comoda abitudine. Si vorrebbe mettere a tacere i disagi con la polizia (che serve per la delinquenza non per la educazione) o al contrario con metodi seduttivi (per avere consensi). Senza affrontare il problema. Ovviamente la maggior parte degli intellettuali sono sui loro divani a discettare su problemi inesistenti o a provare il brivido giovanile di alzare una bandiera. Poi arriva la coltellata. E dobbiamo guardarci allo specchio, tutti pugnalati. E cambiare.
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