Tutto non vale più niente, se perdi un figlio
La tragedia di Crans-Montana, la paura (che può salvare dalla morte) arrivata troppo tardi e il dolore di quei genitori

Del Capodanno d’inferno di Crans-Montana mi restano indelebili due immagini. Una è l’arrivo in paese dei primi genitori. Da un grosso Suv lucente scende una coppia ancora giovane, lei indossa un lungo visone, una borsa da tremila euro, lui ha l’aria del dirigente d’alto bordo. Ma la donna, scesa dall’auto, si guarda attonita attorno: scoprendo che tutto ciò che ha non vale niente, se quel figlio è morto. E li vedi avviarsi a chiedere informazioni, incerti come mendicanti. Di colpo sono i più poveri dei poveri. Di colpo non hanno più niente.
La seconda immagine che mi resta negli occhi è un video della festa, nell’attimo in cui una candela in una bottiglia di champagne appicca il fuoco. La bottiglia, tenuta alta da una ragazza, tocca il soffitto di legno, e il porpora del fuoco si illumina e si allarga come una ragnatela. Ciò che turba è che, mentre le fiamme si distendono crepitanti e voraci, alcuni non smettono di filmare con lo smartphone, e di ballare, e un ragazzo con un microfono in mano continua a martellare il suo rap. Cioè, non hanno avuto l’istinto della paura, la tensione vitale che fa scappare davanti alle fiamme, o nelle alluvioni. Sembra quasi che qualcuno nel locale non abbia distinto la realtà. Che, complice l’alcol che evidentemente non mancava, qualcuno abbia scambiato ciò che vedeva per un videogioco. E questo spaventa. La paura salva la vita, provare paura è qualcosa di innato nell’uomo. La paura può salvare dalla morte: e alcuni di quei ragazzi non l’avevano. L’hanno avuta troppo tardi, quando increduli hanno aperto gli occhi, e la morte era oramai lì, davanti.
Assurdo, a quindici anni o sedici, di colpo capire che è finito tutto. Un pensiero alla madre, il ricordo di una preghiera? In un istante vedere quanto era bella, la giovane vita che avevano tutta intera nelle mani. Poveri ragazzi, poveri bambini – alcuni avevano quattordici anni. Fortunati, ricchi. Figli unici spesso, fin dal principio superprotetti. E magari infiniti esami in gravidanza, come si usa spesso ormai, a scongiurare qualsiasi difetto. Nati perfetti. Ma nessun test ti garantisce, nella vita. Basta un incrocio, nel momento sbagliato. La faccia di quella madre che scende dal Suv sbalordita dovrebbe scuoterci: abbiamo tutto , ma niente ci appartiene. Ci inorgogliamo dell’Intelligenza artificiale e dei Bitcoin, ci promettiamo di vivere cent’anni con tecnologie che cancellino l’invecchiamento delle cellule. Possibile, forse, come dicevano Putin e Xi Jinping mesi fa incontrandosi, e credendo i microfoni spenti. Possibile, eppure proprio non siamo padroni di niente.
Una disco di lusso, trecento ragazzini, il fuoco che si allarga, la musica a palla che continua. 40 morti, 121 feriti, alcuni gravissimi, neanche identificabili. La povertà e la paura, le sconosciute, le non invitate, si sono presentate a Crans Montana, nido ricco di Occidente, nella prima notte dell’anno. E ti resta, oltre al dolore che accomuna chiunque sia madre o padre, una eco amara addosso. Come ti fosse stato dato uno schiaffo. La prima notte dell’anno 2026, a guardarla nelle facce, negli occhi di chi c’era, ci ripete: non siete padroni di niente. Siete creature, siete figli, che solo possono domandare.
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